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lunedì 15 giugno 2015

Un doveroso riconoscimento

MEDAGLIA D'ONORE A DUE EX INTERNATI MILITARI DI APRILIA
Il riconoscimento del Governo Italiano per il NO dei nostri soldati alla collaborazione con i nazisti

di Elisa Bonacini

Si è svolta presso la Sala Cambellotti della Prefettura a Latina lo scorso 31 ottobre, nella vicinanza alla Festa Nazionale del 4 novembre, la cerimonia che ha visto la consegna da parte del Prefetto D'Acunto delle medaglie d'onore a 9 cittadini della provincia di Latina deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra della Germania.
Nel corso della cerimonia sono state consegnate anche 13 onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, di cui tre ai cittadini di Aprilia : Cavaliere Goffredo Cento, Cavaliere Elio Merler , Commendatore Edmond Galasso.
La medaglia d’onore è un'onorificenza che viene concessa dal Governo Italiano a partire dal 2007 a tutti i cittadini italiani – civili e militari- e ove deceduti ai loro familiari che, dopo l’ armistizio dell'8 settembre 1943, furono catturati e detenuti dai tedeschi nei lager nazisti, non accettando mai l’adesione alla R.S.I. o alle formazioni delle SS.
Le medaglie d'onore sono state conferite ai cittadini di Aprilia Aldo Boccabella e Gino Forconi. tra gli ultimi Internati Militari Italiani (I.M.I.) ancora viventi. Considerati dai tedeschi “traditori”, furono obbligati a svolgere lavori particolarmente pericolosi, esposti al rischio dei frequenti bombardamenti alleati, con turni massacranti che spesso superavano le 12 ore al giorno, nonostante la scarsissima alimentazione consistente in 3-4 piccole patate lesse , una brodaglia di rape e carote (chiamata sbobba) e non più di 300 grammi al giorno di pane nero. Molti di loro, a causa delle gravi carenze nutrizionali ed igieniche, contrassero gravi malattie, prima tra tutte la tubercolosi . Circa 50.000  militari internati non sopravvissero.
 Gli I.M.I. rifiutarono  sempre la collaborazione con i nazisti; solo una piccolissima percentuale di essi, spinta dagli stenti, optò a favore dei  tedeschi. Gli I.M.I. quindi a costo della propria vita, mantennero fede  al giuramento fatto alla Patria, allora Regno d'Italia. La loro fu quindi una delle prime forme di “resistenza” al nazismo. Che sarebbe stato dell'Italia se i Militari Italiani avessero aderito in blocco alla neo Repubblica Sociale o alle SS ?
 Aldo Boccabella, nato a Roma nel 1923, risiede da qualche anno ad Aprilia con l'amatissima moglie Liliana, artista eclettica, ex soprano di canto lirico. Pur essendo orfano di padre e con fratelli ancora piccoli, venne chiamato alle armi nell'aprile 1943. Catturato 1'8 settembre 1943 a Patrasso in Grecia, venne trasportato tramite tradotta ferroviaria fino a Belgrado e poi via Danubio sino in Austria nel Stamlager 17b di Krems. Successivamente venne trasferito in un campo di concentramento nelle vicinanze di Linz. “Volli imparare il tedesco per far valere la mia dignità, per dire loro che non ero una bestia e che la guerra non l'avevo voluta io.- racconta con orgoglio il signor Boccabella- I tedeschi poi mi obbligarono a svolgere il compito di interprete nel campo, incarico che mi permise di aiutare i miei compagni, quale portavoce delle loro necessità ”.
Gino Forconi, nato nel 1924 ad Offagna (Ancona), venne catturato dai tedeschi quando si trovava ad Ancona ancora nella fase di addestramento militare per la Regia Aeronautica. La compagnia di Forconi in blocco non accettò di aderire al regime nazista. Forconi venne così caricato con i suoi compagni su carri bestiame, ed internato a Lichterfelde, stammlager III D, a circa 40 km da Berlino. In Germania fu obbligato a lavorare nell'industria, precisamente presso la Siemens. Anche sul posto di lavoro “gli schiavi di Hitler” erano sottoposti al rigido controllo di sentinelle armate. Forconi rimase nel campo di Lichterfelde fino alla fine di aprile del 1945, quando il campo venne liberato per l'intervento militare dei russi. Per il suo trascorso militare nella Regia Aeronautica, da qualche mese Gino Forconi è stato nominato Presidente Onorario dell'Associazione Arma Aeronautica, sezione di Aprilia.


L'Associazione “un ricordo per la pace”, nel 2011 ha raccolto le video- testimonianze di Boccabella e Forconi ed ha prodotto un dvd per esclusivo uso didattico e culturale dal titolo “La storia degli Internati Militari Italiani” che su richiesta è disponibile gratuitamente per la visione nelle scuole di Aprilia. Tale video è stato proiettato nel Palazzo del Governo a Latina il 27 gennaio scorso durante la cerimonia della consegna delle medaglie d' onore,  cui parteciparono anche il Sindaco di Aprilia il compianto Domenico D'Alessio, ed Ennio Borgia di Aprilia, che fece un toccante intervento in cui raccontò la sua prigionia a Dachau all'età di soli 16 anni.
In quell'occasione vennero assegnate le prime medaglie d'onore a cittadini di Aprilia: Alfio Fiorini ed Ernesto Bonacini. Entrambi erano militari : vennero catturati dai tedeschi in Grecia ed internati in campi di concentramento in Germania. Le medaglie erano state ritirate dagli eredi : il fratello Armando Fiorini e la figlia Elisa Bonacini (autrice di questo articolo).
Nel corso della cerimonia recente del 31 ottobre alla Prefettura di Latina anche la signora Antonietta Luciani, residente a Casalazzara (Aprilia) ha ritirato la medaglia in qualità di erede per il padre Amedeo Luciani, nato nel 1922 a Roma (dove ebbe residenza) e deceduto nel 1991. Luciani venne catturato nel settembre 1943 in Albania ed internato a Dachau fino alla liberazione del campo, avvenuta il 29 aprile 1945 grazie all'intervento degli americani.
Luciani al rientro in Italia scrisse le sue memorie, che sono conservate gelosamente dalla figlia. Così descrive l'arrivo al campo di concentramento : “...Il 19 novembre 1944 scesi dal camion ci portarono a Dachau. Da quel momento cessammo di essere persone umane: eravamo solo dei numeri...”.

Per potere ricevere la medaglia d'onore, anche in qualità di erede, è sufficiente compilare e spedire ( tramite raccomandata all'indirizzo indicato nel sito) una modulistica scaricabile dal sito internet del Governo Italiano, allegando le documentazioni di cui si è in possesso (foglio matricolare del soldato, lettere dal lager, etc), che testimonino l'internamento nei campi di concentramento nazisti dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.

Gino Forconi un IMI ancora vivente




GINO FORCONI: LA STORIA DI UN INTERNATO MILITARE ITALIANO

 di Elisa Bonacini

Il signor Gino Forconi, nato nel 1924 ad Offagna (Ancona), è uno dei pochi IMI, cioè “Internati Militari Italiani” ancora viventi, residente in Via dei Villini ad Aprilia.
Il giovane Gino nelle fertili terre delle Marche  lavorava come mezzadro, cioè contadino sotto padrone. Era giovanissimo, appena  diciottenne, quando nell'estate del 1943, pochi mesi prima dell'Armistizio, partì a malincuore dal suo paese  per esser incorporato  nella Regia Aeronautica.
Aveva la convinzione, come molti ragazzi della sua epoca, dell'inevitabilità dell'evento, dell'impossibilità di ribellarsi a quel destino che altri avevano impostato per lui. Partì con  i suggerimenti del padre ben impressi nella mente :nche il papà  aveva dovuto sopportare la crudeltà della grande guerra 1915-1918.
 Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 si trovava ad Ancona nella  fase di addestramento militare,  in attesa di essere inviato al fronte, in Sardegna. I tedeschi che avevano già provveduto al disarmo della sua compagnia, lo tennero alcuni giorni chiuso nella caserma Villarey ; diedero poi a tutti i militari la possibilità di scegliere se collaborare con i nazisti oppure essere deportati nei campi di concentramento in Germania. La compagnia di Forconi in blocco non accettò di aderire al regime nazista,  fedele al giuramento fatto al Regno d'Italia, ed eroicamente partì per l'ignoto.  Chi al giorno d'oggi avrebbe  ancora questo coraggio?
Vennero così caricati su carri bestiame, e dopo un viaggio durato 5 giorni e 5 notti quasi senza cibo ed in condizioni igieniche miserabili, arrivarono a Lichterfelde, stammlager III D, a circa 30 km da Berlino, in Germania.
Lì vennero subito inquadrati in squadre di lavoro. Erano generalmente lavori duri, massacranti,con turni di lavoro che superavano a volte le 12 ore al giorno. Manodopera a costo quasi pari a 0, di cui  la Germania aveva bisogno in quel periodo  di crisi economica, legata al grave dispendio di risorse utilizzate per affrontare la guerra. Spesso i prigionieri  venivano utilizzati nei rifacimenti di strade, ferrovie e campi volo, resi inagibili dai frequenti bombardamenti e spesso morivano sotto le bombe .Il giovane Forconi fortunatamente venne inviato a svolgere lavoro nell'industria, precisamente presso la Siemens (prodotti elettrici). Anche sul posto di lavoro i prigionieri erano sottoposti al rigido controllo di sentinelle armate.
Intanto i mesi passavano, e la Germania doveva sopportare sempre più bombardamenti da parte sia dei Russi che degli Americani. Nei pressi di Berlino, in un edificio adibito a “disinfezione”, Gino ed alcuni compagni erano  intenti nella igiene personale ed ancora nudi, quando  vennero sorpresi da un forte bombardamento aereo che distrusse tutto il caseggiato. In tre, compreso Gino, riuscirono a fuggire dalle macerie, mentre molti prigionieri ai piani interrati morirono affogati per la rottura dei tubi dell'acqua.  In seguito rischiò ancora la vita: si trovò infatti miracolosamente illeso dopo che una scheggia di bomba gli aveva sfiorato il capo. Ne aveva avvertito il grande calore, ma fortunatamente non ne era rimasto ferito.
Ricorda ancora con commozione  quando in uno dei rari pacchi che gli arrivarono nel lager dai    suoi familiari,  in mezzo alle sigarette tanto desiderate ed a qualche genere alimentare di conforto, trovò una noce, al cui interno c'era un foglio contenente le notizie di quanto avveniva in quei giorni in Italia. Un metodo ingegnoso elaborato dai genitori di Gino: la posta infatti era sottoposta ad un rigido controllo e censura da parte dei tedeschi.
La liberazione del campo avvenne a fine aprile 1945 attraverso l'intervento militare dei russi.
Non sapendo come rientrare in Italia, date le condizioni inagibili delle ferrovie, venne portato dai russi come lavoratore civile in Polonia, dove rimase per circa sei mesi.
Ritornò quindi nelle sue amate Marche nell'autunno 1945. Si emoziona ancora al ricordo dell'abbraccio con il padre, che non avendo più notizie da diverso tempo, aveva temuto il peggio.
Di quelle brutte esperienze Gino che oggi ha 87 anni, parla con tranquillità: esse gli hanno insegnato a dare il giusto peso alle piccole controversie cui nella vita si va incontro.

Il signor Forconi ad Aprilia arrivò nel 1956. Per più di 20 anni ha svolto il lavoro di operatore ecologico nelle vie del centro con grande impegno, tale da ottenere  un riconoscimento dal  compianto Sindaco di Aprilia Luigi Meddi.
 Gino è una persona umile e riservata che ha celato per tanti anni sotto un sorriso bonario il  passato di sofferenze e fatiche subite nel campo di concentramento.
Abbiamo il dovere di ricordare con rispetto il sacrificio della generazione di  Gino Forconi, che dal tragico periodo di guerra  trasse le capacità di riportare il benessere e la democrazia nella nostra Repubblica Italiana.

L'intervista a Gino è compresa nel dvd, : “La storia dimenticata degli Internati Militari Italiani” realizzato dal gruppo di ricerca storica “ Un ricordo per la pace” in un progetto che ha come obiettivo la produzione di una serie di dvd contenenti le testimonianze dei protagonisti ancora viventi della nostra storia contemporanea.






domenica 7 giugno 2015

DIARIO DI GUERRA E PRIGIONIA DI ERNESTO BONACINI

(Testo ricevuto da Elisa Bonacini)


Tra le testimonianze degli Internati Militari Italiani emerge inedita quella contenuta nel diario di guerra e prigionia di Ernesto Bonacini.  Nato a Reggio Emilia nel 1923, si trasferì con  la famiglia ad Aprilia (LT) nel 1967, nella fase del suo sviluppo industriale, dove è deceduto nel 1999.
Partito nel marzo 1943 da Forlì per la Grecia non ancora ventenne, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, rifiutando di optare per la collaborazione con i nazisti venne catturato dai tedeschi presso Atene ed internato nello Stalag IV B di Zeithain in Germania.
Ernesto aveva contratto in Grecia la malaria, a causa di un accampamento strategico del suo battaglione descritto nel diario  in un terreno paludoso , infestato dalla temibile zanzara anofele. Non erano state sufficienti le zanzariere  avvolte strette lungo tutto il corpo a proteggere i militari, consiglio dato loro dai superiori. Le zanzare attaccarono pesantemente  e nei giorni seguenti in moltissimi  subentrarono i sintomi inequivocabili della malattia. Venne quindi ricoverato in un ospedale militare ad Agrinion, dove la malaria regredì dalla fase acuta. Ancora convalescente, apprese in quel contesto la notizia dell'armistizio arrivata via radio alle ore 20 dell'8 settembre attraverso il messaggio del maresciallo Badoglio.
Nel diario di Ernesto sono descritti “in diretta” anche quei momenti determinanti per la sorte dell'Italia .
”Che avverrà di noi, che non siamo che una massa amorfa?”: ecco l'angosciante interrogativo che subito  si pose Ernesto dopo la notizia dell'armistizio.
Infatti, nonostante l'incosciente primo momento di felicità per quella che si riteneva la fine del  conflitto, si apriva  una delle fasi più dolorose della storia della nostra Italia.
Ernesto continuò la scrittura del diario nel lager fino alla fine della guerra.  Riuscì a nasconderlo, sottraendolo con abilità alle numerose ispezioni del suo zaino che avvenivano soprattutto nei trasferimenti di campo e nelle frequenti ispezioni delle baracche.
Il diario é ora un insieme di fogli ingialliti, rilegati dallo stesso Ernesto in quei momenti alla bene meglio con un cordino, ma ancora leggibili abbastanza chiaramente. Lo conservò gelosamente nel proprio comodino a fianco del letto, avvolto in fogli di un vecchio giornale, non permettendo  a nessuno di leggere quali sofferenze  avesse provato nella sua esperienza di guerra e  prigionia.
Solo dopo la sua morte la figlia, con grande emozione,  ne ha potuto leggere il contenuto.
Sono pagine toccanti, che rivelano quelli che furono i sentimenti dei giovani del suo tempo ,che partirono per il fronte intrisi di quei valori di Patria che con l'evolvere della guerra si trasformarono amaramente  nella consapevolezza di essere stati solamente pedine innocenti in folli strategie di guerra.
Il diario di Ernesto è stato recentemente trascritto integralmente dalla figlia Elisa, che sta valutando
la possibilità di una sua prossima pubblicazione.
La figlia Elisa spiega: “È banale descrivere quale emozione ho provato nel leggere quei fogli di carta sbiadita. Giorno per giorno ho vissuto con lui quei momenti. Non immaginavo quanto dolore e sofferenza fisica e psicologica avesse dovuto subire a Zeithain: il dolore per la morte dei compagni, la malattia, il lager, la fame, gli stenti, la fatica per il duro lavoro, la paura di morire ed anche i tradimenti di coloro in cui aveva riposto la sua fiducia.
È quest'ultimo forse il dolore più grande, quello che vede, a causa degli stenti, la degenerazione morale  dell'essere umano, il fratello contro il fratello.
Sempre più emerge dal diario questa amarezza, che si intreccia dolorosamente con l'infrangersi di quei valori, di quegli ideali che a suo tempo gli erano stati trasmessi”. 


(seguono alcune pagine del diario, relative all'8 settembre ed ai primi giorni successivi)

martedì 5 maggio 2015

La Violenza sotto ogni forma sull'uomo va combattuta

Cedu e G8 di Genova
La tortura non va in prescrizione
Antonio Bultrini
29/04/2015
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La Corte europea dei diritti dell’uomo si era già occupata di alcuni aspetti del G8 svoltosi a Genova nel 2001. Sull’uccisione di Carlo Giuliani da parte di un carabiniere, sul respingimento dal porto di Ancona di un gruppo di manifestanti greci e sulle zone della città precluse ai manifestanti, la Corte aveva dato ragione al Governo italiano.

Si attendeva dunque il suo intervento su quanto avvenne dopo il vertice, specialmente in occasione dell’irruzione delle forze dell’ordine nella Scuola Diaz-Pertini e poi nella caserma di Bolzaneto, ove furono recluse centinaia di persone.

Il 7 aprile scorso è arrivata la sentenza sul ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, che la sera del 21 luglio 2001 si trovava nella Scuola Diaz-Pertini (insieme ai manifestanti che il Comune aveva autorizzato a trascorrervi la notte).

Come emerge dagli atti giudiziari italiani, le autorità di polizia avevano deciso di perquisire la Diaz-Pertini alla ricerca di prove a carico di appartenenti ai cosiddetti “black block”, accusati di aver partecipato alle violenze verificatesi nei giorni precedenti.

L’operazione di polizia si trasformò tuttavia in un pestaggio brutale e indiscriminato. La Corte d’Appello di Genova ha parlato di comportamento crudele e sadico da parte degli agenti anti-sommossa, che utilizzarono anche manganelli non regolamentari.

Il ricorso a Strasburgo
Cestaro, che all’epoca aveva 62 anni, fu pestato in modo del tutto gratuito (dato che non aveva opposto resistenza e si trovava seduto a terra con le mani alzate) e riportò varie fratture e danni permanenti.

Per mascherare la brutalità dell’operazione furono fabbricate prove false a carico degli occupanti della Scuola, fatto per il quale sono stati poi condannati diversi funzionari di polizia.

Visto che i giudici italiani si erano già pronunciati e che la stessa Corte europea ha riconosciuto la “fermezza esemplare” della Corte d’Appello e della Corte di Cassazione, perché si è aggiunto l’intervento di Strasburgo?

Premesso che la Corte europea può essere adìta solo dopo l’esperimento dei meccanismi di tutela interni (se potenzialmente efficaci), occorre considerare due aspetti chiave della sentenza:
1) le violenze inflitte al ricorrente hanno costituito tortura (conclusione cui la Corte è giunta sulla base di una giurisprudenza molto articolata; peraltro la stessa Corte di Cassazione aveva già ammesso che le violenze all’interno della Diaz-Pertini potevano essere qualificate come “tortura” ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione europea);
2) gli agenti responsabili delle violenze subìte da Cestaro sono rimasti impuniti e questo per due motivi: la riprovevole assenza di cooperazione della Polizia al fine di identificare gli agenti responsabili (che avevano agito a volto coperto) e la mancanza di codici identificativi degli agenti. A ciò si aggiunge il fatto che i processi a carico dei (pochi) funzionari e agenti imputati per lesioni sono andati in prescrizione.

La prescrizione è dovuta in particolare all’assenza del reato di tortura nell’ordinamento italiano (tranne il Codice penale militare di guerra): i magistrati italiani hanno potuto applicare solo figure di reato - lesioni personali ancorché aggravate - soggette a prescrizione.

La tortura va contrastata seriamente
Il punto è che la tortura costituisce una violazione dei diritti umani così grave che lo Stato non può limitarsi a risarcire civilmente la vittima, come accaduto con Cestaro (che comunque a Strasburgo ha ottenuto altri 45.000 euro per il danno morale), ma deve sanzionare severamente i responsabili sia in sede penale che disciplinare.

La Corte, in sostanza, chiede all’Italia di introdurre il reato di tortura e di adottare un sistema di identificazione degli agenti in servizio di ordine pubblico (seppure con le cautele necessarie a tutelare la loro riservatezza).

A questo riguardo la Corte di Strasburgo non fa che riprendere gli obblighi già previsti dalla Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite (che l’Italia ratificò nel 1989) e ribaditi dall’omonimo Comitato (il coordinamento della Corte europea con gli strumenti delle Nazioni Unite e con il lavoro del Comitato europeo per la prevenzione della tortura è rimarchevole).

La Corte sollecita inoltre l’esclusione della prescrizione per gli atti di tortura: l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione neutralizza infatti la possibilità di sanzionare con la dovuta severità una violazione gravissima, che esige al contrario sanzioni certe e in grado quindi di svolgere anche una funzione deterrente. È chiaro che questo approccio potrebbe riguardare anche altre figure di reato corrispondenti a gravi violazioni dei diritti umani.

Prossimamente Strasburgo si pronuncerà sui ricorsi relativi alla vicenda della caserma di Bolzaneto. Vista anche la durezza con cui al riguardo si è già espressa la Corte di Cassazione, c’è da aspettarsi un’altra severa pronuncia da parte della Corte europea.

Dopo anni di inerzia il Parlamento italiano sembra finalmente intenzionato quantomeno a varare il reato di tortura (il testo - seppure perfettibile - appena approvato dalla Camera è ora in Senato) ed è biasimevole che l’Italia sia tuttora priva di un’autorità indipendente per la tutela dei diritti umani, chiamata a svolgere anche un fondamentale ruolo di impulso e di consulenza in casi come questo.

La materia è importante sia perché altri gravi episodi del genere, seppure su scala minore, hanno continuato a verificarsi, sia nell’interesse delle stesse forze dell’ordine.

Gli agenti di pubblica sicurezza svolgono un lavoro difficile (e malpagato) ma restano dei rappresentanti dello Stato e gli eccessi di una minoranza rischiano di guastarne l’immagine.

È anche una questione di professionalità, oltreché di umanità: come dimostrano le migliori esperienze europee, quanto più le forze dell’ordine sanno dar prova di misura nell’impiegare la forza (dunque ove realmente necessario e senza violenze gratuite), tanto più possono contare sulla fiducia e la solidarietà di una larga parte dell’opinione pubblica - che per l’Italia, ormai, è anche quella europea.

Antonio Bultrini è professore di Diritto Internazionale e Diritti Umani, Università di Firenze.

giovedì 30 aprile 2015

24 aprile 2015. Un anniversario da ricordare. Turchia ed Armenia.

Genocidio armeno
Sotto la lente del diritto internazionale
Marina Mancini
23/04/2015
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La commemorazione del centenario del genocidio armeno avrebbe potuto costituire per la Turchia un’occasione per riconoscere quell’immane tragedia che, durante la prima guerra mondiale, portò alla quasi totale scomparsa della minoranza armena dall’Impero ottomano. Nessun riconoscimento è invece giunto dal Governo turco, fermo nella propria posizione negazionista.

Si stima che circa un milione e mezzo di persone abbiano trovato la morte nell’ambito del piano diretto alla cancellazione della presenza armena dal territorio dell’Impero, orchestrato dal movimento nazionalista dei Giovani Turchi all’epoca al potere e attuato mediante massacri, deportazioni, violenze sistematiche, sottoposizione a condizioni di vita inumane e altri atti volti a provocare l’eliminazione fisica degli armeni.

Il genocidio è commemorato ogni anno in Armenia e in diversi altri Paesi il 24 aprile, in ricordo del giorno in cui nel 1915 molti intellettuali e notabili armeni furono arrestati a Costantinopoli e trasferiti in centri di detenzione, dove vennero in seguito uccisi: evento che segnò l’inizio della campagna di distruzione della comunità armena nell’Impero ottomano.

La posizione turca
La dura reazione del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan al riconoscimento del genocidio da parte di Papa Francesco, durante la messa in San Pietro del 12 aprile scorso, ha riacceso i riflettori su una pagina nera del proprio passato con cui la Turchia si rifiuta ancora di fare i conti.

In un messaggio formulato il 24 aprile 2014, Erdoğan, allora primo ministro, porse per la prima volta le proprie condoglianze ai discendenti delle vittime, inquadrando tuttavia le atrocità subite dagli armeni nell’ambito delle sofferenze patite da tutti i cittadini dell’Impero negli ultimi anni della sua esistenza. La posizione turca è infatti che non si sia trattato di genocidio.

La Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio
Occorre precisare che all’epoca dei fatti il termine genocidio non esisteva nemmeno. Questo fu coniato dal giurista polacco Raphael Lemkin nel 1944. Ad una definizione del genocidio si arrivò nel 1948, quando nell’ambito delle Nazioni Unite fu adottata la Convenzione sulla prevenzione e repressione del crimine di genocidio.

Secondo la Convenzione, la commissione di un genocidio richiede l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso e può avvenire mediante i seguenti atti: uccisione di membri del gruppo; inflizione di gravi sofferenze fisiche o psichiche a membri del gruppo; sottoposizione del gruppo a condizioni di vita dirette a provocarne la distruzione fisica in tutto o in parte; imposizione di misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di bambini del gruppo ad un altro gruppo.

Il trattato di Sèvres
Peraltro, già il 24 maggio 1915 le Potenze alleate condannarono i massacri nei confronti degli armeni, qualificandoli come “crimini contro l'umanità”, e annunciarono di ritenerne personalmente responsabili tutti i membri del Governo ottomano.

Nel trattato di pace firmato a Sèvres nel 1920, la Turchia si obbligò a consegnare alle Potenze alleate gli individui che esse ritenessero “responsabili dei massacri commessi durante lo stato di guerra” nel territorio dell’Impero. Questi avrebbero dovuto essere processati da tribunali istituiti dalle Potenze alleate, salvo che nel frattempo la Società delle Nazioni non avesse creato un tribunale competente a giudicarli (art. 230).

Il Trattato di Sèvres, tuttavia, non entrò mai in vigore. Nel 1923, fu concluso a Losanna un nuovo trattato di pace, che non incorporò le disposizioni in questione.

Il riconoscimento del genocidio
Il genocidio armeno è stato riconosciuto dai Governi e/o dai Parlamenti di numerosi Stati, tra cui la Francia, la Grecia, l’Olanda, la Svezia e l’Argentina.

Il Parlamento europeo lo ha riconosciuto per la prima volta nel 1987. Nella relativa risoluzione, richiamata in quella adottata il 15 aprile scorso, è opportunamente sottolineato che la Turchia attuale non può essere ritenuta responsabile per le atrocità subite dagli armeni nell’Impero ottomano e che pretese risarcitorie nei suoi confronti non possono derivare dal riconoscimento del genocidio come fatto storico.

È questo un punto che il Governo turco non ha evidentemente afferrato, se ancora il 15 aprile, riferendosi al genocidio armeno, Erdoğan ribadiva che la Turchia non avrebbe mai accettato “una tale macchia”.

Alla luce di ciò, la proposta, da lui stesso formulata l’anno scorso, di una commissione storica, composta da studiosi turchi, armeni e di Stati terzi, che ricostruisca i fatti sembra essere solo un espediente per cercare di evitare la condanna della comunità internazionale e, di fatto, non è stata finora seguita da passi concreti.

Il riconoscimento del genocidio armeno da parte di Ankara appare in ogni caso indispensabile per la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia, che è a sua volta ritenuta importante ai fini dell’ammissione della Turchia nell’Unione europea, come sottolineato da una portavoce dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini. Un cambiamento di passo da parte del Governo turco sulla questione potrebbe pertanto contribuire a dare nuovo impulso ai negoziati sull’ammissione.

L’Italia, che è un importante partner commerciale di Ankara, invece di limitarsi alle prudenti dichiarazioni dei giorni scorsi nel timore di ritorsioni turche, potrebbe utilizzare la propria posizione per esercitare una sapiente azione diplomatica diretta a favorire tale cambiamento. Naturalmente, occorrerebbero volontà politica e persone capaci.

Marina Mancini è docente di Diritto internazionale penale nel Dipartimento di Giurisprudenza della Luiss Guido Carli e ricercatrice di Diritto internazionale nel Dipartimento di Giurisprudenza ed Economia dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

sabato 25 aprile 2015

Aprilia: reso omaggio ai protagonisti di 70° anni fa

L’iniziativa ha ottenuto la concessione del logo ufficiale delle celebrazioni del 70° Anniversario della Guerra di Liberazione

Questa mattina, in occasione della celebrazione di domani, 70° anniversario della Liberazione Nazionale dall’occupazione nazi-fascista, si è svolta la manifestazione “600.000 “NO!” – La resistenza dei nostri militari internati” presso l’Auditorium dell’Istituto di Istruzione Superiore “Carlo e Nello Rosselli” di Aprilia.
Questa manifestazione è stata organizzata dall’Associazione “Un ricordo per la pace” e ha ottenuto la concessione del logo ufficiale delle celebrazioni del 70° Anniversario della Resistenza e della Guerra di Liberazione.
Nel corso dell’evento è stata possibile una visita pubblica all’esposizione bellica permanente denominata: “Un ricordo per la pace” sul tema “Aprilia in guerra:la battaglia di Aprilia”. Inoltre, sono stati proiettati alcuni documentari, tra cui il video-documentario “Schegge di Memoria”, realizzato in occasione della cerimonia organizzata dalla Prefettura di Latina per la giornata della Memoria del 27 Gennaio scorso .
Fusco Generale Coltrinari Elisa Bonacini Boccabella  Fiorini
Nei filmati le testimonianze di ex Imi di Aprilia e della Provincia di Latina che hanno ricevuto recentemente la medaglia d’onore.
La vice-preside Prof.ssa Aurora Scopelliti ha fatto gli onori di casa in vece della Dirigente, assente per pregressi impegni, complimentandosi con gli organizzatori per l’iniziativa e accogliendo cordialmente i gentili ospiti.
Hanno partecipato, inoltre, anche gli ex internati militari Aldo Boccabella e Domenico Fusco, residenti ad Aprilia, che hanno ricevuto recentemente la medaglia d’onore e Fernando Vitali e Franco Tantari di Aprilia, che hanno ricevuto recentemente l’onorificenza del Governo Italiano in qualità di eredi dei genitori, rispettivamente Guido Vitali e Sante Tantari, militari deportati nei campi nazisti dopo l’8 settembre 1943.
Dopo le toccanti testimonianze dirette degli ex deportati di Aprilia, a seguito il racconto di Armando Fiorini, ancora residente in località Crocetta di Carano ad Aprilia, testimone dei tragici combattimenti nel territorio apriliano nei quali perse la vita nel febbraio 1944 la sorella Giuseppina di soli 18 anni.
La manifestazione è stata onorata anche dalla presenza dell’Arma dei Carabinieri: è intervenuto il Comandante dei Carabinieri del Reparto Territoriale di Aprilia Tenente Colonnello Andrea Mommo e il Comandante della Stazione Carabinieri di Aprilia Maresciallo Michele Piccione.
A chiusura della manifestazione un momento commemorativo con la deposizione di un omaggio floreale al monumento in memoria di Eric Fletcher Waters e dei caduti dispersi della battaglia di Aprilia ubicato nel piazzale dell’Istituto.

venerdì 24 aprile 2015

Ricerche su Sante Tartari. Internamento in Germania


Foglio Matricolare di Sante Tartari nato il 20 aprile 1016 ed internato in Germania dal Settembre 1943 all'aprile 1945.
 Da questo documento non si evince ove è stato internato, in quale lager o in quali lager ne altre notizie


Il figlio Franco Tantari sta conducendo ricerche per conoscere 
aspetti particolari dell'Internamento del Padre.
 In data 27 gennaio 2015 presso la Prefettura di Latina è sta consegna la Medaglia al Valore alla Memoria come segno di apprezzamento e stima per Sante Tantari



Franco Tantari, ad Aprilia il 24 aprile 2015
Chi avesse notizie sull'internamento di Sante Tantari è pregato di comunicarle a:
 Franco Tantari (francotantari@outlook.it)

La Associazione "Un Sorriso per la Pace"
ringrazia per l'attenzione prestata

Aprilia: I 600000 no. Celebrata la Guerra di Liberazione


ALDO BACCABELLA E DOMENICO FUSCO. ALDO BOCCABELLA INTERNATO IN AUSTRIA, A BOLERWERK DAL SETTEMBRE 1943 ALL'APRILE 1945, CLASSE 1923, NON ADERENTE ALLA RSI, AVENDO PERALTRO UN FRATELLO CHE ENTRO NELLE FILA DELL'ESERCITO REPUBBLICHINO E MORTO DURANTE IL BOMBARDAMENTO A CENTOCELLE ROMA IL 20 GENNAIO 1944.
a sinistra Aldo Boccabella e  a destra Domenico Fusco 
DOMENICO FUSCO, INTERNATO A LIPSIA, CATTURATO A SCARPANTO, GRECIA, IL 10 SETTEMBRE, FU PORTATO AD ATENE E DA QUI IN GERMANIA A MAINFILED. NON HA ADERTO ALLA REPUBBLICA SOCIALE. 
Armando Fiorini, classe 1933
ARMANDO FIORINI E' UN TESTIMONE DEL TERRITORIO. GIUNTO DAL VENETO NELLE PIANURE PONTINE NEL 1933 CON LA SUA FAMIGLIA CHE ERA ASSEGNATARIA DEI PODERI DELLA BONIFICA, HA AVUTO IL FRATELLO MORTO IN UN CAMPO DI INTERNAMENTO IN GERMANIA; LA SORELLA E' SCOMPARSA DURANTE I COMBATTIMENTI DEL 1944 SULLA TESTA DI PONTE DI ANZIO; IL PADRE, NEL PRIMISSIMO SECONDO DOPOGUERRA, MENTRE ARAVA IL SUO CAMPO FU UCCISO DA UN PROIETTILE SEMIINTERRATO. UNA FAMIGLIA CHE HA DATO MOLTO.
Omaggio ai Caduti di tutte le Guerre
RICORDARE IL 25 APRILE DATA ANNIVERSARIA DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE RENDONDO OMAGGIO A CHI, NEI VARI FRONTI, L'HA REALMENTE COMBATTUTA FORTIFICA IL SENSO DI APPARTENENZA AD UNA NAZIONE CHE DALLE SUE TRAGEDIE E DAI SUOI ERRORI HA SAPUTO RINASCERE E RIPRENDERE A VIVERE
 Domenico Fusco rende omaggio posando un fiore ai piedi del cippo. Elisa Bonancini, presidente
della Associazione "Un ricordo della Pace" lo accompagna

L Presenza dell'Arma dei Carabinieri ai massimi livelli di Aprilia sottolinea come questa Istituzione, fedele nei secoli, sia permeata da altissimo senso di appartenenza e di partecipazione, vero simbolo della nostra Nazionale nei momenti focali della vita collettiva
Una nota sarà pubblicata dal 25 aprile p.v.

mercoledì 22 aprile 2015

L'Associazione Un Ricordo per la Pace: .. e le Istituzioni?

APRILIA, L'APPELLO INASCOLTATO DEL PRESIDENTE DELL'ASSOCIAZIONE

La collezione di reperti di guerra della famiglia Bonacini pronta ad essere accolta fuori città

Dopo il silenzio dell'amministrazione all'aut aut lanciato mesi fa, si prende in considerazione le manifestazioni di interesse di altri Comuni di Lazio e Marche

La collezione di reperti di guerra della famiglia Bonacini pronta ad essere accolta fuori città
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Aprilia
Il Comune di Aprilia rischia di perdere la collezione dei reperti di guerra di proprietà della famiglia Bonacini. Allo scadere dell’Ultimatum lanciato il 12 settembre 2014, il presidente dell’Associazione Un ricordo per la pace, Elisa Bonacini, in assenza di una risposta da parte dell’esecutivo apriliano sul reperimento di un luogo dove esporre il resto della collezione di reperti appartenuti al fratello Ostilio Bonacini e risalenti alla guerra d’Africa e alla Seconda Guerra Mondiale e sull’acquisto delle teche in vetro necessarie per ospitare i reperti storici che in quel caso verrebbero donati all’ente, ha iniziato a valutare le numerose offerte pervenute da altri comuni del Lazio e delle Marche, che si sono detti disponibili ad accogliere la collezione nei propri spazi museali.
LA COLLEZIONE Nella lettera protocollata il 12 settembre 2014, Elisa Bonacini aveva lanciato un ultimatum, chiedendo all’amministrazione apriliana di accettare la donazione, vedendosi costretta in caso contrario a cedere il materiale ad altre città. 300 pezzi, solo nell’aprile 2013, furono collocati nell’esposizione permanente “La battaglia di Aprilia” allestita presso l’aula magna dell’Istituto Carlo e Nello Rosselli, con la sola spesa per l’ente delle teche in vetro e dei manichini necessari per accogliere i materiali. Altrettanti pezzi però sono rimasti fuori e la mancata risposta delle civiche all’appello lanciato mesi fa dal presidente dell’associazione, rischia ora di far perdere alla città un altro pezzo di storia legata al territorio.