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giovedì 29 agosto 2019

Famiglia Filipponi. Una storia





Camilla Filipponi, studentessa della V F all’Istituto “Colomba Antonietti” di Roma, durante la Giornata della Memoria” ha portato alla attenzione dei suoi compagni questa breve nota che traccia le vicende di una famiglia, ebrea, in fuga durante la guerra.  Come una ragazza di 18 anni percepisce e vive quei avvenimenti emerge dalle righe sotto riportate.  Noi siamo sempre convinti che, andando al di là del valore letterario, di ricostruzione storico-scientifico, il dato da sottolineare che una giovane della quarta generazione successiva a quella dei protagonisti “vive” quei avvenimenti e vi partecipa. Crediamo che sia un esempio di come la Memoria venga preservata ed alimentata. Con gli anni Camilla, e tante ragazze e ragazzi come lei, elaboreranno in modo più articolato questa Memoria e saranno testimoni nel tempo partecipi e consapevoli di quello che è stato. (n.d.r.)

Breve Storia di una famiglia in guerra
di Camilla  Filipponi

Si chiama Angelo Di Cave ed è di religione ebraica,  all’epoca dei fatti la famiglia era composta da padre, madre e tre sorella più grandi.
Vivevano a Velletri ( in provincia di Roma, nell’area dei Castelli Romani), dove il  padre,  insieme al fratello, avevano avviato due grandi negozi di tessuti e abbigliamento, una fabbrica di mobili con 3 grandi magazzini e una fabbrica di reti per letti.
Erano quindi una famiglia molto agiata, pur facendo una vita molto semplice a causa naturalmente della guerra. Quando furono promulgate le leggi razziali,  le sue sorelle furono espulse dalla scuola statale, nonostante avessero ottimi voti, mentre lui iniziò privatamente la prima elementare.
 Il Fascio (inteso qui come l’Autorità politico amministrativa, n.d.r.) concesse al padre alcune piccole deroghe in quanto più volte ferito nella guerra del 1915/1918. Rinunciò alla  pensione di invalidità, in quanto sosteneva che dopo la guerra,  la Patria aveva più bisogno di lui,  che lui dei loro soldi ed è per questo che rinunciò  ad ogni piccolo privilegio che veniva concesso dallo Stato perché non voleva servirsi dei loro favori, l’unica cosa che avrebbe voluto era la libertà.
A Giugno del 1943 si trasferirono tutti insieme presso la  famiglia dello zio, nella villa in campagna sempre fuori  Velletri,  perché l’aviazione Inglese bombardava incessantemente il centro del paese in quanto la cittadina era un’importante stazione ferroviaria, usata dai tedeschi per lo scambio delle truppe.
I primi giorni del mese di settembre dello stesso anno,  il commando tedesco di Roma stabilì che la Comunità Ebraica doveva versare 50 kg di oro in cambio della  non persecuzione e deportazione degli ebrei romani.  Grazie anche alle offerte di molti cattolici riuscirono in tre giorni a raccogliere i  50 kg di oro e consegnarli ai  Tedeschi, i quali riconfermavano quanto da loro promesso.
Dopo circa un mese da questi fatti, alle ore 5,00 della mattina del  16 Ottobre, anche gli ebrei romani furono strappati dalle loro case e dai loro parenti senza distinzione tra uomini, donne, bambini, neonati e anziani. Durante questo triste rastrellamento,  furono presi i suoi nonni materni ( la nonna morì  prima di arrivare in Germania, mentre in nonno di professione giornalista, riuscì a sopravvivere per alcuni mesi nel campo di sterminio di Auschwitz , dove poi fu ucciso nelle camere a gas), poi furono prese le sorelle del padre con i mariti e quattro figli di otto,sei, quattro e due anni. Successivamente  persero  il fratello sempre del papà con la moglie e le bambine di tre e due anni,  i due zii della madre ed infine altre undici persone di famiglia.  Di tutte queste persone elencate,  nessuno è tornato dai campi di concentramento.
Fortunatamente tutta la sua famiglia si salvò,  nonostante questi lunghi e interminabili nove mesi di fughe e persecuzioni,  furono costretti a continui spostamenti, sempre sparsi per le campagne di Velletri.
Ricorda che trascorsero  25 giorni in una grotta insieme  con altre 40 persone di Velletri, di cui alcune gravemente ferite,  altre molto malate, naturalmente tutto ciò senza ricevere le dovute cure.  In quei giorni vissuti al buio e freddo, non avevano niente  dove potersi riposare,  infatti   la notte dovevano dormire sdraiati a terra come bestie, nell’umidità e nella sporcizia, non  potevano uscire a cercare cibo perché  la grotta si trovava in un luogo situato  tra le truppe tedesche,  posizionate a circa 300 metri di fronte,  e le truppe americane posizionate alle loro  spalle a circa un chilometro, i due schieramenti si sparavano giorno e notte  ininterrottamente, finchè un giorno,  le truppe  americane riuscirono a colpire la posizione tedesca, ma si allontanarono senza liberarli.
 Durante questi 25 giorni  sia lui che la sua famiglia soffrirono la fame,  è ciò che  ricorda tristemente,  ma  solo oggi,  a distanza di  anni  lo giustifica,  fu il fatto che allora,   ognuno pensava solo a se stesso . Infatti  anche se alcune delle  persone presenti con lui nella grotta avevano da mangiare, queste non lo divisero con nessuno,  perché  in quei terribili giorni,  non si sapeva che fine uno avrebbe fatto,   non sapevi quanto  dovevi  stare nascosto, non sapevi  se ti avrebbero liberato gli americani  o saresti stato catturato dai tedeschi, quindi dovevano  sopravvivere con quel poco da mangiare che avevano, quindi   si viveva alla giornata.
Per  concludere questa breve storia, la quale credo sia servita  ad offrire un ulteriore testimonianza degli stati d’animo di quel periodo i quali hanno segnato la storia Italiana e non solo, il Sig. Di Cave ricorda che Velletri  fu distrutta al 90%, e tutto ciò che possedevano   tra le aziende e le case,  fu  distrutto dai bombardamenti e saccheggiato. Loro per i primi mesi post-guerra riuscirono a sopravvivere  grazie  all’aiuto di alcuni parenti che vivevano a Roma,  e  che fortunatamente erano riusciti a salvare almeno la casa.






lunedì 22 luglio 2019

Vasco Rossi con il Padre, internato in Germania


Medaglia d'Onore per gli Internati MIlitari Italiani in Germania


Medaglia d'Onore al Padre di Vasco Rossi



UNA INIZIATIVA DI ELISA BONACINI

Medaglia d’Onore al papà di Vasco Rossi internato militare in Germania
la lettera dell’Associazione “Un ricordo per la pace”

 Giovanni Carlo Rossi tra i 650 000 IMI che dissero NO al nazismo; a loro dedicata l’onorificenza concessa su decreto del Presidente della Repubblica


Medaglia d’Onore a Giovanni Carlo Rossi papà del cantante Vasco Rossi. È quanto si prefigge come obiettivo l’associazione “Un ricordo per la pace” nell’ambito del progetto “MEMORIA AGLI I.M.I”. Il tentativo di contatto con Vasco attraverso una lettera inviata ai media. L’associazione apriliana svolge attività di ricerca storia e divulgazione dei tragici avvenimenti delle guerre mondiali ed ha realizzato numerose iniziative culturali in territorio laziale. È curatrice di una mostra  permanente  sulla Battaglia di Aprilia, oltre 300 reperti storici provenienti dalla collezione privata di   Ostilio Bonacini. Nel 2014 “Un ricordo per la pace” ed il veterano britannico Harry Shindler furono  i promotori del Memoriale dedicato al padre del musicista Roger Waters (Eric Fletcher Waters) disperso ad Aprilia nei cruenti combattimenti del 1944 aventi come finalità la liberazione di Roma.
Dal 2011 “Un ricordo per la pace” assiste gratuitamente gli aventi diritto nelle richieste della Medaglia d’Onore, onorificenza concessa ai cittadini italiani militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti ai quali, se militari, è stato negato lo status di prigionieri di guerra.
L’attenzione dei ricercatori dell’associazione è rivolta ora alla storia del papà di Vasco Rossi.
Vasco: un nome insolito che, come dichiarato dal cantante, fu scelto dal padre in omaggio ad un compagno di prigionia che gli aveva salvato la vita durante un bombardamento in Germania, durante la seconda guerra mondiale.
Giovanni Carlo Rossi fu uno dei 650.000 IMI (Internati Militari Italiani) che sui vari fronti dissero NO al nazismo dopo l’armistizio dell’Italia l’8 settembre 1943 e pertanto catturati dai tedeschi e deportati nei campi di concentramento in Germania, obbligati a lavorare per l’economia di guerra nazista. Uno degli eroi, Giovanni Carlo, di una resistenza per molti anni oscurata. Un’oblio perpetuato nei confronti degli IMI fino all “istituzionalizzazione” della memoria che in Italia arrivò di fatto con la legge n. 296 del 27 dicembre 2006. È con questa legge che lo Stato Italiano ha previsto per gli ex internati la concessione della Medaglia d’Onore a titolo di risarcimento morale per la fedeltà alla Patria; concessa su richiesta degli eredi (pochissimi gli IMI ancora viventi) tramite decreto del Presidente della Repubblica.
Giovanni Carlo Rossi venne catturato all'isola d'Elba con i suoi commilitoni probabilmente il 17 settembre 1943 giorno della resa dopo i bombardamenti degli Stukas nazisti che costarono la vita ad oltre 100 persone tra militari e civili. I militari vennero detenuti dai tedeschi nella Caserma “Vittorio Veneto” a Portoferraio fino alla deportazione nei campi di concentramento in Germania nell'ottobre 1943. Giovanni Carlo venne internato in un campo nei pressi di Dortmund.
Nella lettera indirizzata a Vasco, scrive Elisa Bonacini a sua volta figlia di IMI e presidente di “Un ricordo per la Pace” : “Noi non ci conosciamo, Vasco, ma abbiamo qualcosa in comune. Nel nostro DNA un po’ della forza dei nostri padri, del loro coraggio. I nostri papà tra i 650 000 soldati italiani che per fedeltà alla Patria, allora Regno d’Italia, dissero NO al nazismo e preferirono subire la prigionia nel lager, costretti al duro lavoro per la Germania. Fortunati entrambi nel ritornare a casa, seppure l’ombra di loro stessi, smagriti ed irriconoscibili”. Continua Elisa nel proporre la richiesta della Medaglia IMI : “Lo so, Vasco per alcuni questa onorificenza è solo un pezzo di latta, ma vedi… è lo Stato italiano che si inchina davanti al sacrificio di questi italiani; io credo significhi molto, che anche tuo padre ne sarebbe orgoglioso.” Termina Elisa con un appello: “Caro Vasco, tu, seppur inconsapevolmente sei il più celebre dei testimonial per accendere i riflettori sulla storia degli IMI . Troppi anni di oblio. Chi meglio di te può farlo?” .
Si attende ora un riscontro del cantante, notoriamente molto legato al padre scomparso nel 1979, quando Vasco era ancora agli esordi della sua straordinaria carriera. La richiesta dell’onorificenza che potrebbe partire a suo nome o di un familiare un modo di dimostrare ulteriormente l’affetto e la stima per un uomo che tanto ha trasmesso a Vasco, i veri valori della vita.

LA LETTERA

Ciao Vasco,

Sono Elisa Bonacini, presidente dell’Associazione “Un ricordo per la pace”. Sono di Reggio Emilia, ma risiedo ad Aprilia (LT) dove mio padre si trasferì per motivi di lavoro quando ero una bambina.
Noi non ci conosciamo, Vasco, ma abbiamo qualcosa in comune. Nel nostro DNA un po’ della forza dei nostri padri, del loro coraggio. I nostri papà tra i 650 000 soldati italiani che per fedeltà alla Patria, allora Regno d’Italia, dissero NO al nazismo e preferirono subire la prigionia nel lager, costretti al duro lavoro per la Germania. Fortunati entrambi nel ritornare a casa, seppure l’ombra di loro stessi, smagriti ed irriconoscibili. Ho letto che hai il nome di un compagno di prigionia di tuo padre che gli salvò la vita in un bombardamento. Fu il suo modo di ringraziarlo e questa cosa gli fa davvero onore.
Volevo con questa mia comunicarti (qualora non ne fossi a conoscenza) che dal 2007 gli Internati Militari Italiani (IMI) viventi e/o i loro familiari possono richiedere un’onorificenza specificamente dedicata, la Medaglia d’Onore, che viene conferita su decreto del Presidente della Repubblica.
Sarei lieta di poter essere di aiuto anche a te, come decine di IMI e loro figli/discendenti che ho coinvolto in questa iniziativa e che ho assistito gratuitamente nelle ricerche storiche sui propri familiari e nelle pratiche necessarie per la richiesta della medaglia. Lo so, per alcuni è solo un pezzo di latta, ma… Vasco, vedi… è lo Stato italiano che si inchina davanti al sacrificio di questi italiani; io credo che significhi molto, che anche tuo padre ne sarebbe orgoglioso. L’ho ricevuta per mio papà nel 2011, anche lui non era più in vita. Il cuore mi batteva a mille durante la cerimonia di consegna, non riuscivo neanche a parlare, a rispondere con parole sensate alle domande del Prefetto. Io che ho potuto leggere il suo diario di guerra solo dopo la morte, nascosto nel suo comodino, avvolto in fogli di un vecchio giornale, il suo diario segreto. I miei genitori erano schivi a mostrare i propri sentimenti e quel diario forse papà lo riteneva l’icona della sue fragilità, lui che aveva voluto sempre dare di sé un’immagine inflessibile e severa. Come tutta quella generazione. Da lì la mia vita è cambiata, lì è iniziata la mia passione per la storia e la mia attività di ricerca sugli Internati militari Italiani. È così che ho dato vita alla mia associazione, che molto sta lavorando con diverse iniziative anche nelle scuole, con i ragazzi, per non dimenticare il sacrificio di tanti uomini per la nostra libertà. Una delle iniziative più importanti di cui sono stata promotrice con l’amico veterano britannico Harry Shindler è stata la realizzazione di un Memoriale dedicato al padre di Roger Waters, Eric Fletcher Waters, morto ad Aprilia nei combattimenti del 1944. Curo anche un’esposizione museale sulla Battaglia di Aprilia (1944) denominata “Un ricordo per la Pace”. Patrocinata dal Comune di Aprilia accoglie la collezione storica sulla seconda guerra mondiale di mio fratello Ostilio , scomparso nel 1999.
Volevo  informarti che sto portando avanti una ricerca sul campo di Dortmund e quelli limitrofi; mi stanno aiutando alcuni amici storici della “Sapienza” di Roma. Sarei felice di darti presto i risultati della ricerca. Se ti fa piacere, ovvio.
Poi… come posso non dirti che le tue canzoni sono troppo forti, che hanno accompagnato la mia vita come quella di milioni di persone. Ma questo lo sai già.
Attendo di poter scambiare due parole con te, e spiegarti meglio. Rendi onore alla memoria di tuo padre e di tutti gli altri. Caro Vasco, tu seppur inconsapevolmente, sei il più celebre dei testimonial per accendere i riflettori sulla storia degli IMI. Troppi anni di oblio. Chi meglio di te può farlo?
La mia attività la puoi vedere in internet, ho anche una pagina dedicata, dove puoi contattarmi :

Saluti cari alla tua mamma, ciao da Elisa.

domenica 30 giugno 2019

Museo dell'Ebraismo. Eventi.

Committenza femminile ebraica tra Ferrara e Mantova nel Rinascimento
Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEISHOP
Via Piangipane, 81 - Ferrara
Andreina Contessa, Direttore del Museo Storico e Parco del Castello di Miramare, introduce il suo volume“Mantova e Gerusalemme”, edito da Giuntina (Firenze, 2017).
Per quasi otto anni Chief Curator del Museo di Arte Ebraica Italiana U. Nahon di Gerusalemme, Contessa intesse un affascinante racconto a partire dalla vicenda di Consilia Norsa, la committente di una delle più antiche arche sante del mondo, attiva dalla prima metà del ‘500. La ricostruzione getta nuova luce su una delle rarissime testimonianze della committenza ebraica femminile: un caso affascinante e misterioso che coinvolge Ferrara, la città di Consilia, e Mantova, sede della sinagoga alla quale era stata destinata l’arca. Di particolare importanza anche la scoperta del libro di preghiere della Norsa, riccamente miniato e custodito ora a Parigi, da cui Contessa trae nuovi interessanti indizi sul ruolo delle donne nel Rinascimento.
Sulle tracce della donatrice di quest’arca, si percorrono le storie di tutte le arche mantovane oggi custodite a Gerusalemme, scrivendo una nuova pagina sulle comunità ebraiche rinascimentali al tempo dei Gonzaga e degli Este.
Dialoga con Contessa il Direttore del MEIS Simonetta Della Seta.

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Nicole Abravanel
giovedì 25 luglio
ore 17.00
ingresso gratuito
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Daniela Abravanel
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Michela Ebreo
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Evelina Meghnagi
VOCI AL FEMMINILE DAL RINASCIMENTO EBRAICO
Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEISHOP
Via Piangipane, 81 - Ferrara
A dare nuova vita alle voci al femminile dal Rinascimento ebraico sono alcune donne di oggi, discendenti dal retaggio sefardita che portano al MEIS parole, idee, tradizioni, filosofia, scienza e musica, sulla scia delle donne ebree rinascimentali. Nicole, Daniela e Michela, tutte e tre discendenti della gloriosa dinastia degli Abravanel, la famiglia che tra il XV e il XVI secolo ha intessuto le sue travagliate vicende personali con la Storia, conoscendo la gloria e la sfortuna, gli onori e le umiliazioni.
Introduce l'incontro, moderato dalla direttrice del MEIS Simonetta Della Seta, la studiosa parigina Nicole Abravanel  che illustra l’arrivo della cultura sefardita nella città di Ferrara dopo l’espulsione degli ebrei dai territori spagnoli a partire dal 1492 (traduzione a cura di Giulio Stabellini). La cabalista ed ebraista Daniela Abravanel, la quale giunge dal Messico, delinea il profilo della sua mitica antenata: donna Benvenida Abravanel, tutrice e vero e proprio punto di riferimento della duchessa di Toscana Eleonora, la sposa di Cosimo I de Medici. Dalla vicenda di Benvenida si dimostra come i valori delle donne ebree dell'epoca siano ancora forti ed attuali nel presente, attraverso la filosofia, la psicologia, l’insegnamento ai figli e la cabalà. L'esperta di neurolinguistica Michela Ebreo, discendente da Leone Ebreo (la cui celebre opera i “Dialoghi d'amore” è esposta al MEIS) svela quindi il retaggio scientifico proveniente dal mondo sefardita femminile rinascimentale.
Il pomeriggio si conclude con il concerto (a partire dalle 19.00) della cantante e attrice Evelina Meghnagi dedicato alle musiche sefardite e soprattutto alla straordinaria figura di Dona Gracia Nasi: splendide arie che fanno fare un viaggio agli ascoltatori sia nel tempo che nell’anima femminile.
APERTURA STRAORDINARIA E GUIDA TEMATICA.
In occasione dell'evento “Voci al femminile dal Rinascimento ebraico”, il MEIS resta aperto fino alle 22:00con uno speciale percorso guidato incentrato sulla storia delle donne ebree nel Rinascimento, tra sfide, emancipazione e ingegno. 
La visita guidata ha una partenza fissa alle ore 21.00(ritrovo in biglietteria alle 20.45). Costo della visita guidata 5,00 euro a persona, oltre al prezzo del biglietto, gratuito per bambini fino a 6 anni (costo del biglietto escluso).

domenica 16 giugno 2019

90° anniversario della nascita di Anna Frank



Nel 90esimo anniversario della nascita di Anne Frank comunichiamo i nostri progetti ad Aprilia.



Un cordiale saluto,
Elisa Bonacini 
pres. Ass. Un ricordo per la pace- Aprilia
cell.3280751587

venerdì 7 giugno 2019

Ricordato un testimone di tempi bui




DACHAU SALUTA ENNIO BORGIA


LA LETTERA DEL BORGOMASTRO FLORIAN HARTMANN

“ Ennio testimone inesorabile delle barbarie subite, ma portatore di pace e rispetto reciproco”





“Non solo un prezioso testimone Ennio, ma un amico cui dobbiamo molto per l’inesorabile testimonianza nelle scuole italiane, portatore di pace e rispetto reciproco.”
Parole toccanti quelle del giovane sindaco di Dachau  Borgomastro Florian Hartmann  nella lettera pervenuta alla famiglia di Ennio Borgia, scomparso lo scorso 20 maggio.  Aveva sedici anni Ennio quando nel febbraio 1944 venne catturato a Sagrado e  deportato nel lager di Dachau in Germania. Fu prigioniero nella baracca 25, quella degli italiani; venne liberato dagli americani il 29 aprile 1945.
Orfano di madre era partito da Roma per ricongiungersi con il fratello Edelberto, aviere della Repubblica Sociale presso Venaria Reale (TO) ma giunto nei pressi dell’aeroporto trovandosi nel mezzo di una sparatoria era scappato per caso dalla parte di alcuni partigiani monarchici che lo avevano incorporato nella giovane formazione ancora inesperta e mal armata.
Una storia che ha dell’incredibile e che è stata  racchiusa in un video dall’associazione “Un ricordo per la pace” ed in una pubblicazione ancora inedita a cura di Elisa Bonacini che nel 2011 scoprì la sua storia.
“Ennio- scrive  il Borgomastro Hartmann - è stato testimone delle barbarie subite nel campo anche per chi non è sopravvissuto. Ora ha raggiunto i suoi compagni lasciando un grande vuoto in tutte le persone che l’hanno conosciuto e amato. Come primo cittadino della Città di Dachau, insieme alla mia fidanzata Julia esprimo alla moglie Speranza e alla figlia Adna il mio profondo cordoglio ed il mio abbraccio nel grande dolore.”
Il 29 ottobre 2014 Hartmann con una rappresentanza della città bavarese era stato ospite dell’amministrazione comunale di Aprilia per poi recarsi al Cimitero militare germanico di Pomezia. Era stata deposta una corona d’alloro sulla tomba di Dachau Georg Ludwig Ziegler di soli 21 anni, caduto nei combattimenti il 3 febbraio 1944.

“La sua storia - aveva detto in quella occasione Hartmann- rappresenta la tragedia dei tanti ragazzi di tutte le nazionalità comandati a combattere senza sapere forse neanche chi dovessero combattere, ed il dolore della mamme, delle famiglie straziate da queste perdite. Rappresenta la tragedia delle guerre passate, ma anche di quelle di oggi in cui tanti ragazzi continuano ancora a morire. La presenza di questi sacrari ci fa capire l'inutilità e la brutalità della guerra”.  Alla cerimonia avevano partecipato il Sindaco di Aprilia Antonio Terra, il Sindaco di Fondi Salvatore De Meo, l'Assessore al turismo Beniamino Maschietto con una delegazione del Comune di Fondi  gemellato dal 1998 con la città di Dachau. Nel gruppo era presente Tanja Jorgensen Leuthner, dirigente nel settore turismo e cultura di Dachau. Era stata Tanja nel 2011 ad accogliere l’appello della Bonacini che segnalava la presenza ad Aprilia di un ex prigioniero ancora vivente. Venne poi invitato Ennio in più occasioni a Dachau per partecipare alle cerimonie della liberazione del campo.
La Bonacini : “Auspico che tra le città di Aprilia e Dachau possa continuare questo rapporto di amicizia, a comune condanna di uno dei periodi più bui della nostra storia. Mai più guerra. Mai più lager.”


sabato 1 giugno 2019

.Festa di Shavuòto delle Settimane.


La sera di sabato 8 giugno comincia, secondo il calendario ebraico, la Festa di Shavuòto delle Settimane. 
È una delle tre Feste di Pellegrinaggio (PesachShavuotSuccot) in cui ogni ebreo, quando esisteva il Santuario, doveva recarsi a Gerusalemme.
Era obbligo portare in offerta al Santuario le primizie (bichurìm) della Terra, di quanto si era coltivato: "Porterai alla casa del Signore tuo Dio la primizia dei primi prodotti della tua terra" (Esodo 34:26); "Poi celebrerai la Festa delle Settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò in cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto" (Deuteronomio 16:10).
Shavuot è, infatti, la festa del raccolto o, per essere più precisi, della mietitura. Essa conclude il ciclo iniziato con Pesach, che è anche Festa della Primavera, della rinascita della Terra.
Contrariamente a Pesach e a Succot, che comportano molti obblighi (mangiare l’azzima la prima sera, astenersi dal contatto con ogni cosa lievitata per sette giorni, raccontare l’esodo dall’Egitto, ai tempi del Santuario sacrificare un capretto o un agnello per Pesach, costruire capanne e dimorarvi, agitare durante la preghiera mattutina un manipolo di specie vegetali ben specifico di Succot), la Festa di Shavuotnon prevede particolari obblighi, oltre a quello dell’offerta delle primizie.
Forse proprio per questo, Shavuot è una ricorrenza che nel corso del tempo è stata riempita di significati ulteriori e di tradizioni. Innanzitutto, il giorno di Shavuot fu identificato dai maestri della Mishnà e del Talmùd come quello in cui Dio consegnò la Torà (l’Insegnamento, ovvero il Pentateuco) a Mosè sul Monte Sinai. Secondo una pratica iniziata a Salonicco nel XVI secolo da Shelomo Alqabetz, l’autore dell’inno Lekhà Dodì con cui si apre lo Shabbat, e da Yosef Caro, il grande codificatore della legge ebraica (halakhà), si passa la notte studiando Torà.

La sera di Shavuot è anche uso mangiare latticini.
Infine, si legge il Libro di Ruth. Ruth è una giovane donna moabita che, rimasta vedova, si converte all’ebraismo per amore di sua suocera e ne condivide il non facile destino. La storia si svolge al tempo della mietitura, a Betlemme. Un ricco e lontano parente, Boaz, si innamora poi di Ruth, la sposa e la riscatta da una vita difficile. Dalla loro unione nasce la stirpe di Re David, che secondo il Talmud di Gerusalemme nacque e morì proprio a Shavuot.
Qual è il legame fra la storia di Ruth e la Festa delle Settimane, a parte il momento in cui si svolge? Secondo una delle molte interpretazioni, la storia di Ruth, straniera che abbraccia l’ebraismo, è dominata dal chèssed, ovvero dall’amore incondizionato: quello di Ruth per sua suocera e per il popolo ebraico, quello di Boaz per lei. E la Torà, di cui si celebra il dono proprio in questa Festa, è considerata la manifestazione dell’amore incondizionato di Dio per l’uomo.
Chag Sameach, Felice Festa di Shavuot

martedì 21 maggio 2019

"Il caso Kaufmann": le radici dell'odio razziale

di Giancarlo Pani S.I.

Potrebbe sembrare semplicemente un romanzo storico, eppure Il caso Kaufmann è molto di più: è la memoria tragica delle Leggi razziali, una pagina di storia disumana. La persecuzione degli ebrei è nota ai più per i campi di concentramento; tuttavia la Shoah fu il culmine mostruoso di una persecuzione sistematica, portata avanti gradualmente e soprattutto con l'applicazione rigida di leggi spietate.
L'amicizia dell'ebreo Kaufmann, un vedovo,be di Irene, una giovane tedesca ariana, che si ispira a una storia vera, ne rappresenta la tragedia che si conclude con la pena capitale di un innocente, il primo ebreo condannato alla ghigliottina.
Il romanzo documenta in modo originale la demenza delle Leggi razziali.


La Civiltà Cattolica, Anno 170, Qundicinale, 6/20 2019 pag. 81 (vds articolo)

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venerdì 3 maggio 2019

.La Conta dell'OMER



Durante questo periodo dell’anno, gli ebrei misurano ogni giorno. È il tempo della 'conta dell’omer'. A partire dalla seconda sera di Pesach, ogni giorno avvicina l’ebreo alla festa di Shavuòt e alla consegna della Legge, della Torà. Ogni giorno ha un numero diverso, un carattere diverso, un senso nuovo. Da generazioni, in questo periodo dell’anno l’ebreo conta ogni giorno con grande consapevolezza e attenzione a non sbagliare il conto, affidando ad ogni giorno un significato speciale. Significa che ogni giorno della nostra vita contiene qualcosa di diverso ed è ciò che sposta l’uomo in avanti. 

Il precetto è contenuto nella Torà: “E conterete per voi sette settimane, che devono essere complete, a partire dall’indomani dello Shabbàt, dal giorno in cui porterete il manipolo (omer) che deve essere agitato: fino al giorno successivo alla settima settimana conterete cinquanta giorni e presenterete un’offerta farinacea di prodotti nuovi in onore del Signore” (Levitico, 23:15-16).
Seguendo questo comandamento, si contano sette settimane fra Pèsach e la Festa successiva, Shavuòt, detta delle Settimane o delle Primizie. Si dovrebbero offrire ogni giorno, alla sera, delle primizie di cereali. Un'offerta di orzo (il grano matura più tardi) nella misura di un omer ogni sera (circa 1.800 grammi). 

Un modo per ringraziare delle primizie, del primo raccolto dell’anno, della rinascita dei campi e delle colture. Un modo, soprattutto, per rendere l’intera congregazione responsabile di un aspetto centrale della vita ebraica: la determinazione del tempo e delle date. La Festa delle Settimane o delle Primizie accade proprio perché l’intera congregazione dei figli d’Israele, ovunque si trovi, conta sette settimane, ossia cinquanta giorni, giorno per giorno. 

Dopo la distruzione del Santuario ad opera dei romani nel 70 e.v., tutti gli aspetti cultuali legati al Santuario stesso sono stati aboliti. Non v’è più l’offerta del manipolo di orzo. La conta, però, rimane in vigore. Periodo di attesa, di preparazione fra una Festa e la successiva, fra la celebrazione della libertà riacquisita e il ringraziamento per i raccolti. 

Festa particolare è il trentatreesimo giorno dell’omer: il Lag ba’omer (in ebraico, trentatreesimo giorno dell’omer). Si celebrano matrimoni, si accendono fuochi di gioia. Si indossano vestiti nuovi e colorati, si ascolta musica. È anche il giorno in cui si ricorda la dipartita da questo mondo di Rabbì Shim’on bar Yochài, maestro ebreo del II-III secolo, che secondo alcune tradizioni avrebbe scritto il libro fondamentale della mistica ebraica, lo Zòhar

L’omer è più di una conta. È un percorso individuale e collettivo di riappropriazione e di marcatura del tempo. È una lunga ascesa dall’umiltà che caratterizza la Festa di Pèsachalla piena e gloriosa celebrazione dei raccolti e della Rivelazione dell’Insegnamento (Torà) sul Sinai che contraddistinguono la Festa di Shavuòt. Un percorso in parte misterioso, colmo di significati complessi, sui quali da secoli meditano i cabalisti


centrostudicesvcam@istitutonastroazzurro.org

giovedì 25 aprile 2019

Una data da ricordare


25 aprile

L’associazione “Un ricordo per la pace” : “Ricordiamo la resistenza degli IMI nei lager nazisti”

IL “NO” AL NAZISMO NEL RESERVE LAZARETT DI ZEITHAIN





Nella ricorrenza del 25 aprile Festa della Liberazione è doveroso ricordare la resistenza dei nostri soldati italiani internati nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943, durante la seconda guerra mondiale. Il loro "NO!" al nazismo fu determinante nel cammino dell’Italia verso la libertà e la democrazia.
Furono oltre 616.000 i militari che non accettarono di collaborare con i nazisti e vennero deportati nei campi di concentramento. Tra questi oltre 50.000 non sopravvissero e migliaia ne morirono al rientro in Italia.
Eroi inconsapevoli, gli IMI affrontarono con spirito di sacrificio e grande dignità il periodo della “prigionia”, sottoposti a turni di lavoro oltre le 12 ore al giorno ed a un’alimentazione insufficiente. Al rientro in Italia la loro posizione non fu subito chiara dato che in Germania avevano lavorato per i nazisti (seppure costretti). Molti preferirono tacere sui patimenti subiti cercando di dimenticare, considerando quel triste periodo un accessorio inevitabile della guerra.
Con legge n. 296 del 27 dicembre 2006 lo Stato italiano ha previsto per gli IMI, a titolo di risarcimento morale per la fedeltà alla Patria, la concessione di un’Onorificenza: la Medaglia d’Onore, concessa agli aventi diritto tramite decreto del Presidente della Repubblica.


Elisa Bonacini presidente dell’associazione “Un Ricordo per la pace” ha voluto condividere un commovente stralcio di una lettera scritta dal papà Ernesto nel 1946 all'ANEI, associazione ex internati italiani. Anche Ernesto fu catturato dai tedeschi ed internato poiché malarico nel Reserve Lazarett di Zeithain, in Germania. È il NO al nazismo di un soldato italiano in fin di vita nel campo “ospedaliero” per soldati gravemente malati ed inabili al lavoro. Per non dimenticare.

Reserve Lazzarett Zeithain, febbraio 1944 : “...Passai per una baracca di malati gravi di tisi (ndr :tubercolosi), uomini che avevano i giorni contati. Mi avvicinai ad un compagno intento ad osservare una fotografia. Era, come mi disse, della mia classe: 1923.
Con occhi che non avevano più luce guardando una piccola foto rispondeva a quanto io domandavo. Pure immaginando la risposta volli chiedere chi fosse quella donna (per esperienza sapevo il valore di una parola di un amico in quelle circostanze).
“ Mia madre è !“ mi rispose. In un attimo davanti a me vidi una donna sulla soglia di una casa nella disperata attesa di chi non può ritornare.
“Opta!” gli dissi, con la speranza di poter ridare un figlio ad una madre. Abbassai lo sguardo per non incontrare il suo.
“No!” mi rispose con una voce che non era quella di uno che stava per morire. Dopo 11 giorni quel ragazzo venne portato alla pineta. E non fu il solo.”



(foto Reserve Lazzarett Zeithain da ISTORETO - Torino)


giovedì 18 aprile 2019

L'Inizio di ogni tragedia


Censimento dei soldati italiani che presto diverranno I.M.I.
Internati Militari Italiani

domenica 24 marzo 2019

Una pietra di inciampo in via della Lungara 61


Per Ricordare il GeneralenTrionfi

Giovanni Cecini

Il 15 gennaio 2019 è stata una mattina fredda, ma soleggiata a Roma. Via della Lungara è notoriamente conosciuta per lo storico carcere giudiziario di Regina Coeli. I sanpietrini usurati e l’assenza di un marciapiedi ne rendono difficile la percorrenza per i pedoni. Tuttavia poco prima delle ore 10 davanti al civico 61, a pochi passi dall’ingresso del Centro Alti Studi della Difesa, si è creata una piccola folla, composta anche da giornalisti armati di macchine fotografiche e da telecamere. Il traffico è stato chiuso per l’occasione, ma le auto incolonnate erano ancora molte e stavano diventando di difficile gestione. Si è creato insomma un autentico imbottigliamento, come capita spesso a Roma. Si sentivano clacson a ripetizione: la priorità dell’automobilista era quella di scorrere, non certo quella di partecipare a un assembramento in mezzo a quella stretta strada parallela al Lungotevere. Nonostante tutto questo frastuono e il senso di stizza degli automobilisti, Via della Lungara si è comunque fermata per circa mezz’ora quella mattina del 15 gennaio. Il motivo? L’occasione è stata quella di ricordare il generale Alberto Trionfi, ufficiale del Regio Esercito, già comandante della Scuola militare di Roma (l’adiacente attuale CASD), che dopo lunghi mesi d’internamento bellico, fu brutalmente ucciso per mano di un sottufficiale della Luftwaffe il 28 gennaio 1945 in Polonia. La dirittura morale dell’uomo e del soldato comportò la fedeltà al giuramento prestato al legittimo Stato italiano anche dopo l’8 settembre. Questa dedizione ne ha comportato l’estremo sacrificio, dopo duri mesi d’inumana reclusione. La storia di Alberto Trionfi è oggetto di almeno un paio di volumi, scritti dalla figlia Maria, tra cui l’ultimo in collaborazione con la storica Elena Albertini, da poco edito per le Edizioni Chillemi: Un crimine di guerra mai risolto. L’assassinio del generale Trionfi e il carteggio Wiesenthal.
Scopriamo così che la vita di Alberto Trionfi è stata dedicata tutta alla Patria; ciò è certificato dal fatto che egli con consapevolezza e responsabilità il 7 settembre 1943 ebbe a lasciare Roma, per tornare in Grecia al suo comando. Egli era cosciente che il commiato alla famiglia e la partenza dall’Italia avrebbero comportato grandi rischi; egli tuttavia non si sentì di fare altrimenti. Si trovò così insieme ai suoi soldati vittima dell’armistizio prima e in seguito fermo sostenitore del rifiuto contro ogni lusinga o minaccia operata dalle istituzioni nazi-fasciste, volte a un’indotta adesione alla Repubblica Sociale Italiana. Trionfi rimase sulle posizioni e dopo un lungo calvario fisico e psicologico fu brutalmente giustiziato.
Tutto ciò è stato ricordato nella cerimonia di Via della Lungara, che ha visto come motivazione principale l’apposizione di una pietra d’inciampo in suo onore, davanti alla sua ultima residenza italiana. Durante l’evento hanno preso la parola alcuni familiari – erano presenti le tre generazioni successive del generale – e infine anche un rappresentante dell’Associazione nazionale granatieri, che ha letto la motivazione della medaglia d’argento al valor militare concessa allo stesso Trionfi, per la propria composta condotta morale. Di fronte ai continui scempi e oltraggi alla comune memoria del Paese, da oggi “andare a Via della Lungara” potrebbe divenire l’occasione per onorare un uomo degno di onore e rispetto e non solo il sinonimo per apostrofare criminali comuni.


vds iconografia.

domenica 10 febbraio 2019

La Germania e la repressione antipartigiana



di Sandra Milani*
Partigiani in Italia delle formazioni di Giustizia e Libertà



Nota all’articolo sulla repressione dei partigiani da parte della Germania con atroci violenze commesse anche sulle famiglie e sui fiancheggiatori dei partigiani:

In questo caso di specie si rileva una forte commistione tra le tecniche di guerra e l’ideologia nazista. Se da un lato le tecniche di guerra venivano applicate pur sempre nel rispetto di un codice “deontologico” (ad esempio le azioni di repressione violenta non dovevano interessare le famiglie dei nemici di guerra e quindi i “civili” dovevano essere coinvolti nelle repressioni solo in modo più marginale), dall’altro l’ideologia nazista consentiva di porre in essere le violenze fisiche più atroci attraverso il meccanismo psicologico del convincimento dell’inferiorità del nemico. Tale meccanismo psicologico portava ad un’idea del nemico come “essere inferiore” e quindi in quanto tale assoggettabile a torture o violenze di elevata entità che in nessun caso sarebbero state giustificate e nemmeno pensabili nei confronti degli appartenenti alla propria nazione.
L’appartenenza al gruppo della Potenza vincitrice viene sentita e condivisa come appartenenza ad un gruppo di “prescelti”, con la conseguenza che, per il raggiungimento del bene comune del gruppo, i singoli membri sono autorizzati a compiere qualunque atto di violenza nei confronti dei “non appartenenti al gruppo” considerati, appunto, come “altro” rispetto al gruppo e quindi come “esseri inferiori”.
Il carattere autoritario dell’ordine dato e, insieme ad esso, il convincimento dell’inferiorità del nemico, hanno portato al compimento di atti moralmente inaccettabili ed eticamente discutibili.
In Germania, l’atteggiamento di supina accettazione ed esecuzione di ogni ordine, anche il più criminale, è stato definito “kadavergehorsam”, termine che indica un’obbedienza cieca, paragonabile a quella di un cadavere. Questo concetto è stato sovente utilizzato per cercare di spiegare la mentalità dei soldati semplici delle S.S..

*Sandra Milani, collaboratrice CESVAM, master in Antiterrorismo e Terrorismo, Unicusano Roma

mercoledì 6 febbraio 2019

Internamento. Definizioni 3


  1. Internamento. 
  2. Metodologia e Definizioni 3. 
  3. Campo di concentramento: a che cosa serve?
La ricerca mira a presentare un lavoro il più esaustivo possibile di dare una risposta alla domanda di ricerca: a che cos serve un campo di concentramento? L’approccio che si propone è che i campi di concentramento assolvono globalmente a sei funzioni, che possono combinarsi in modo diverso. I campi di concentramento, quindi, vengono costruiti allo scopo di:
    1. isolare a titolo preventivo elementi sospetti e nocivi, non colpevoli, dal corpo sociale.
    2. Punire e corregge i cittadini sviati da ideologie fallaci, nocive, nefaste
    3. Terrorizzare la popolazione civile, che si inquadra nel progetto globale del controllo sociale
    4. Sfruttare mano d’opera non retribuita, attraverso il lavoro forzato o schiavizzato
    5. Rifondare il scoiale, come strumento di epurazione raziale, sociale, sanitario
    6. Eliminare, o nel medio o lungo periodo, gli elementi giudicati dannosi dal punto di vista razziale, sociale, sanitario
La ricerca può essere estea a tutte le epoceh storiche, oppure al solo novecento. Può essere messa in sistema con la successiva, che ha come scopo l’individuazione di quali tipi di campi di concentramento possono esistere.Bibliografia