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mercoledì 5 agosto 2020

Istruzione e Resistenza in epoca nazista 1


di Alessia Biasiolo

A proposito dell’educazione dei giovani in epoca nazista, se doveva essere obbligatorio in ogni scuola leggere “La mia battaglia” di Hitler, assieme a “Il fungo velenoso” o a “I Protocolli dei Savi di Sion”, in modo da addestrare la gioventù hitleriana soprattutto a non provare alcun tipo di compassione per altri esseri umani considerati inferiori o addirittura “non esseri umani”, non tutti si allinearono davvero alla politica in corso in quel tempo. Il caso celeberrimo è stato quello proprio di un gruppo di studenti.
I membri del gruppo denominato “Rosa Bianca” erano studenti universitari di Monaco di Baviera. Nei loro scritti si leggono illuminanti frasi sull’idea di Europa unita e federale che sembrano scritte da pochi giorni: un’Europa in cui la tradizione cristiana avrebbe dovuto segnare un periodo di rinnovamento non violento, con governi basati sulla tolleranza e la giustizia. Guidati da forti ideologie antinaziste maturate soprattutto a Ulm in seno alla comunità cattolica resistente al nazismo, e diffusesi grazie alle comunità parrocchiali, gli studenti si organizzarono per mettere in pratica le loro idee. Se dovevano fare la differenza con l’ideologia politica che aveva portato alla dittatura; se dovevano lottare contro la dilagante e sconsiderata violenza, allora per primi dovevano essere non violenti. Organizzarono pertanto un’opposizione pacifica e passiva, scrivendo, stampando e diffondendo volantini che fossero in grado di svegliare le coscienze tedesche e dimostrare, allo stesso tempo, che non tutto era perduto per gli ideali di pace e di vita in comune con ogni altro essere umano. I loro punti di riferimento erano i testi sacri, ma anche la migliore letteratura tedesca, come gli scritti di Goethe, ad esempio. L’attività iniziò nel 1942. I primi volantini vennero distribuiti in varie città tedesche e austriache, nelle zone che si pensavano più recettive del messaggio antimilitarista. Nel 1942 la situazione militare tedesca non era già delle migliori: gli Stati Uniti erano entrati nel conflitto e cominciavano ad organizzare le prime azioni autonome, non di solo appoggio agli alleati. Il fronte africano traballava e il fronte russo aveva già visto inenarrabili sofferenze anche per il grande e perfetto esercito teutonico. Quindi il messaggio giungeva in un momento ideale per essere letto e soppesato secondo l’ottica degli studenti, e ottenere consenso. L’attività del gruppo continuò così per ancora alcuni mesi, sempre diffondendo volantini. Nel febbraio del 1943, quando sembravano adatti i tempi, l’azione divenne più forte, aggiungendo ai volantini lanciati nell’università stessa, il 18 febbraio, anche slogan antinazisti dipinti sui muri dell’ateneo. A quel punto la resistenza diventava netta e manifesta. Un bidello individuò la ragazza che aveva preso l’eroica decisione di lanciare i messaggi di carta dalle scale verso l’atrio dell’università e la fece arrestare assieme al fratello, suo complice. I fratelli Scholl speravano di concentrare le attenzioni della polizia politica nazista su di loro, inutilmente. Sophie, autrice dell’atto più evidente, venne torturata fino al 21 febbraio per farle rivelare informazioni utili all’arresto degli altri membri del gruppo e il 22, assieme al fratello Hans e all’amico Christoph Probst, venne processata dal Tribunale del Popolo che li accusò di sabotaggio al regime, allo sforzo bellico, di rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista, diffamando nel contempo Hitler. Il giorno stesso i tre ragazzi vennero condannati e uccisi. In aprile vennero processati gli altri membri più importanti del gruppo, Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber, un loro professore. Anch’essi vennero ritenuti colpevoli e condannati a morte, mentre altre persone della “Rosa Bianca” che avevano avuto ruoli di minor spicco, soprattutto di aiuto alla vedova di Probst rimasta sola e senza sostegno per sé e i tre figli, vennero condannati a pene detentive.
Per Hitler era fondamentale stroncare immediatamente episodi o organizzazioni di quel genere. Pensare che in seno alla Germania nazista qualcuno potesse liberamente fare circolare le proprie idee di necessario rovesciamento proprio del suo incarico, non era assolutamente possibile. Pertanto il Tribunale del Popolo doveva decidere in maniera drastica e immediata, in modo da non fare serpeggiare ancora il virus dell’incertezza, quando si doveva essere tutti tesi allo sforzo bellico.

(continua con post in data 5 settembre 2020)

giovedì 30 luglio 2020

Un Progetto da Riprendere. Il Giordino della Memoria dedicato agli Internati ed ai Deportati ad Osimo


Siamo alla quarta volta che riprendiamo questo progetto
Non è colpa di nessuno se il
Giardino della Memoria
dedicato agli Internati e ai Deportati  di Osimo
durante la Seconda Guerra Mondiale
non si sia realizzato

 Ad Osimo non abbiamo un qualcosa che ricordi alle giovani generazioni il loro sacrificio
Gli altri protagonisti della lotta per la libertà hanno in Osimo più di un monumento

Il difficile argomento dell'Internamento e della Deportazione Civile
 schiacciato dall'immane tragedia dell'Olocausto  del popolo ebraico
rilega ai margini e quindi all'oblio  chi ha combattuto ed ha subito in questa forma

A Casenove esiste il Monumento ai soldati del Corpo Italiano di Liberazione
che insieme ai Polacchi contribuirono a liberare Osimo



Il progetto, che sarà riformulato tenendo conto delle esperienze precedenti
ed anche degli errori commessi
avrà l'egida della
Federazione Provinciale del Nastro Azzurro
 di Ancona

sulla base della circolare n. 4 del Presidente Nazionale dell'Istituto del Nastro Azzurro
in merito ai monumenti 

lunedì 27 luglio 2020

Procedura per il riconoscimento della Medaglia d'Onore


MEDAGLIA D’ONORE IMI : L’APPELLO DI “UN RICORDO PER LA PACE”

 Il 2 giugno di ogni anno la consegna delle onorificenze: ultimi giorni per far partire le richieste




Nuovo appello dell’Associazione “Un ricordo per la pace” agli aventi diritto ed ai loro eredi per richiedere la Medaglia d’Onore IMI.
Ultima settimana questa per provvedere all’invio della richieste che potrebbero essere valutate già ai primi di aprile in una riunione del Comitato istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per la prossima consegna delle onorificenze il 2 giugno Festa della Repubblica.
La Medaglia d’Onore viene consegnata presso le Prefetture italiane generalmente due volte l’anno: il 27 gennaio Giorno della Memoria ed il 2 giugno ed è concessa con Decreto del Presidente della Repubblica ai cittadini italiani, militari e civili che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 rifiutarono di aderire alle formazioni naziste e pertanto vennero catturati dai tedeschi e internati nei lager, destinati a lavoro coatto per l’economia di guerra della Germania.
Si stimano oltre 616.000 i soldati italiani che dopo l’armistizio dell’Italia, rifiutando di continuare la
collaborazione con i nazisti, furono catturati e deportati nei campi di concentramento. Il loro status non fu quello di prigionieri di guerra, bensì di “internati militari”, abile stratagemma di Hitler per sottrarli alla tutela della Croce Rossa Internazionale. Considerati dai tedeschi “traditori” furono obbligati a svolgere lavori particolarmente pesanti e pericolosi ed esposti al rischio dei frequenti bombardamenti. A costo della propria vita gli Internati Militari Italiani mantennero fede al giuramento fatto alla Patria, allora Regno d’Italia. Solo una piccolissima percentuale, spinta dagli stenti e dalle continue vessazioni, optò a favore dei tedeschi. Più di 50.000 soldati italiani morirono in quei campi, per lo più di fame e malattie contratte a causa delle gravi carenze nutrizionali ed igieniche. Migliaia di loro morirono poco dopo il rientro in Italia.
Per richiedere la Medaglia d’Onore è necessario compilare e spedire, tramite raccomandata, una modulistica scaricabile dal sito internet del Governo Italiano – Medaglia d’Onore I.M.I. allegando le documentazioni di cui si è in possesso( foglio matricolare, lettere dal lager etc) che testimonino l’internamento nei campi di concentramento nazisti dopo l’8 settembre 1943.

Per informazioni ed assistenza rivolgersi all’Associazione “Un ricordo per la pace”che dal 2011 è attiva nel progetto divulgativo “MEMORIA AGLI I.M.I”.
 cell. 3280751587 ; e-mail el.bonacini@gmail.com


lunedì 20 luglio 2020

domenica 5 luglio 2020

Hitler e “I Protocolli dei Savi di Sion”


di Alessia Biasiolo. Pubblicato su internamenti e reticlati in data 5 luglio 2020
Hitler e il gerarca nazista Goebbels nutrivano una forte ammirazione per il libro “I Protocolli dei Savi di Sion” tradotto in tedesco da Gottfried zur Beek nel 1919, così come per la raccolta di pamphlet “L’ebreo internazionale”, finanziata da Henry Ford e pubblicata tra il 1920 e il 1922, che sviluppava la tesi de “I Protocolli”. Il volume “I Protocolli dei Savi di Sion” aveva già tirato trenta edizioni quando, nel 1933, Hitler divenne cancelliere.
I “Protokoly Sionskich Mudretsov” uscirono per la prima volta nel 1903 in Russia, ma già nel 1921, grazie ad articoli pubblicati sul “Times”, fu evidente che si trattasse di un falso storico, rielaborazione di satire politiche, romanzi, articoli che non sempre avevano come argomento o protagonisti gli ebrei. In modo particolare ci si rifaceva all’opera di Maurice Joly che, per attaccare la politica di Napoleone III nella Francia della seconda metà dell’Ottocento, scrisse un “Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu”, a sua volta ispirata ad un romanzo inglese di Eugène Sue intitolato “I misteri del popolo”. In quest’ultimo libro alla gogna veniva messa un’altra categoria di persone, spesso odiate o argomento di maldicenze, i gesuiti. Nulla, quindi, a che fare con gli ebrei, ma molto bene si prestava l’argomentazione per applicarla alla razza odiata nel Vecchio Continente a ondate più o meno frequenti. Di cospirazioni narrava anche Alexandre Dumas padre che, nell’opera “Giuseppe Balsamo”, fa organizzare da Cagliostro e i suoi uomini una cospirazione. Serpeggiava, quindi, l’idea di qualcuno o qualcosa (o entrambi) che cospirava o aveva intenzione di cospirare in Europa, per minare la solidità dell’impianto positivista e del benessere, diffondendo zizzania, malattie, problemi e morte. Contro l’Occidente cristiano manovrava un’entità segreta che poteva, nell’immaginario di ciascuno, essere diversa a seconda degli interessi, anche se la maggior parte dei lettori pensava agli ebrei come a chi poteva mettere in atto diavolerie simili. Sarà, infatti il “Libro del Kahal” a diffondere l’idea del complotto ebraico ordito per giungere a dominare il mondo; oppure la trilogia uscita a puntate su “Il Messaggero Russo” tra il 1881 e il 1890 dal titolo “L’ebreo sta avanzando”.
La struttura de “I Protocolli” si basa sui discorsi degli Anziani che spiegano come comportarsi per convincere i non ebrei, o goyim, della loro bontà mentre tramano per conquistare il mondo. Un argomento che si leggerà anche in testi nazisti, come quelli scritti per i bambini, espressamente per l’educazione scolastica a diventare “bravi nazisti” di cui il più famoso è “Der Giftpilz” o “Il fungo velenoso”, pubblicato nel 1938 in Germania da Der Stuermer-Verlag, dell’autore Philipp Rupprecht. Nel testo si leggono molti aneddoti o esempi che richiamano toni de “I Protocolli”, soprattutto relativi all’aspetto innocuo degli ebrei, se non addirittura simpatico e “normale”, ma in realtà erano avidi di denaro, sporchi e puzzolenti, con il naso adunco. La mania delle “narici troppo ebraiche” aveva portato Hitler a farsi crescere i baffi, per cercare di nasconderle o mascherarle.
L’aspetto fisico per i tedeschi nazisti, infatti, era fondamentale, dal momento che inneggiavano alla pura razza ariana, contaminata da altre razze, soprattutto quella ebraica che, secondo Hitler, aveva tramato proprio per avvelenare la razza tedesca, superiore e dominatrice. Era necessario pertanto prima di tutto eliminare gli ebrei dai territori tedeschi e poi ripulire il popolo tedesco, eliminando tutti coloro che non dimostravano di essere adatti ad appartenervi. Un altro argomento particolarmente pregnante, soprattutto nella Germania ripiombata nella crisi dopo il crollo della Borsa di New York del 1929, era economico: gli ebrei si insinuavano nella società europea, tedesca in particolar modo, attraverso la pratica dell’usura, nella quale erano maestri.
L’opera di propaganda antiebraica era stata ripresa in Russia dopo la rivoluzione dalla fazione bianca; la guerra civile che seguì il movimento rivoluzionario di febbraio e ottobre, infatti, si divise in armate rosse, bolsceviche, e armate bianche, formate dai menscevichi e dai bolscevichi moderati, che non vedevano di buon occhio la rivoluzione “tutto e subito”. Pertanto si riacutizzò l’ondata antiebraica e anche antisemita, nell’idea che la fazione ebraica avesse sobillato a favore della tragedia che si era impadronita dell’Europa in quella porzione di secolo, e in Russia in particolar modo riuscendovi. Se dapprima si vedeva il nemico ovunque, quasi lo spettro del male dovesse per forza lasciare l’amaro in bocca in un’epoca di splendore e di positività come quella che ricordiamo con il termine Belle Epoque, adesso il nemico era arrivato ad ottenere i propri scopi. E si nascondeva dietro le sembianze ebraiche e la massoneria, accusata a più riprese anche nel passato di essere anticristiana.
Come abbiamo scritto, non c’è niente di meglio che cercare la verità dove la si vuole trovare: tolse ogni dubbio sulla veridicità della cospirazione ebraica russa e massonica, e quindi su “I Protocolli”, l’imprigionamento da parte dei bolscevichi del traduttore della versione inglese del libro. L’uomo, Victor Marsden, venne imprigionato nella fortezza di San Pietro e Paolo in quanto corrispondente del “Morning Post”. Una volta rilasciato e tornato in Gran Bretagna, Marsden cominciò la traduzione della versione di Sergei Nilus, prete mistico che era diventato famoso non solo per la pubblicazione de “I Protocolli” alla fine della terza edizione di un suo libro, ma per averne modificato il testo non appena gli venne fatto notare che conteneva dei dati dubbi o impossibili. Nilus aveva identificato la Francia come la culla del complotto massonico e anche questo ebbe buona parte nel successo della diffusione del testo, dal momento che era vero che Francia e Gran Bretagna erano state e rimanevano alleate, ma gli inglesi soprattutto si prodigavano per contenere le mire economico-espansionistiche francesi. Il successo fu assoluto: in un anno vennero tirate su suolo britannico cinque edizioni del libro; lo stesso anno dell’edizione finanziata negli Stati Uniti da Ford. L’idea comune, anche in Henry Ford, era che il testo contenesse la predizione di ciò che stava realmente accadendo; ed era stato scritto oltre un decennio prima.
Tornando ad Hitler, cita “I Protocolli” nel suo “Mein Kampf”, mentre nella Germania nazista il libro divenne una lettura scolastica obbligatoria.
Lo stesso Alfred Rosenberg, importante ideologo del Partito nazista, aveva curato un’edizione del libro, nel 1923. “I Protocolli”, infatti, erano in grado di spiegare nel dettaglio il motivo di ogni problema tedesco, l’origine di ogni afflizione che era capitata alla nazione durante e dopo la prima guerra mondiale, fino alla catastrofica crisi del ’29. Sembrava che ogni aspetto della vita fosse trattato ne “I Protocolli”, dalla sconfitta bellica all’inflazione alla congiura ebraica che, finalmente, stava trovando riscontro nei fatti.
Alla fine, tanto fu il successo e il clamore de “I Protocolli”, che il nazista svizzero Zander, nel 1934, venne citato in giudizio a Berna a causa degli articoli che aveva pubblicato utilizzando “I Protocolli” come veri. Arrivati alla causa grazie a Dreyfus-Brodsky, Cohen e Ehrenpreis, citanti, nel 1935 la corte dichiarò definitivamente “I Protocolli dei Savi di Sion” falsi, osceni e plagio di altre opere, addirittura nocivi e ipotizzandoli tali anche per il futuro.
Al processo testimoniò anche Burcev, scopritore di agenti provocatori dell’Ochrana, la polizia segreta zarista, che nel 1938 pubblicherà un volume dal titolo “I Protocolli dei Savi di Sion: un falso provato”. Molti Paesi condannarono delle persone perché diffondevano “I Protocolli” pur sapendo che erano falsi e che era vietato.
Ancora oggi “I Protocolli” fanno discutere perché, se molti Paesi evitano di diffonderli, in molti altri vengono citati e trattati come veri.
Perché gli ebrei avrebbero dovuto impegnarsi in un’azione così folle e crudele? Qualcuno ha affermato che il progetto di dominare il mondo da parte degli ebrei, avesse origini antiche, dall’Antico Testamento al Talmud e che, con “I Protocolli” avessero raggiunto il modo di vendicarsi di tutte lo oppressioni subite in particolar modo per mano dei cristiani. La massoneria aveva il compito, alleata con gli ebrei, di controllare la massa incolta attraverso le proprie logge.
“I Protocolli”, quindi, non erano altro che i verbali degli incontri segreti che i Savi di Sion, gli ebrei più potenti, avevano organizzato a Basilea. Gli incontri avevano coinciso con il primo Congresso Sionista mondiale, promosso da Theodor Herzl che voleva diffondere tra gli ebrei l’idea di avere un Paese proprio, una nazione che li riunisse in Palestina. Al Congresso avevano partecipato molti esponenti non ebrei di molti Paesi del mondo e la storia suonava stonata già allora. La stesura del testo la si deve a Matvey Golovinsky, appunto un agente dell’Ochrana, che doveva cercare di aumentare nel popolo russo la convinzione che gli ebrei fossero, d’accordo con i massoni, personaggi di sinistra che volevano cospirare contro la Russia e le altre parti del mondo. In questo modo, il processo di democratizzazione in Russia sarebbe stato ulteriormente allontanato. Proprio nel 1905, ad esempio, lo zar cercò di mandare la propria gente in guerra per accontentarla nell’idea di avere terre e soldi, senza però cambiare nulla dell’organizzazione dell’immenso e arretrato territorio russo. Scoppiata la rivoluzione nel 1917, i fatti sembravano dare ragione ai falsi Protocolli, soprattutto perché lo stesso Trotsky, capo della fazione che poi si rivelerà contraria a quella di Lenin, era ebreo. E quindi tutto sembrava deporre a favore della veridicità delle predizioni, diffuse in Europa da coloro che fuggivano, per vario motivo, dalla Russia sconvolta dalla guerra civile. Forse perché gli esseri umani amano molto gli oroscopi e cercare di conoscere il futuro prima che questo si avveri: per alcuni, quindi, “I Protocolli” erano moderne Cassandre o King cinesi, anche se purtroppo con conseguenze non atte a migliorare la vita, bensì a provocare la morte di milioni di persone innocenti.

Comm. Alessia Biasiolo

Bibliografia essenziale
Adolf Hitler: “Mein Kampf”, Free Ebrei edizioni, 2017
Javier Alonso Lopez: “Il mito dei Protocolli dei Savi di Sion”, Storica, N.G., n. 105, 2017
Philipp Rupprecht: “Il fungo velenoso”, in Ceritto, Messineo: “Libriamoci”, Le Monnier


venerdì 5 giugno 2020

Hitler e l'Occultismo

Perché il rimando ai Cavalieri Teutonici?
L’Ordine dei Fratelli della Casa Ospedaliera di Santa Maria dei Teutonici in Gerusalemme, fu fondato a San Giovanni d’Acri e approvato da papa Celestino III nel 1191 come ordine assistenziale. Si trasformò ben presto in Ordine militare, come confermato da papa Innocenzo III nel 1199, poi equiparato a Templari e Ospedalieri da papa Onorio III nel 1221. La caratteristica dell’Ordine era la connotazione nazionalistica che, pur non essendo vincolante, faceva in modo che la maggior parte dei Cavalieri fossero di origine tedesca. Per questo motivo godettero del forte appoggio di molti imperatori, come da parte di Federico II che aveva proprio nel quarto Maestro dell’Ordine il suo consigliere. Impegnati in oriente come gli altri cavalieri, i Teutonici vennero impiegati anche in Europa già dal 1211 quando il re d’Ungheria Andrea II li fece intervenire in Transilvania contro i nomadi pagani cumani. Anche in Prussia servirono per fermare l’avanzata delle tribù pagane, popolando intere aree. Il massimo splendore e la massima potenza l’Ordine lo ebbe nel Trecento, quando fu titolare di un ampio stato sovrano, assoggettando e cristianizzando i pagani loro prossimi, contando spesso sull’appoggio di molti crociati. Avversati dal Granducato di Lituania, pagano, e dal Regno di Polonia, le vicende dinastiche dei due Stati videro un’alleanza militare contro i teutoni nel Quattrocento, approfittando del casus belli del 1409, quando la popolazione della Samogizia si ribellò ai teutonici. Ne scaturì la battaglia di Tannenberg con il gran maestro dell’Ordine teutonico Ulrico von Jungingen a capo di un’armata di circa 20mila uomini contro i circa 40mila dell’esercito polacco-lituano fiancheggiato da contingenti boemi, russi, tartari. I Cavalieri teutonici furono ad un passo dall’annientamento, ma, grazie al futuro gran maestro Heinrich von Plauen, riuscirono a scongiurare la caduta del loro quartier generale a Marienburg. Via via, i domini teutonici andarono riducendosi, fino al 1525, quando il gran maestro Alberto di Brandeburgo si convertì al luteranesimo, secolarizzando i domini prussiani dei teutonici in un ducato personale; lo stesso accadde in Livonia, nel 1562, ad opera di Gottardo Kettler che creò il ducato di Curlandia e Semgallia, legandolo in vassallaggio al Granducato di Lituania. L’Ordine teutonico rimase vivo solo in Germania, fino a quando non si legò agli Asburgo.
 ( la prima parte è stata pubblicata in data 5 aprile 2020 e la seconda parte in data 20 maggio 2020)

sabato 30 maggio 2020

Per il mondo ebraico, festa di Shavuot

la sera di giovedì 28 maggio inizia la festa di Shavuot che termina il 30 maggio in corrispondenza del 6 e 7 del mese ebraico di Sivan e celebra il momento in cui gli ebrei ricevettero la Torà.

Shavuot significa "settimane" e cade esattamente sette settimane dopo Pesach, la festa che ricorda la liberazione degli ebrei dalla schiavitù egiziana. Il periodo tra le due ricorrenze, contrassegnato dal conteggio dell'omer (la benedizione in ricordo della misura d'orzo che si offriva presso l'antico Tempio di Gerusalemme), è vissuto con profondo coinvolgimento e rappresenta una fase di elevazione spirituale in preparazione della rivelazione della Torà.
Durante Shavuot vengono celebrati i valori universali dei Dieci Comandamenti, strumenti alla base dell’etica di ogni uomo e ogni donna.
Il dono ricevuto viene festeggiato ogni anno con la stessa gioia ed intensità: è uso infatti decorare con tantissimi fiori le sinagoghe come simbolo della fioritura improvvisa del Monte Sinai e dello straordinario profumo che si diffuse durante il momento della rivelazione della Torà.
Quello da Pesach a Shavuot è un vero e proprio cammino in cui progressivamente ci si libera interiormente dalla schiavitù per essere in grado di ricevere le regole di comportamento che permettono di convivere pacificamente e in armonia.  La festa coincide con il momento di maturazione spirituale in cui si è pronti godere pienamente della libertà nel suo vero significato.

Shavuot è chiamata anche Hag ha-Qatsir, Festa della mietitura e Yom ha-Bikkurim, Giorno delle primizie, esso era infatti il primo giorno in cui si potevano portare in offerta all'antico Tempio di Gerusalemme le primizie di frumento, orzo, fichi, uva, melagrane, olive e datteri; le sette specie per le quali si loda la Terra di Israele.  Fa parte con Pesach (la festa della primavera e della rinascita della terra) e Sukkot (la festa del raccolto) degli Shalosh Regalim, i tre pellegrinaggi che si facevano per giungere al Tempio di Gerusalemme.  
Shavuot è una ricorrenza fatta di sapori e profumi, un’occasione nella quale si rinnova il forte legame tra ebraismo e natura,  come racconta questo video del MEIS facendovi visitare il Giardino delle domande che riapre al pubblicogiovedì 28 maggio (qui tutte le info).

Durante la festa si legge il Libro di Ruth dedicato alla storia dell'omonima donna moabita, vedova del marito ebreo, che nonostante la fede religiosa diversa decise di convertirsi, abbandonare tutto e seguire la suocera Noemi in Terra di Israele dove sposò Boaz.
“Ti seguirò ovunque tu vada” disse Ruth a Noemi, divenendo il simbolo di uno dei più toccanti sodalizi femminili.
Il ruolo di Ruth nella storia ebraica è particolarmente emblematico: non solo pone al centro il ruolo cruciale delle donne nell’ebraismo celebrandone il coraggio e la caparbietà, ma racconta la vicenda di una donna convertita, non ebrea per nascita. È allora significativo che proprio dalla stirpe a cui dà vita Ruth discenderà David, uno dei re di Israele.
Il Libro di Ruth viene letto a Shavuot proprio perché l'ambientazione della storia coincide con il periodo della mietitura e la donna si impegnò nel lavoro dei campi in prima persona facendo la spigolatrice. È però anche una delle storie che riflettono l’importanza della trasmissione dei valori di generazione in generazione (midor le dor) e dei rapporti interpersonali.

Nelle comunità ebraiche italiane è tradizione celebrare proprio durante Shavuot il bat-mitzvà, la maggiorità religiosa, delle ragazze di dodici anni che attraverso questo rito di passaggio entrano nell'età adulta. Alcuni inoltre usano trascorrere tutta la notte a studiare Torà e consumare un pasto a base di latticini;  spiegano infatti i maestri che come il latte per un neonato è un alimento completo, così il popolo ha recepito la Torà come una legge compiuta e autorevole. 

Chag Shavuot Sameach, Felice festa di Shavuot.
Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah - MEIS
Via Piangipane, 79/83 - 44121 Ferrara (Italia)

mercoledì 20 maggio 2020

Hitler e l'Occultismo 2 Parte

 di Alessa Biasiolo                                                                                                                                          Durante i mesi di prigionia di Hitler, malgrado egli non fosse d’accordo, al suo partito si unirono i nazionalsocialisti, quindi, tornato in libertà, fondò il nuovo NSDAP al quale, nel 1927, si uniranno anche i nazionalsocialisti austriaci. Chiamato dal presidente Hindenburg alla carica di Cancelliere del Reich il 30 gennaio 1933, proprio Hitler aveva ridato alla Germania la speranza della restituzione del legittimo statuto, riportando al Paese quell’idea di ordine e di controllo delle situazioni che era tipico nei tedeschi del tempo, un ordine “giusto” senza cui non sarebbe stato possibile ristabilire i diritti di ragione dopo un trattato di Versailles così penalizzante per il popolo tedesco. La sorta di patto mistico che legò la Germania di Hitler nel Führerprinzip, fu l’espressione del profondo bisogno di un’intera generazione, identificato nel recupero del padre assente dalla casa per quattro anni e che era stato vinto. Hitler aveva costantemente sostenuto che quel padre umiliato, eroe nazionale tradito e venduto a potenze straniere da fantomatici nemici, soprattutto ebrei internazionali, ora, per l’inconscio collettivo dei figli di Germania diventava un mito politico degno di ogni sacrificio, perché permetteva di vendicarne l’onore e di riottenere per sé e per la Germania intera, passata e presente, l’onore perduto. Una sorta di ritorno all’infanzia ferita, più che un camminare verso la patria adulta. La stessa violenza perpetuata dai nazionalsocialisti sembra vertere a testimoniare a favore di un’immaturità preoccupante, che necessitava di rivincita, riconquista di sé, di certezza di essere degni di vivere, degni dell’essere tedeschi stesso. La stessa omosessualità così combattuta, negata, uccisa, era di fatto diffusa nei circoli dirigenti del partito nazionalsocialista, nelle Sezioni d’Assalto, tra Röhm e alcuni accoliti, tanto che divenne necessario uccidere Van der Lubbe, il preteso incendiario del Reichstag, assassinato infatti nel 1933 in Austria perché in possesso di documenti compromettenti non solo su Röhm, ma anche su altri capi nazisti. La pratica di santificare il capo, di chiedere che Hitler fosse visto come un padre da tutti, soprattutto dagli antinazisti, era pratica comune per creare e mantenere un mito necessario, non tanto per il popolo tedesco, ma in primis proprio per gli uomini del partito. Fu facile sfruttare il difficile momento di crisi attraversato dalla Germania all’indomani della terribile crisi di Wall Street che aveva riportato il Paese nella vergogna, nell’onta, nel terrore dell’umiliazione ancora, quando mancava il cibo e si vedevano svanire i sogni di risurrezione, non già al paradiso che fu nazista, quanto da quell’incubo che era sembrato senza fine all’indomani di Versailles. Il nazionalsocialismo aveva adeguatamente sfruttato la crisi, la nomea di tirchi dei banchieri ebraici ma, soprattutto, aveva giocato con le coscienze a proposito del rinnovato complotto ebraico contro la Germania, la sua evidente potenza e il suo diritto di dominare il mondo in nome della razza ariana. L’imperialismo, che gli storici concordano di fare finire con il 1914, di fatto non poteva sparire così facilmente, soprattutto per una nazione che, affacciatasi tardi per problemi interni sullo scenario colonialista/imperialista, voleva appropriarsi di quelle colonie, di quegli accordi commerciali che potevano garantire lavoro, prestigio, denaro. Ancora una volta umiliata, la Germania trovava in un discorso politico come quello di Hitler e dei suoi, convincenti argomenti per votare il partito, come avvenne. Il vuoto percepito dalla Germania dal 1918, era stato vissuto come una catastrofe inspiegabile per un popolo che non  aveva subito alcuna disfatta sul proprio territorio nazionale. L’idea del complotto internazionale era pertanto l’unica spiegazione plausibile per una forma mentis che tendeva alla ragione, all’ordine, alla spiegazione dei fatti con ragionamenti logici e plausibili. A questo si aggiunge il mito del Terzo Reich. Secondo alcuni Autori, il mito origina come evoluzione di antiche credenze, soprattutto alla luce del fatto che molte formule della propaganda nazista sembrano assurde, ma acquisiscono un’altra luce, di un certa logicità, se inserite nella corrente dell’ottica del nazionalismo, non un vago patriottismo che si genera in un periodo di crisi,  quanto una dottrina integrale che si sforza di prendere in esame tutti i problemi materiali, ma soprattutto morali e spirituali della nazione che viene considerata come qualcosa di assoluto, un valore supremo. Tutto questo venne considerato nella prospettiva ideologica del nazionalismo che finì per diventare una sorta di religione, mentre la nazione assumeva i contorni di una realtà mistica e mitica. Fu proprio in quest’ottica mito politica che nacque il concetto, e forse la necessità, del Terzo Reich. La parola Reich è di origine celtica ed è carica di significato religioso e sacro. Essa evoca potenza, sogni di grandezza. È una parola che si trova nella Bibbia (Regno), ricorda i sogni di una città di Dio diventata realtà grazie a Carlo Magno e Federico Barbarossa. Il termine Reich evoca le cattedrali lungo il Reno, le Gilde di Norimberga, i cavalieri teutonici, Lutero al Reichstag, a Worms. Ha una sorta di potere magico. Cohn ha legato le sue fonti ad una tradizione apocalittica molto antica, una specie di ossessione nella visione del mondo contemporaneo. Per i nazionalsocialisti chiunque cercava di opporsi ai loro progetti di dominazione era infettato dallo Spirito giudeo, era un agente della cospirazione mondiale degli ebrei, compresi Churchill, Stalin e Roosevelt o qualunque sacerdote cattolico o pastore protestante.
Ciascuno degli adepti del partito era investito della missione di condurre la Storia al compimento prestabilito e queste pretese influenzarono i gruppi che facevano a loro capo. Anche i discepoli, quindi, avrebbero riscattato la loro condizione e avrebbero preso parte alla missione di riscattare la Germania e il mondo. Sembra che questo sogno abbia incantato migliaia di persone. Premesse millenarie si stavano concretizzando. Hitler fu considerato dai suoi seguaci un Messia che avrebbe rinnovato ogni cosa e che avrebbe stabilito per mille anni (com’ebbe egli stesso a dire) un impero in cui il sangue ariano, che era la sostanza stessa della divinità incarnatasi nella solo razza germanica (come sosteneva Rosemberg), avrebbe imposto alle razze inferiori e considerate sub-umane, una servitù fondata sulla natura stessa dei signori predestinati a stabilire il loro dominio sul mondo. La visione nazionalsocialista era ossessionata dal ruolo di salvatore, una sorta di incarnazione divina per liberare la comunità ariana dal “mostruoso” pericolo dell’Ebraismo mondiale. Leggiamo infatti nel Mein Kampf: “Se l’Ebreo, con l’aiuto della sua dottrina marxista conquista i popoli della terra, il suo trionfo sarà la danza macabra dell’umanità, e questo pianeta sarà nuovamente privo di tutti gli esseri umani, per tutto il tempo che navigherà nell’etere, come avvenne milioni di anni fa… Perciò sono convinto che agisco oggi secondo la volontà del Creatore onnipossente. Opponendomi all’Ebreo, conduco la battaglia di Dio”.
Per dare a questo delirio una senso di razionalità, bisognava diffondere documenti sensati. Così, vennero diffusi in milioni di esemplari i documenti intitolati “I Protocolli dei Savi di Sion” che parlavano del piano universale di conquista ebraica. Messi per iscritto a Basilea nel 1897, questi piani erano stati redatti da un gruppo di iniziati ebrei che, agendo segretamente, sarebbero stati tanto pazzi da mettere tutto nero su bianco. In realtà, si tratta di un falso storico, fabbricato alla Biblioteca Nazionale di Parigi su ordine del capo della sezione esteri della polizia segreta zarista, Okhrana, generale Rachkovsky. Il libro, incorporato in altri testi in buona fede, venne adottato da alcuni ufficiali russi ortodossi fanatici, appartenenti alla Confraternita di San Michele Arcangelo, come prova satanica della congiura del Dragone dell’Apocalisse e dei suoi complici Ebrei contro la cristianità. Questi russi trovarono rifugio in Germania dopo i fatti del 1917, e fecero conoscere ai nazionalsocialisti  “I Protocolli dei Savi di Sion”. La propaganda tedesca, appunto, li distribuì in tutto il mondo creando un mito di ebrei che volevano controllare tutto il mondo, compresa la Chiesa cattolica, identificando gli Ebrei alla Framassoneria, in modo da rendere odiosi alla popolazione gli uni e l’altra. Alla base della politica nazista, quindi, ci sarebbero questi presupposti che costituiscono un errore politico militare senza precedenti, causa di un immane dispendio di forze tedesche e dell’eliminazione di milioni di persone innocenti, oltre alla volontà di sopprimere definitivamente ideali liberali e universali, così contrari al razzismo e all’arianesimo. La dottrina hitleriana si impose ai suoi adepti come un mezzo per non fermarsi, come una forma di “via dei samurai” che portasse a scrollarsi di dosso la rigida moralità giudeo-cristiana. Arrivarono ad affermare, negli insegnamenti ai giovani, che “Se vedi Cristo sulla tua strada ed egli ti ferma, uccidi Cristo”, modo per cercare di fare del capo un modello senza alcuna censura della coscienza morale, per agire d’impulso, d’istinto, senza freni, come vedremo in molte occasioni ai danni di altri esseri umani. Secondo alcuni autori, il nazismo non ha annegato la coscienza individuale in una super-coscienza nazionale di ispirazione divina trascendentale, ma in una infra-coscienza delle pulsioni, con un’obbedienza cieca a ordini umani contingenti, senza mai poter giustificare un simile sacrificio. Illudendosi di realizzare il superuomo, nella distorsione puramente nazista, la politica hitleriana ha costituito la più implacabile politica di condizionamento mito politico della storia occidentale. (continua con l'ultima parte  con post in data 5 giugno 2020)



martedì 5 maggio 2020

Alberto Trionfi. ucciso a Kusnica il 28 gennaio 1945


Presentato da

l’ A.N.E.I. Associazione Nazionale ex Internati nei Lager nazisti presenterà  alla Casa della Memoria e della Storia il libro

Un crimine di guerra mai risolto
L’assassinio del generale Trionfi ed il carteggio Wiesenthal

di Elena Albertini e Maria Trionfi

Edizioni Chillemi

Relatore  Orlando Materassi -  presidente nazionale dell’A.N.E.I.


Presentazione del libro della prof.ssa Elena Albertini e della dott.ssa Maria Trionfi “Un crimine di guerra mai risolto – L’assassinio del generale Trionfi ed il carteggio Wiesenthal, Edizioni Chillemi. La giustizia non  ha confini né di luogo né di tempo. Questo testo elabora i decennali tentativi di Maria Trionfi nella finalità di ottenere giustizia per l’assassinio del padre Alberto, avvenuto a Kusnica Zelichowaska, Polonia, il 28 gennaio 1945. La vicenda si implementa anche dell’impegno di Simon Wiesenthal, abile cacciatore di nazisti, a cui la figlia Maria si rivolse per rintracciare chi durante il secondo conflitto mondiale commise il crimine di guerra, a tutt’oggi rimasto irrisolto. Particolare attenzione storiografica deve essere attribuita all’inedito carteggio tra Maria Trionfi e Simon Wiesenthal, contenuto nel libro, come per altra documentazione inerente ai fatti narrati.  Saranno presenti la scrittrice Marina Regno Mandri, autrice della prefazione, e la presidente della sezione di Roma dell’ANEI, Anna Maria Sambuco.

 Alla
Casa della  Memoria e della Storia – Via S. Francesco di Sales, 5 00165 (traversa di Via della Lungara) – telefono  06 683001203
email: info@anei.it

sabato 25 aprile 2020

25 Aprile. Il ricordo

Volume "Noi Partigiani", a cura di Gad Lerner e Lura Gnocchi. uscito il 23 aprile in tutte le librerie. Testimonianze.

lunedì 13 aprile 2020

Hitler e l'Occultismo I Parte


di Alessa Biasiolo
L’Illuminismo rinascimentale ebbe una grande influenza in Germania, soprattutto sul Romanticismo. Albert Béguin ricorda come diverse correnti letterarie prepararono quella manifestazione d’irrazionalismo che non fu, secondo lui, né brusca né nuova come si potrebbe pensare. L’Illuminismo secondo l’Autore, aveva già affermato qualcuna di quelle idee fondamentali che saranno comuni alla maggior parte dei fisici romantici. Keplero, Nicolò Cusano, Giordano Bruno, pensavano che l’universo fosse un essere vivente provvisto di un’anima. Che un’identità essenziale unisse tutti gli esseri particolari che sono un’emanazione del Tutto. In nome di questo, ciascun essere è legato all’altro, nulla è isolato e ogni manifestazione può raggiungere chiunque nell’universo, soprattutto grazie alla magia, mezzo per mettere tutto e tutti in comunicazione. Anche l’astrologia è fondamentale, per questi filosofi, perché l’analogia essenziale tra la natura e l’uomo permette di concepire che ciascun destino è legato al corpo degli astri e delle costellazioni. L’uomo è al centro della creazione in un posto privilegiato nella catena degli esseri, perché è un essere pensante, specchio in cui l’universo si riflette e si riconosce. La conoscenza del reale, dunque, si opera attraverso la pura contemplazione interiore, grazie all’esperienza vissuta. In molti casi, l’esperienza al tempo non era del singolo, ma di piccoli gruppi che si riunivano intorno ad un Maestro e che, condividendola, la propagavano con pubblicazioni o condivisioni con altri studiosi, viaggi e anche conversazioni segrete per evitare l’interesse dell’Inquisizione. Sembra che una pre-Massoneria si sia così formata a partire dal XVI secolo estendendosi in Inghilterra, Germania, Francia e Italia. Francesco Bacone ipotizzava assemblee di studiosi che potevano esaminare e perfezionare tutte le conoscenze umane, coloro che definiva i tesorieri della scienza. Proprio a Bacone si fa risalire la Framassoneria, tesi sostenuta sin dal 1870, oltre a ricondurre molti interessi ai circoli artistici e filosofici di Norimberga, soprattutto ruotanti intorno ad Albrecht Dührer. Erano anni in cui la Chiesa si dimostrava scettica dinanzi ai circoli scientifici, compresa la Royal Society inglese che venne tacciata di empietà nel 1639. A suo carico si parlava di una società segreta, detta Macaria, e di un Invisible College, ma non si trovarono prove, fatto sempre molto difficile nei casi di sette segrete. Si parlava anche di Johannes Valentinus Andreae o Andrewas, creatore della Rosa-Croce, come appartenente ad una società segreta detta della Palma, fondata a Weimar nel 1617. Uno studio sulla Rosa-Croce lo si deve a Paul Arnold che indica come la Germania luterana conobbe una notevole intransigenza dinanzi al fiorire di sette ed eresie, tanto che una minima parola poteva essere oggetto di accuse, di conclusioni di carriere ecclesiastiche protestanti, di cadere in disgrazia agli occhi dei principi. Soprattutto i membri della Rosa-Croce subirono repressioni, anche per gli stretti legami con l’alchimia. I rosacrociani asserivano di comunicare con il pensiero, di poter operare per parlare la lingua di ogni popolo presso cui risiedevano e che, se qualcuno li voleva avvicinare sinceramente, li avrebbero incontrati sempre nei luoghi del pensiero, inaccessibili agli altri. Essi si dichiaravano discendenti da mistici tedeschi e fiamminghi, con nozioni ellenistiche ed ermetiche sulla divinità dell’essere umano e una concezione esoterica dell’emanazione divina, la capacità di utilizzare i simboli esoterici già adoperati dai framassoni, tra i quali soprattutto la scala di Giacobbe, il Sole, la Luna. Influirono molto sui sistemi rosacrociani il pensiero di Cartesio e Spinoza, anche se non risulta che i due filosofi si siano mai iscritti alla setta; risulta, però, che in occasione dei 250 anni dalla morte di Spinoza, nel 1927, la Framassoneria olandese ufficialmente partecipò alle celebrazioni con un omaggio alla tomba di colui che aveva contribuito alla creazione della Massoneria speculativa e al suo ideale di tolleranza e libertà.
Arriviamo così al 1776 quando viene costituito il cosiddetto Ordine degli Illuminati di Baviera, accusato addirittura di avere tramato per la preparazione della Rivoluzione Francese. In quegli anni si rincorrevano gli editti di divieto di alcune logge e di altre no, oppure di appartenenza: spesso era vietato appartenere a logge umanitarie contemporaneamente a quelle dette antico-prussiane, ad esempio.  Alcuni Ordini, nella Germania di inizi Novecento, si dichiaravano nazionalisti, fedeli al cristianesimo dogmatico e al razzismo, molto prima dell’avvento delle ideologie hitleriane. Questo perché si rifacevano a posizioni specialmente settecentesche rispetto alla divisione interna alle Chiese cristiane, alla volontà di portare un punto fermo nella dottrina, secondo il punto di vista settario. C’erano allora regole di stretta osservanza che prevedevano negli Ordini l’esclusione delle donne e degli ebrei, mentre prevedevano per ciascun adepto un severo programma di studio e di vita quotidiana, sotto il vigile controllo dell’Ordine stesso. Il rito di iniziazione variava da Ordine a Ordine, ma aveva all’incirca le stesse regole: l’iniziato veniva accolto di notte in una stanza dalle finestre ermeticamente chiuse, poco illuminata, in presenza dei suoi padrini. Domande e risposte rituali ricordavano all’iniziato i suoi obblighi e la sua volontà; quindi venivano espressi i voti, o rinnovati, soprattutto di segretezza e di obbedienza. Nell’Ordine di Minerva, rappresentato da una civetta che stringeva tra gli artigli un libro con le iniziali P.M.C.V. dalla frase Per me caeci vident, Grazie a me i ciechi vedono, durante la seconda metà del Settecento vennero introdotte delle variazioni e gerarchizzazioni a completamento dell’organizzazione preesistente. Una di questa comprendeva i nuovi gradi di Illuminatus major e Illuminator dirigens. Il grado si Illuminato minor corrispondeva all’insegnamento dell’arte di governare gli uomini per dirigerli verso il bene e la luce. Si sviluppavano i talenti dell’osservazione e del retto giudizio del neofita, oltre alla persuasione e convinzione degli spiriti ribelli. Dopo attenta osservazione dei difetti e delle qualità dell’Illuminator minor, poteva essere condotto ad accedere ai gradi superiori. Abbiamo allora gli Illuminati di Baviera, Ordine che esercitò influenza politica fino al 1784: secondo alcune fonti dei servizi segreti austriaci, essi diressero occultamente il governo bavarese fino agli inizi dell’800. Lo stesso Massimiliano Giuseppe, re di Baviera, sembra fosse framassone, appartenente alla Stretta Osservanza con il nome di Cavaliere dell’Aquila di Giove. Comunque emanò il rinnovo dell’editto di interdizione di tutte le società segrete il 5 marzo 1804. La vicenda del Re dimostra, vista nella sua interezza, come fosse complesso appartenere ad un Ordine e come fosse delicato il meccanismo di ingresso, uscita, carriera. L’Ordine degli Illuminati rimase dormiente fino al 1906, quando un tale Theodor Reuss lo riportò in vita attiva. Prima della Grande Guerra riapparve a Dresda un bollettino dell’Ordine, mentre nel 1912 a Berlino esisteva una loggia all’opera per costituire una Grande Loggia degli Illuminati Framassoni per la Germania. Reuss importò molte pratiche dall’Inghilterra, creando molta confusione sui riti dell’Ordine stesso, mentre il movimento gioannita diventava sempre più potente emigrando in Austria, dove la sua influenza divenne molto forte. Sempre nel 1912, André Chéradame pubblicò un articolo dal titolo “Tra la pace e la guerra” in cui metteva in guardia dalla Germania che, malgrado l’attitudine apparentemente pacifica, sarebbe stata pronta ad attaccare la Francia. Chéradame aveva intrapreso studi sul movimento pangermanico politico e militare nelle sue ripercussioni internazionali, cercandone le ramificazioni in quasi tutto il mondo. La presenza di dottrine pangermaniche era nota in molti circoli, ma nessuno avrebbe mai pensato che ci fosse un piano per l’egemonia tedesca. Secondo lo studioso, i tedeschi si muovono sempre con metodo e ogni piano d’azione si basa su una dottrina che si sono fatti. “A partire da questa concezione, essi marciano in seguito con tenace risoluzione”, affermava Chéradame. L’intento era che i tedeschi governassero il nuovo impero che si sarebbe costituito dal piano, con la coscienza di essere un popolo padrone, mentre i sottomessi avrebbero svolto i compiti inferiori, specialmente gli stranieri sottomessi dalla dominazione tedesca. Il piano pangermanista, pertanto, sembra avere trovato nel razzismo hitleriano un’espressione atta a portare a termine i propri progetti. Soprattutto, l’evidente antisemitismo hitleriano avrebbe giocato a favore della strategia di coalizzare intorno al piano le persone che non vedevano di buon occhio gli ebrei in Europa, e in Germania in modo particolare. Dopo il crollo della Borsa di Wall Street nel 1929 e la successiva crisi economica, l’antisemitismo fu un modo come un altro per catalizzare l’attenzione delle persone contro ebrei e marxisti, a contenere l’ondata di demoralizzazione e rabbia conseguenti alla spaventosa crisi economica che, ancora una volta, colpiva il popolo tedesco. Il progetto hitleriano cavalcò, allora, la borghesia già antiebraica che viveva un clima da affare Dreyfus in Francia, con una legge di emancipazione prussiana entrata in vigore nel 1869 e mai revocata, che aveva notevolmente  aumentato la minoranza ebraica e di conseguenza le recriminazioni dei non ebrei. In questo quadro, non va dimenticato che non fu solo la società tedesca a sviluppare circoli, e circoli esoterici, o idee di dominio, che la accumunavano ad altri Stati europei. Inoltre, l’opera di Ramée aveva svolto un’importante azione in molti circoli francesi, proponendo una teologia di governo fondata sulla superiorità dell’uomo di razza caucasica sulla razza semitica mediterranea, considerata iniqua. Argomenti che non devono stupire, dato che in quegli anni erano alla base del pensiero soprattutto europeo e “giustificazione” per un imperialismo che portò, per varie cause, al primo conflitto mondiale. Pare che Hitler ignorasse l’opera di Ramée, ma molti passaggi del Mein Kampf rassomigliano al lavoro del francese. Ramée sosteneva la necessità di una ideologia e di una politica razziste, nell’interesse generale, con prevalenza della legge del legame di sangue e personalità forti in grado di governare, con uno strano legame con il divino di cui si è immagine. E se Dio è Padre dell’Universo, il capo dello Stato doveva essere immagine del divino, quindi Padre dello Stato. Chi governava assumeva i contorni di una sorta di Dio in terra, quindi. Si crea intorno al razzismo una falsa comunità nel male, tuttavia non si deve confondere questa posizione con la gnosi razzista hitleriana e dei suoi accoliti. Secondo i nazisti, infatti, la religione del sangue ariana doveva costituire una nuova nobiltà alla quale aspiravano uomini senza un lignaggio e che, appartenenti alla medio bassa borghesia, sognavano di accedere alla classe degli aristocratici in questo modo. Hitler riuscì, con la sua ideologia, a distinguere la comunità del partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori dalle comunità nazionali e religiose tedesche comuni. In questo modo, i suoi seguaci venivano affrancati dalle leggi di moralità proprie della plebe, sottraendoli nel contempo dalle legge umanistica considerata “giudeo-cristiana” e poco virile.
Chi rivendicava di avere “seminato ciò che il Fuhrer aveva raccolto” fu, senza mai alcuna smentita, il barone Rudolf von Sebottendorff nel suo Prima che Hitler venisse. Secondo Maser, la Thule-Gesellschaft era un’organizzazione clandestina dell’Ordine dei Germani, fondata nel 1912 con a capo, per la provincia di Baviera, il barone von Sebottendorff dal 1918, un uomo tornato in Germania dalla Turchia misteriosamente molto ricco. Pur essendo stato protetto da un commerciante ebreo, divenne fortemente contrario agli ebrei europei e, sotto la sua direzione, la Thule-Gesellschaft divenne fortemente razzista e nazionalista soprattutto operando a Monaco, dove il barone conobbe Hitler ed insieme misero a punto le basi per il nuovo partito Nazionalsocialista. Nelle liste della Thule-Gesellschaft, come pubblicate da von Sebottendorff nel 1933, Adolf Hitler risulta nato il 20 aprile 1889 a Braunau-am-Inn; dopo gli studi alla Realschule, studiò alla scuola di architettura di Vienna. È indicato come “Manovale e pittore”, dal 1912 risiedente a Monaco. Arruolatosi volontario allo scoppio della prima guerra mondiale nel 16° Reggimento bavarese di fanteria List, fu gravemente colpito dai gas tossici a Ypres il 14 ottobre 1918. Il 10 maggio 1919, agli ordini del capitano Roehm in qualità di ufficiale istruttore, fu nel 4° Reggimento di fanteria a Monaco. Sempre in quell’anno, Hitler inizia ad impegnarsi nella lotta politica. Nella stessa lista si trovavano Rudolf Hess (condannato all’ergastolo a Norimberga nel 1946), Hans Riemann (che esercitò una forte influenza ideologica sull’NSDAP), Alfred Rosenberg (capo dei servizi di politica estera dell’NSDAP), Michel Hans Frank (criminale di guerra giudicato a Norimberga e impiccato nel 1946), tra gli altri. Tutta la trattazione del barone von Sebottendorff nella Thule era fortemente antiebraica, fino alla reinterpretazione della storia di Israele. L’Ordine dei Germani, che aveva come simbolo la croce gammata e spesso il dio Wotan, nel 1912 divenne una società segreta razzista, di cui la Thule-Gesellschaft era la Gran Loggia bavarese. Pertanto l’idea della croce gammata, così come del saluto “Sieg Heil”, proviene dalla Thule e precedentemente alla nascita dell’NSDAP, che scelse il simbolo come segnatura araldica. Sembra che la croce gammata, o artigliata hitleriana, sia poi stata scelta segretamente per i suoi rapporti simbolici con le armi degli Hohenzoller. Essi, davanti al progredire dei valori cristiani, abbandonarono temporaneamente la tradizionale genealogia solare pagana rossa e oro della Ruota Solare, sacrificandosi al nero e bianco in attesa che la vera antica gerarchia venisse ristabilita. Il ristabilimento si sarebbe prodotto quando i portatori dello scudo della Ruota Solare avrebbero rivelato che la croce equilatera nella ruota altri non è che un disegno occulto della croce artigliata, nel momento in cui la superiore razza germanica si fosse liberata dagli Ebrei, così come dai loro Rabbini e dai Gesuiti, portando la Germania ad un nuovo avvenire e ristabilendo la religione antica di Wotan (o Wuotan). Rimaneva la tradizione di un rapporto religioso tra un avo degli Hohenzollern e il culto di Odino: gli Hohenzollern erano i depositari delle conoscenze pagane e la religione solare era una delle più antiche credenze della Svevia sulla quale dominavano. Plinio affermava che la Thule era la più lontana delle terre conosciute, sulla quale non c’erano notti al solstizio d’estate e dove le tenebre rimanevano tutto l’inverno. Della Thule scrissero Tacito, Plutarco, ma nella tradizione esoterica, la Thule era l’isola sacra per eccellenza della rivelazione primordiale, il primo dei centri iniziatici difeso da una cavalleria mistica e dove risiederebbe il re del mondo. Secondo la simbologia, tuttavia, i nazisti non sembravano così profondi conoscitori del reale significato della svastica e della croce gammata, pertanto bisogna separare il senso tradizionale della Thule con il senso razziale e nazionalista che von Sebottendorff, e i suoi accoliti, accordarono all’allegoria della loro società segreta.
Per la cerimonia di inaugurazione dei nuovi locali della Thule di Monaco, nell’agosto 1918, il barone von Sebottendorff venne eletto Gran Maestro e si decise che ogni sabato sarebbe stato consacrato alla creazione di nuove logge. Infatti, sabato è il giorno di Saturno dal segno simbolico molto simile alla firma di Hitler. Nel novembre dello stesso anno, le logge in Baviera contavano 1500 membri, riconoscibili dalla croce gammata incrociata a due lance. In quel mese, il barone annunciò la lotta contro gli ebrei, giurando sulla croce gammata, invocando il dio Sole, ricordando la runa dell’aquila simbolo degli Ariani, quell’aquila rossa che ricordava che bisogna passare dalla morte per poter rivivere. Quasi una strofa di un canto delle SS future. La mitologia viene costantemente richiamata, così come la necessità di un partito politico razzista che, tuttavia, non poteva essere dichiarato per non incorrere nell’attenzione dei nemici e attirarsi contro le leggi. Nasce, intanto, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP), evoluzione del DAP del 1919 (fondato da Harrer, delegato della Thule-Gesellschaft), al quale Hitler era iscritto proprio dal 1919 e di cui divenne presidente nel 1921, mentre von Sebottendorff fu costretto a dimettersi e ad emigrare per le accuse di aver usurpato il titolo baronale che, di fatto, aveva ereditato dal padre adottivo. In occasione del putsch hitleriano, il tentativo di colpo di stato di Monaco dell’8 e 9 novembre 1923, vi partecipò attivamente il nuovo capo della Thule, Sesselmann, setta che venne poi perseguitata, come il partito, a seguito della vicenda. Durante la stesura del Mein Kampf, avvenuta mentre Hitler era agli arresti nella fortezza di Landsberg per soli nove mesi, dei cinque anni di condanna, Hitler venne aiutato da Rudolf Hess, membro attivo della Thule-Gesellschaft e iniziato ai riti germanici. Hess, come un altro capo nazionalsocialista, Himmler, era un profondo conoscitore dell’esoterismo e delle dottrine segrete e utilizzavano spesso simboli precisi come le edizioni di lusso del Mein Kampf e una matita verde, quest’ultima molto cara a molti capi dell’NSDAP. Durante la prigionia di Hitler, nel 1924, von Sebottendorff pubblicò a Lipsia un opuscoletto dal titolo rivelatore: “La pratica operativa dell’antica Framassoneria turca. La chiave per la comprensione dell’Alchimia. Un’esposizione del rituale, della dottrina e dei segni di riconoscimento della Framassoneria orientale”, un modo per rendere noti i segreti per ottenere la forza, rivelare i misteri, gli stessi dei Rosa-Croce e degli alchimisti, cioè una sorta di pietra filosofale per raggiungere il Sapere. Lo stesso barone, esperto di astrologia, dirigeva un’importante rivista chiamata “Rivista astrologica” alla quale collaboravano eminenti studiosi della materia. Apprendiamo, ad esempio, dal diario di Schwerin von Krosigk che Goebbels e Hitler, due tra i capi del nazionalsocialismo che si affidavano agli oroscopi per il loro vivere quotidiano, avevano fatto cercare due oroscopi che venivano accuratamente aggiornati da uno degli uffici di ricerca di Himmler. Uno era l’oroscopo del Führer disposto per il giorno 30 gennaio 1933, e l’altro l’oroscopo della Repubblica, disposto per il giorno 9 settembre 1918. Questi testi, considerati praticamente sacri, vennero fatti esaminare e si scoprì un fatto “stupefacente”. Entrambi annunciavano la guerra del 1939, le vittorie fino al 1941 e quindi una serie di disfatte fino al 1945, soprattutto fino ad aprile. Gli oroscopi prevedevano, poi, la pace a partire da agosto, quindi tre anni difficili, poi ancora la grandezza della Germania a partire dal 1948. Nel diario di Schwerin von Krosigk risulta che egli stesso non riuscì a leggere tutte quelle profezie negli oroscopi, tuttavia racconta che Goebbels ci credeva al punto che, alla morte di Roosevelt, andò da Hitler a dirgli che era scritto negli astri che in aprile si avrebbe avuta una rivincita a suo favore.  (continua con post in data 12 maggio 2020 II Parte)
Alessia Biasiolo

Bibliografia
Albert Bégiun: “L’anima romantica e il sogno”, Garzanti, Milano, 1975
Norman Cohn: “I fanatici dell’Apocalisse”, Edizioni di Comunità, Milano, 1980
Adolf Hitler: “Mein Kampf”, Monaco, 1942
Jacopo Mordenti: “I cavalieri teutonici”, Storica n. 86, aprile 2016
Rudolf von Sebottendorff: “Prima che Hitler venisse”, Edizioni Delta-Arktos, Torino, 1987
Trover-Roper: “Gli ultimi giorni di Hitler”, Mondadori, Milano

domenica 5 aprile 2020

Il nazismo e l’alimentazione

di Alessia Biasiolo
Le teorie alimentari tedesche relativamente al cancro, consideravano che si trattasse di una malattia dovuta meno a germi o agenti chimici (gli studi venivano comunque condotti lo stesso per cercare di trovare, o di escludere, qualche possibile causa patogena) che a processi disfunzionali dell’organismo. L’insorgenza del cancro, infatti, era messa in relazione allo stress e alla cattiva alimentazione, qualcosa cioè che, indebolendo l’organismo, favoriva l’insorgenza della terribile malattia. Per molti scienziati, come Liek, il cancro era una malattia del corpo nel suo complesso: le cause potevano allora essere genetiche, alimentari, appunto, stressogene, eccetera. Chi sosteneva, con Liek, questa teoria, ed erano in molti, caldeggiavano un’alimentazione povera in proteine e zuccheri e ricca di fibre e frutta. Il timore più grande, infatti, era evidenziare come il cancro colpisse persone in buona salute, pertanto venivano consigliati periodi di digiuno e la riduzione del consumo di carne. Anche per la gioventù hitleriana era stato prodotto un manuale dal titolo “La salute attraverso una corretta alimentazione” e, tra i vari consigli, quello più interessante proponeva l’uso della soia come sostituto della carne. Altro interesse riguardava la lotta alla stitichezza, condotta con l’utilizzo soprattutto di pane integrale. L’uso della carne era stato ripetutamente demonizzato, come già abbiamo scritto, soprattutto alla luce dell’alto consumo che si praticava nella Germania nazista e del fatto che Hitler fosse vegetariano. Si pensava che la carne fosse causa di aggressività, di golosità pericolosa e lesiva della salute fisica e morale, tanto come alla generazione precedente di tedeschi era stato insegnato che l’utilizzo di frutta e verdura fosse dannoso. Allo stesso tempo, la campagna di Hermann Göring contro la vivisezione, aveva portato al maggiore rispetto degli animali: annunciata nell’agosto 1933, la fine della pratica della vivisezione aveva condotto ad un’intensa campagna a favore della posizione salutistica del maresciallo, che minacciava di inviare ai campi di concentramento quanti avessero ancora torturato gli animali per studi ed esperimenti scientifici. Il dibattito alimentarista, però, non si quietò, anzi. Da un lato la scuola di pensiero che aveva sostenuto come frutta e verdura portassero al cancro, opinione controbattuta da quanti analizzavano come popolazioni asiatiche come quella indiana avessero una bassissima percentuale di cancro, malgrado il forte uso di verdura; dall’altra parte c’era chi considerava, ancora nel 1942, che la popolazione “pura” della Groenlandia avesse una bassissima incidenza di cancro malgrado il consumo quasi esclusivo di carne. A questo si affiancavano studi effettuati in Francia, secondo i quali i macellai, che maneggiavano costantemente la carne, non era quasi mai malati di cancro, quasi che (come per il vaccino) diventassero immuni alla malattia grazie al proprio lavoro. Naturalmente, queste considerazioni andavano di pari passo all’approvvigionamento tedesco di derrate alimentari. Infatti, negli anni Trenta veniva deplorato l’utilizzo di tanto terreno per produrre cereali adatti all’alimentazione del bestiame, quando si sarebbero potuti utilizzare i campi per l’alimentazione umana. E c’era anche chi denunciava questa politica, e la relativa campagna pubblicitaria per la popolazione, alla luce della scarsità di cibo circolante, dovuto alla necessità di scorte per i militari e alla politica di autosufficienza agricola che aveva notevolmente ridotto le scorte della Germania.
Tornando comunque alla necessità di imitare il capo, soprattutto fra coloro che gli volevano essere più vicini, era risaputo che Hitler fosse vegetariano e che non bevesse né fumasse. Il suo stile di vita era studiato anche prima del suo avvento al governo, ad imitazione del suo essere nazista da parte soprattutto degli adepti. I giornali del tempo, comunque, riportavano come talvolta il Führer si concedesse qualche fettina di prosciutto, degli gnocchetti di fegato bavaresi, del piccione, del caviale e dei cioccolatini, malgrado i suoi interessi, citati anche in conversazioni con amici e altri intimi, vertessero sulla possibilità di cibarsi solo di frutta, verdura e cereali crudi, perché la cottura, sterilizzando gli alimenti, li privava del loro naturale potere benefico. Si interessava dell’uso delle erbe e dei bagni terapeutici di acqua fredda; sosteneva la necessità di utilizzare olio d’oliva, molto salutare, limitando l’uso del grasso di balena, anche per evitare la decimazione dei cetacei. Sembra che la maggiore influenza sugli usi alimentari di Hitler l’avesse avuta Richard Wagner, sostenitore di come e quando la razza umana si fosse mescolata e contaminata proprio per l’utilizzo di carne. Le teorie sulle abitudini alimentari di Hitler sono molte: alcune sostengono che la motivazione vera alla rinuncia alla carne derivasse dall’aver preso alla lettera l’appello wagneriano; altri sostengono che avesse problemi digestivi derivanti dalla difficoltà di metabolizzare la carne, da cui il relativo privarsene; altri ancora sostengono che la propaganda contro l’uccisione degli animali a scopo di alimentare l’uomo, non fosse altro che una modalità per dipingere il capo supremo della Germania nazista come buono e premuroso, per sfatare l’idea del persecutore senza scrupoli. Non ci sono prove certe che Hitler temesse di contrarre il cancro, mentre è certo che altri gerarchi fossero fautori delle terapie naturali, come Himmler che sosteneva l’uso di verdure crude, la medicina naturale, il prendere esempio dalle diete orientali. Himmler odiava l’obesità e lanciò una campagna per combatterla tra le SS che dirigeva. Fu sua l’idea di piantumare nei campi di concentramento e in alcune caserme orti di erbe, così come si oppose alla distribuzione di miele artificiale alle SS, e all’adulterazione degli alimenti. Himmler era fautore di una pubblicità rivolta alle casalinghe affinché si abituassero a salvaguardare la salute partendo dal cibo che preparavano per i figli e in casa in genere. Anche Rudolf Hess sosteneva l’omeopatia e l’uso di erbe medicinali e sembra che fosse vegetariano, al punto di infastidire Hitler perché alle riunioni si portava il pasto da scaldare, disdicendo di consumare i pasti della cuoca dietologa di Hitler stesso. La risposta era relativa agli alimenti biodinamici del pasto di Hess che, comunque, ottenne di essere invitato più raramente a pranzo con Hitler. Le abitudini alimentari di Hitler divennero importanti perché egli incarnava gli ideali della Germania nazista, quindi egli rappresentava il tedesco ideale: a lui, dunque, bisognava rifarsi per essere, o diventare, bravi nazisti. Il corpo di Hitler divenne oggetto di venerazione ed emulazione, tanto che tantissimi uomini tedeschi del tempo portavano baffetti come il Führer il quale, secondo i detrattori, si era fatto crescere i baffi per nascondere delle narici “ebraiche”, mentre delle canzoncine inglesi scherzavano sulla malformazione dei suoi genitali. Hitler decise, quindi, con una deliberazione del 1937, di vietare l’attenzione sul suo corpo, forse anche perché le sue abitudini vegetariane erano diventate pretesto per la pubblicità di una fabbrica; molto più probabilmente per non essere messo in ridicolo.
L’astenersi dal bere alcol di Hitler diede forza a tutte le associazioni che già da tempo si battevano, in Germania e in Austria, contro l’abuso di alcol. Pertanto si approfittò della situazione per sostenere con i giovani che la loro virilità si sarebbe misurata non dalla capacità di bere birra, ma di rimanere sobri. Anche l’alcol venne imputato di causare il cancro, così come Lehmann aveva indicato in un suo studio del 1919, secondo il quale birrai, baristi e similari presentavano un’alta incidenza di cancro. Lo stesso Liek, astemio da prima della Grande Guerra, sosteneva che l’alcol fosse causa di gravi malattie, dai problemi ai nervi a molto altro. Per questo motivo, l’ascesa al potere di Hitler venne vista di buon occhio da tutti coloro che si battevano contro l’uso di alcolici, anche grazie alle esternazioni dello stesso pubblicate su molti periodici già dagli anni Venti. Egli sosteneva, infatti, che il popolo si dovesse liberare da quel veleno, in modo da poter essere il forte popolo tedesco che le sue teorie profetizzavano. Già nel 1933 venne vietato di bere durante la celebrazione della festa nazionale del lavoro, la festa che sostituiva le celebrazioni del primo maggio. Se era difficile sradicare dai tedeschi l’idea di bere birra, si doveva cercare di rafforzarne il carattere e anche di risparmiare miliardi di marchi l’anno, spesi in alcol anziché in altri acquisti. Varie leggi, sempre dal 1933 in avanti, vietavano le pubblicità di alcolici, e questo soprattutto per cercare di arginare un’altra piaga tedesca: il numero di incidenti stradali, i più dei quali erano da imputare proprio all’uso e abuso di alcolici. Nel 1940 venne lanciata “l’operazione tè” nei luoghi di lavoro: notevoli quantità di tè vennero distribuite in tutte le fabbriche in cui gli operai si trovassero a lavorare a temperature alte, per favorire il bere bevande meno pericolose della birra o di altri alcolici. Si incentivò anche la campagna a favore delle tisane, dei succhi di frutta, del succo di pomodoro e similari. Nel 1938, il sidro venne nominato ufficialmente “bevanda del popolo”, mentre nell’ottobre del 1939 venne vietata la vendita di alcol nelle osterie. Gli studi affermano, tuttavia, che se i tedeschi consumavano meno alcol era per l’effetto della contrazione del potere d’acquisto, più che per le campagne messe in atto, tanto che i livelli di consumo di alcolici furono praticamente costanti, se si considera flessioni e ripresa. Ad esempio, la produzione di vino aumentò dell’80% nei primi cinque anni di governo nazista, così come aumentò la produzione di spumanti; aumentarono anche le produzioni di alcolici (per quanto vietate) da prodotti succedanei.

Comm. Alessia Biasiolo