Come, intimamente, egli era portato, per natura, alla
semplicità, all'ordine ed alla precisione, amante come era di fare molte cose
da sé, incline alla meditazione, sicuro di saper compiere una buona scelta o di
sapere ben calzare e ben vestire, così, nell'esprimere un giudizio su uomini e
cose, sapeva cogliere ben spesso nel segno, e sapeva esercitare tanto buon
senso critico, ponderazione e misura che si restava sorpresi del suo sano
equilibrio.
Se ad un
padre é dato cogliere qualche segreto di un figlio, dirò che in Lui non vedevo
chi si affanna a proporsi molti problemi insieme, per la smania di profilarseli
e di intravederne le possibili soluzioni, ma colui che affronta un problema
alla volta, il problema del giorno, anzi quello dell'ora, e ciò per restare più
nel concreto e nell'immediato. Lungi dal significare indifferenza, scarsa
volontà o disinteresse, tutto questo rappresentava invece una manifestazione di
equilibrio naturale e in fondo di saggezza.
Con tali
auspici e con siffatte speranze, Egli varcò nel 1935 la soglia del Liceo.
Ma questo
anno scolastico fu per lui un anno di sbandamento e, perchè non dirlo, di pieno
insuccesso. Studiò, invero, troppo poco e mancò anche a parecchie lezioni. Il
risultato finale si risolse in una vera e propria bocciatura, la quale, se
addolorò molto me e tutta la mia famiglia, bruciò più assai a lui ed al suo
amor proprio. Per tacita ammissione, apparve subito che Egli si sarebbe
riscattato e durante l'estate 1936, mentre si trovava a Falconara, restò
stabilito che – per recuperare quello perduto – l'anno appresso avrebbe
studiato privatamente a Camerino,
profittando della presenza colà di un ottimo insegnante di lettere e nostro
congiunto il Prof. Donnini, in modo da presentarsi poi all'esame di terza
liceale.
Il 27
settembre la famiglia lasciò Falconara. Io stesso ero andato a rlevarla, perchè
la Mamma lasciava alquanto a desiderare per la propria salute. Non posso dimenticare
quel distacco, che Egli sentì per la prima volta, sia dalla Mamma, che non
avrebbe più riveduto in vita, sia dal resto della famiglia. Mentre il treno
delle 17,10 lasciò la stazione, imperversava un violento temporale e cadeva una
fitta grandinata. Egli dovette ripararsi sotto la soglia di uno dei vari uffici
per salutarci e nel lasciarci gli occhi addosso ci faceva una solenne promessa.
L'indomani Egli raggiungeva Osimo e di là si trasferiva a Camerino.
Con una
prima lettera, naturalmente diretta alla Mamma, in data 5 ottobre, cercava di
fare il disinvolto, parlava delle sue prime impressioni sulla nuova cittadina,
di quel panorama «veramente stupendo chiuso nel fondo dai Sibillini candidi di
neve», della sua cameretta, ma si faceva scappare questa nota nostalgica :
«Ironia della sorte : ogni volta che torno al mio nuovo domicilio (Egli abitava
verso Porta Romana) non posso fare a meno di scorgere una lunga freccia, sopra
la quale il nome di Roma indica essere questa la via per arrivare alla Capitale».
E chiudeva con queste frasi : «L'altra sera a letto, (Camerino è ben fredda)
avvolto in una pesante imbottita, avevo ideato una lettera molto sentimentale,
ma il freddo che avrei provato nello scendere per scriverla non te l'ha fatta
pervenire. Del resto é inutile riassumertela : lascio alla tua fervida mente
immaginare cosa vi era scritto. Spesso canticchio, di preferenza l'inno a Roma
del Puccini. Ti bacio Renato». Tra le carte da Lui riportate da Camerino ho
trovato la risposta della Mamma malata. Essa é scritta a lapis e dice : «con la
benedizione e col pensiero della Mina (mammina) che ti ha sempre innanzi agli
occhi, come quando ti ha salutato con tutta l'anima alla stazione di
Falconara».
In altra
lettera, del 10 ottobre, chiedeva ansiosamente notizie della Mamma e la
rassicurava così : «Per me puoi stare tranquillissima. Sto bene e faccio con
passione il mio dovere». Ed infatti il Prof. Donnini mi scriveva il 13 nei suoi
riguardi : «Ormai egli sa di costruire per il suo avvenire; in grazia di
questa sua nuova coscienza per parte mia non mi spaventa se della sua prima
liceale romana non mi ha presentato che scarse rovine. Assolutamente, avanti
Natale, questa prima liceale deve essere fatta come si deve».
Il suo
carattere aperto, affettuoso e bonario rifulge anche da lontano. Egli non
scrive soltanto alla «cara mamma» o al «caro babbo», ma si rivolge talvolta «al
migliore offerente» per comprendere tutti; oppure, invece di usare la sua
solita carta di Fabriano, alla quale teneva, si serviva di lunghe strisce tipo
cartelle da giornalista, facendole precedere dalla frase : «dal nostro inviato
speciale».
Tornava,
però, a battere spesso lo stesso chiodo, quello dello studio, e mi scriveva :
«Passo quasi tutte le mattine studiando
e buona parte del pomeriggio faccio la medesima cosa». Ci si era messo proprio
di impegno. Di buzzo buono. Oltre che nel Prof. Donnini per le materie
letterarie, aveva trovato un altro ottimo insegnante per quelle scientifiche.
Egli stesso
scriveva di questi : «Alle ore 15,00 ho tutti i giorni lezione col Prof.
Mammana, giovane siciliano, assai bravo e simpatico, il quale mi dice che non
ha dubbi su e che tutto andrà benissimo. Facciamo quasi sempre un'ora e mezza,
in modo che alle 17,00 sono pronto per la lezione con Donnini».
Con tutto
ciò non aveva però perduto il suo buon umore ed il non men buono appetito,
perchè scriveva pure : «Le otto e mezza mi trovano, avido, sopra una tazza di
caffè e latte se i tempi magri mi impediscono di sgranocchiare qualcosa in
camera. Dopo questa colazione un'altra più abbondante, ma che meno sfama, di
latino o di greco, fino a mezzogiorno, ora in cui pianto tutti e me ne vado a
spasso. Subito dopo pranzo (che doveva svolgersi alle 13,00) vado per un'oretta
al Circolo di cui sono divenuto socio, a leggere giornali italiani ed esteri ed
a sentire la radio».
Quanto ai
tempi magri, che impedivano di sgranocchiare qualcosa in camera, credo che non
fossero poi tanto magri, se in altre missive alla Mamma si parla di «scatolette
di tonno che mi servono per farmi dei crostini e di tubetti di pasta
d'acciughe, che spalmo senza economia con burro su biscotti della salute».
Il 17
ottobre nasce a Roma la nipotina Donatella. Egli si affretta a rallegrarsene
con la sorella e, quasi preoccupato di non aver partecipato abbastanza al lieto
evento, scrive a noi il 23 : «A Maria sembrerà troppo fredda la cartolina che
le ho indirizzato per la nascita di Donatella, ma non é che la rigidezza di
questo clima che é penetrata in me».
Per compensarlo del suo affetto e della
passione che avevo messo nello studio, profittando di un lieve miglioramento
nelle condizioni di salute della Mamma, corsi da lui apoena mi fu possibile, il
primo ed il due novembre, ricorrenza dei Santi e dei Morti.
Io ero
stato a Camerino molti anni prima, ma sotto la sua guida ne apprezzai ancor
meglio le naturali bellezze. Vivemmo insieme intensamente in quei due giorni,
da fratello a fratello, ed il distacco fu nuovamente doloroso.
Subito dopo
egli mandava ancora una assicurazione alla Mamma nei riguardi dei suoi studi :
«In questi giorni mi accorgo di studiare con passione realizzando assai più che
per il passato».
Quanto
devono aver fatto bene queste sue parole al povero cuore della Mamma, che, da
tempo sempre più sofferente ed infine scompensato, doveva improvvisamente
cessare di battere la mattina del 22 novembre!
Renato fu
chiamato per telefono appena si notò il di lei aggravamento, ma Egli non potè
giungere che la sera e trovò che la Mamma era già morta. Nelle lacrime che
confondemmo in famiglia non ebbi più dubbio che la promessa che aveva fatto
l'avrebbe mantenuta sino alla fine. Con
me e con lo zio Innocenzo, Egli divise la pena dell'accompagnamento della cara
salma ad Osimo e della sua inumazione provvisoria in quel Cimitero. Tornò a
Roma con noi per rivedere ancora le sorelle ed il fratello, ma il 30 novembre
partiva di nuovo per Camerino. Lo attendeva colà un dovere assai sacro e vi
andava mortificato dal dolore. Ne avevo conferma da una sua : «Spero che voi
tutti stiate bene e vi siate sollevati di spirito. Io mi sono subito
riambientato : data la rapidità dello spostamento mi sembra quasi impossibile
di aver lasciato Roma».
Intanto il
20 dicembre, poco prima che Egli facesse una breve scappata per passare in
famiglia il Natale ed il Capodanno, ricevevo questa lettera del Prof. Donnini :
«Con le prossime feste possiamo dire ultimata la tappa della nostra fatica.
Posso sicuramente riferirle che si progredisce discretamente in tutte le
materie, compreso il latino. Anche Mammana si dichiara molto soddisfatto.
Renato disporrà in parte di una preparazione maggiore di quella dei cosiddetti interni.
Specie nella cultura generale, su cui insisto ed ho modo di insistere, tanto
che il giovane di questo comincia ad avere coscienza e legge molto».
Salute e
buonumore non risentivano affatto dello sforzo per lo studio alla quale si
applicava, e mentre da lontano si divertiva a prendere in giro il fratello per
la passione di questi per il gioco del calcio
- a bella posta Egli si dichiarava fautore di squadre
diverse - scriveva ad
Anna : «Nevica abbondantemente, ma io ti scrivo pizzicando con la mano
libera una opulenta pizza con i grasselli inviatami da Sestilia (una nostra
vecchia domestica). Veramente più che pizzicarla, la sto voracemente divorando
: é solo da poche ore in mio possesso e ne ho già ingoiata più della metà. Dì
al babbo che subito dopo il mio arrivo ho ripreso a studiare con molta lena.
Adesso (la lettera é del 21 gennaio) é andato in vigore un progetto di legge
per cui la sera non ho più libera uscita».
Sotto
questa frase scherzosa, si celava una ferma risoluzione adottata tra i due
bravi insegnanti e lui, quella di non puntare più ormai sull'esame di
ammissione alla terza liceale, ma di tentare addirittura la prova finale della
licenza liceale.
Un bel
colpo certamente quello di fare tutto il Liceo in un anno, sul quale però io
nutrivo qualche dubbio, nonostante queste assicurazioni ricevute in febbraio
dal Prof. Donnini : «Posso dirle con assoluta certezza di buoni ed efficaci
progressi compiuti in gennaio. Suo figlio, in generale, si é applicato
abbastanza in quest'ultimo periodo tanto da far sperare che il compito grave
che ci siamo assunti verrà ultimato con successo. Io, per mia parte, insisto a
forzare l'andatura, disposto anche a raddioppiare le ore di insegnamento. Il
Prof. Mammana mi riferisce che anche la preparazione per le altre materie
prosegue abbastanza bene. Dei giovani liceali
con cui ho un certo contatto, suo figlio é già tutt'altro che ultimo; e
intendo di giovani che hanno studiato regolarmente. Lui questo lo sa, e deve
quindi averne motivo di stimolo se non di orgoglio».
«Procedendo
con il tempo aumentano i giri del motore, cioè lo studio si va sempre più intensificando», é Egli stesso che lo
scrive, tanto che per non distrarlo con un viaggio a Roma per la Pasqua, tra il
25 e il 29 marzo, andammo noi ad Osimo, ove più facilmente fummo da Lui raggiunti.
D'allora
non lo rividi che il 7 giugno, in occasione di una mia visita a Macerata e
Civitanova ed Egli si unì alla comitiva, accompagnandomi la sera in auto fino
alla stazione di Foligno. Eravamo ormai vicini alla grande prova e dal 10 al 18
luglio Egli sostenne i suoi esami, quelli scritti a Camerino, quelli orali a
Macerata, guadagnandosi la licenza liceale, quarto in graduatoria sopra 64
giovani candidati e 26 promossi in tutta la provincia.
Grande
merito indubbiamente fu quello degli insegnanti, ma non fu piccolo anche il suo,
dimostrando di tenere fede all'impegno e non smentendo la forza del proprio
carattere.
Per me, la
maggiore soddisfazione che ne ebbi fu di portare la lieta notizia al buon
Nonno, che un tempo lo aveva fatto oggetto dei suoi versi pungenti. Questi, che
si trovava purtroppo agli ultimi giorni della propria vita, si limitò a
rispondere semplicemente : «Non ne dubitavo». E morì l'indomani 20 luglio.
Dopo
essersi un po' rinfrancato al mare e in campagna, in affettuosa compagnia dei
nipotini, ai quali si sentiva tanto portato, e di quella degli zii e delle zie,
da cui era riamato, il 22 ottobre 1937Renato si iscrisse all'Università di
Roma. Egli scelse la facoltà di Giurisprudenza, al che io nulla trovai da
obiettare, in considerazione che brutti tempi si avvicinavano per i giovani e
che anche Egli, chissà a quali altri compiti chiamato, non avrebbe potuto
frequentare i corsi con la dovuta costanza. Ma il 1938 filò ancora liscio, ed
Egli potè seguire le lezioni e sostenere i suoi esami. Durante il secondoanno
fece ancoara di più : poiché lo studio universitario non assorbiva che parte
delle sue giornate, Egli pensò che si sarebbe potuto acquistare una buona
preparazione giuridico-economica, frequentando la ben attrezzata Confederazione
dell'Industria. Vi fu ammesso e venne collocato alle dipendenze di bravi e
provetti dirigenti, per occuparsi dell'importante settore tessile. Con il
modesto assegno che ne riceveva, da quel momento fu fiero di poter direttamente
soddisfare i suoi minuti piaceri ed in particolare di poter provvedere al suo
abbigliamento.
Ma intanto
il mostro della guerra si avvicinava a grandi passi. Il 17 luglio 1939,
inquadrato nella Milizia Universitaria, anch'Egli dovette partire per il campo
di addestramento in Formia, dal quale non ritornò che ai primi di settembre. Io
ero andato a trovarlo colà per poche ore la domenica 30 luglio, ma lo trovai
tutt'altro che soddisfatto di quel che faceva, perchè la vita del campo -
così come si svolgeva - non era che una perdita di tempo.
(segue post in data 20 agosto 2026)
