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domenica 27 gennaio 2013

Giornata della Memoria. Ipotesi di pubblicazione

L'ipotesi di una pianificazione per l'anno successivo può essere utile per una preparazione della Giornata della Memoria ha tutto tondo. Il messaggio che si deve preparare deve essere calibrato sui destinatari, ovvero i ragazzi delle scuole superiori. I concetti devono essere chiari e concisi in base a dei "capstone", che che possono essere individuati nei seguenti:

. L'Ideologia
. La legislazione razziale
. Le discriminazioni
. I Ghetti
. La Soluzione Finale
. I Campi
. I processi
. La Memoria

Per ogni "capstone" si deve dare la definizione del medesimo, la descrizione, alcuni esempi, e il commento finale.
Per evitare che il lavoro possa superare la soglia della sintesi ed essere appesantito, si rinvia per eventuali approfondimenti o ulteriore documentazione ai siti di riferimento o a questo blog.

Eventuale documento di pubblicazione, può avere questa struttura: Copertina, Titolo, Presentazione, Prefazione, Testo, Postfazione, Bibliografia di riferimento, Corredo Iconografico.



martedì 22 gennaio 2013

Materiali per la Giornata della Memoria


Nel quadro del progetto Storia in Laboratorio, che interessa varie scuole, in occasione della Giornata della Memoria, è stato distribuito agli insegnati vario materiale utile per una presentazione ampia di questo evento. Tra i libri è stato anche dato o segnalato  il volume a cura di Walter Laquer, edizione italiana a cura di Alberto Cavaglion, Dizionario dell'Olocausto, Torino, Einaudi, 201, pag, 879.
 Si riporta  di seguito il Breve Glossario Minimo dell'Olocausto, inserito in questi materiali

Breve Glossario Minimo
Aktionen: i rastrellamenti di ebrei per le strade del ghetto per poi deportarli nei campi di concentramento e nei campi di sterminio
Auschluss: l’annessione della Austra alla germania operata da Hitler nel marzo del 1938
Arbeit macht frei: letteralmente “Il lavoro rende liberi” . Iscrizione sul cancello d’ingresso di moltissimi campi di concentramento e di sterminio. La più nota è quella di Auschwitz. Parata a dimostrazione della perfidia nazista
Aussweis: Passaporto, lasciapassare. Senza, significava perdere la propria identità
Bibelforscher: Letteralmente “Studiosi della Bibbia”. Antico nome che veniva dato ai testimoni di Geova in Germania
Einsatzgruppen: Unità indipendenti mobili create alla vigilia dell’invasione della Unione Sovietica nel 1941 aventi il compito di sterminare i popoli inferiori (ebrei, gitani, rom,) ed al tre categorie ritenute inferiori o pericolose (omosessuali)  e i Commissari Politici del Partito Comunista della URSS.
Hitlerjugend. Letteralmente “Gioventù Hitleriana” .Organizzazione del Partito Nazionalsocialista Tedesco. Vi era inquadrata tutta la gioventù tedesca sotto il regime nazista.
Judenrat. (plurale Judenrate). Consiglio ebraico nei Ghetti, nominato e tollerato dai Nazisti
Notte dei Cristalli: Nome nazista ( in tedesco Kristallnacht) pe ri pogrom del 9 e 10 novembre 1938. Disordini violenti antiebraici provocati dalle SA, che si attuarono, nella ricorennza della cerimonia del colpo di stato del 9 novembre 1923 a Monaco non riuscito, che si verificò come rappresaglia dopo che un giovane ebreo tedesco assassinò a Parigi un diplomatico tedesco. Il progromsi attuò in tutta la Germania nello spazio di una sola notte.
 Kapò: Deportato alla guida di un Commandos (vds) operante nei campi. Il nome ha assunto un significato quanto mai negativo per la crudeltà e l’efferatezza con cui questi deportati inferivano sui loro compagni
 Kommandos: Squadre di lavoro forzato nei campi di concentramento
 NSDAP: National-Sozialistiche Deutsche Arbeiter Partei, Partito NazionaSocialista dei lavoratori tedeschi
Shtadlanut: atto delle comunità ebraiche quando, prive di rappresentanza politica, scelgono un portavoce, lo shtadlan, capace di farsi sentire o negoziare con le autorità Naziste
 Mischling: termine usato per definire chiunque fosse per metà ebreo.
 Shtetl: quartieri ebraici nei villaggi dell’Europa del nord est
 Yishuv o Yishouv: comunità ebraica che vive in Palestina

mercoledì 16 gennaio 2013

Siti in cui si possono trarre documentazione sullo sterminio nazista contro i cosiddetti popoli inferiori



Titolo del sito “Gli Einsatzgruppen”
Le “unita di sterminio” furono istituite prima della invasione della URSS da parte della germania, allo scopo di sterminare gli ebrei, i rom e i gitani in genere ed i commissari politici del Partito Comunista Sovietico
In Inglese con fotografie

Titolo del sito “The Ernest and Elisabeth Cassato memorial pages: Survivors of the Holocaustus”
Sopravissuti. In Inglese con fotografie

Titolo del sito “Esposizioni delle immagini dell’Olocausto”
Sito Belga in lingua francese. Attenzione: fotografie terrificanti

Titolo del sito “L’altra faccia del genocidio”
Il destino di centinaia di migliaia di vittime del genocidio commesso dalle forze di occupazione naziste in Unione Sovietica. Articolo di Philippe Burrin autore di Hitler et les Juifs: genèse d’un genocide, pubblicato in Le Monde Diplomatique

Titolo del sito “Holocaust & Genocidi Studies”
Sito sui tanti genocidi (armeni,ebrei, ruandesi ecc.) In Inglese. Numerosi links

Titolo del sito “Marzo-aprile 1943: la deprtazione degli ebrei di Salonicco”

Titolo del sito “L’innegabile Olocausto”
Una vastissima raccolta di documenti, fotografie, lettere ecc. Le operazioni dei Einsatzgruppen in Russia, lo sterminio di massa, gli esperimenti medici. Un sito estremamente ricco di informazioni

per contatti: prigionia@libero.it


martedì 8 gennaio 2013

Racconto di guerra di Domenico Ferraro



Nel giugno del 1942, all’età di 20 anni, sono partito per il servizio militare; ho preso il treno alla stazione di Sibari, in provincia di Cosenza, e sono arrivato alla caserma di Lecce.  
Per via della guerra, (seconda guerra mondiale), sono stato mandato, insieme al mio reggimento, in missione a Patrasso, in Grecia. Da combattente ho attraversato il vasto territorio di questo paese a piedi, dal 1942 al 1943, fino quando, raggiunto l’Armistizio il 6 o 7 di settembre del 1943, sono stato fatto prigioniero dai tedeschi e condotto in Germania, con altri 4000 soldati circa di varie nazioni. Viaggiammo su un treno di bestiame talmente sovraccarico da avere bisogno di due locomotive per essere trainato. Il treno non attuò nessuna fermata durante il lungo e infernale viaggio, ricordo che non riuscivamo nemmeno a muoverci e l’odore all’interno del vagone era nauseabondo. Ci avevano detto che ci avrebbero riportati in Italia, ma non fu così.
Quando giungemmo ai confini dell’Italia un Sergente Maggiore della Sicilia si rese conto che il treno si stava allontanando dal nostro Paese per dirigersi verso la Germania.
 Arrivati in Germania, ad una stazione, il treno si fermò, non so per quale motivo, forse per fare rifornimento, ricordo soltanto che qualcuno ha cercato di fuggire e furono fucilati davanti ai nostri occhi dalle sentinelle tedesche. Poi siamo ripartiti per arrivare infine a destinazione:  non ricordo il nome della città dove siamo stati condotti, ma ho nitida l’immagine del campo che ci attendeva, si chiamava il campo B.
La notte dormivamo nelle baracche di legno, in lunghe camerate freddissime con una coperta sottile che doveva servire a ripararci dal ghiaccio notturno: in molti si ammalarono di bronchite perdendo la vita. La mattina venivamo svegliati dalle urla dei soldati tedeschi e a stomaco vuoto venivamo portati nei campi di lavoro, dove restavamo per ore sotto l’acqua e la minaccia dei fucili tedeschi. Questo per sei mesi circa. Eravamo più di 4000 detenuti. Dopo 6 mesi fui trasferito insieme ad altri detenuti, 10 italiani ed un’olandese, a Triebes, perché ritenuti più esperti nel lavoro. Uno dei detenuti con cui sono stato trasferito si chiamava Ciardi Ciardini, un toscano che abitava, in Italia, in via pistoiese nr.11, a Prato vicino  Firenze.  A Triebes dormivamo a lineden strass nr. 6, vicino all’ abitazione di una vedova: Irmergard Martin.  A Triebes  ci hanno fatto scavare un tunnel di 50-60 Km di lunghezza,  5 mt di profondità e 3 di larghezza, che andava da una fabbrica all’altra (la Brabbak); lavoravamo di notte, in condizioni animalesche con pioggia, fango, freddo e fucili puntati sempre addosso. La mia prigionia a Triebes è durata per due lunghissimi anni, dove mi hanno fatto fare qualsiasi tipo di lavoro: dalla riparazione delle strade, al rifacimento dei ponti distrutti dai bombardamenti, dalle recinzioni dei campi di concentramento, alle pulizie dei bagni, fino ai lavori privati dei militare tedeschi.
Nel 1945 fui salvato per miracolo dagli Americani, i quali mi hanno sfamato per 40 giorni, in quanto alla mia liberazione (come la maggior parte dei prigionieri) versavo in condizioni fisiche precarie, pesavo infatti solo 33 kg.
 Il 15 Giugno del 1945 sono rientrato in Italia, e dopo solo un mese di permanenza a casa, sono stato richiamato dallo Stato italiano e mandato a Sannicandro, Bari, per un altro anno di vita militare.

Chi avesse ulteriori informazioni su questi avvenimenti è pregato di inviarle a ricerca23@libero.it

martedì 8 maggio 2012

Presentazione del volume "La Guerra Italiana alla URSS. Le Operazioni 1941-1943"

Prigionieri di Guerra Statunitensi a Roma catturati nella testa di Ponte di Anzio

Si riportano tre fotografie dello sfilemento dei prigionieri di guerra statunitensi catturati nella testa di ponte di Anzio all'inizio del febbraio 1944.
Nel momento in cui il gen Lucas, comandante delle forze sbarcate il 22 gennaio, decise di uscire dalla testa di ponte, dopo essersi rafforzato, i tedeschi attirarono in una trappola i battaglione rangers di punta.
Lo smacco fu grave, in quanto Lucas aveva perso il fattore sopresa ed ogni possibilità di raggiungere Roma















Le foto furono molto sfruttate dalla propaganza nazista, che insistette molto sul fatto che gli Alleati nella sostanza fallirono ad Anzio ed avrebbero fallito ogni qual volta vessero tentato di sbarcare sul continente europeo.

Il Dramma del Confine Orientale

COMUNICATO STAMPA
La Venezia Giulia non può festeggiare il 25 aprile

                Il 25 aprile in tutto il Paese si festeggia la Liberazione dal giogo nazifascista, resa possibile grazie anche al generoso apporto e sacrificio di tanti uomini e donne che, imbracciando il fucile o collaborando nei più svariati modi, aderirono a quella lotta partigiana che combatté per affrancare l’Italia dal servaggio delle dittature nazifascista.
Nella Venezia Giulia, diversamente che nel resto del Paese, in questi giorni del ’45 non vi è stata alcuna liberazione, bensì una terribile e brutale occupazione delle truppe comuniste del maresciallo Tito, ancor più condannabile perché avvenuta a guerra finita e per giunta su cittadini inermi.
            Se non fossero entrate le truppe titine, Gorizia sarebbe stata realmente liberata da quelle neozelandesi (ed allora sì che avremmo festeggiato la liberazione!), che invece furono rallentate dai titini proprio per poter vantare diritti di occupazione al tavolo dei vincitori, che come noto avrebbero voluto occupare la Venezia Giulia sino al Tagliamento.
            Per snazionalizzare rapidamente Gorizia e per soffocare sul nascere ogni tentativo di ribellione dal 2 maggio iniziò il rastrellamento di tutti coloro (furono ben 665!) che potevano rappresentare un pericolo per le aspirazioni annessionistiche di Tito. Tra questi la burocrazia goriziana e chi aveva manifestato con eccessivo entusiasmo la propria italianità. Tra i tanti citiamo anche due noti esponenti della Resistenza non comunista, il socialista Licurgo Olivi e l’azionista Augusto Sverzutti. Alla città di Trieste i famigerati 40 giorni di occupazione jugoslava valsero la Medaglia d’Oro al Valor militare.
            Questo rappresenta per i goriziani e per tutti i giuliani il 25 aprile, e non certo la liberazione, che invece avverrà dopo i cosiddetti “quaranta giorni di terrore”.
Tanto rispettiamo ed onoriamo quei partigiani che combatterono per la libertà, quanto condanniamo quei partigiani che invece combatterono per asservire la Venezia Giulia allo straniero e sanguinario regime comunista titino. Noi crediamo che anche da parte dell’ANPI locale ci debba essere una presa di coraggio, come in altre ANPI italiane, nell’interesse dei tanti partigiani che nulla hanno a che spartire con quei partigiani italiani che, invece, tradirono e vendettero l’Italia ed il popolo italiano, per obbedire agli ordini degli allora vertici comunisti di collaborare con i “fratelli” titini contro gli interessi dell’Italia.
Vogliamo credere che non voleva essere una provocazione, peraltro di pessimo gusto, l’immagine promossa dall’ANPI di Gorizia, proprio di un partigiano italiano che abbraccia il “fratello” titino, quel fratello che ha le mani macchiate del sangue dei goriziani e lo stesso fratello che voleva occupare Gorizia, anziché liberarla!
            Rispettiamo pertanto i sentimenti di tutti coloro che, in diversa misura, hanno subito torti o violenze dai regimi. In primo luogo la comunità ebraica, che ha pagato duramente con milioni di vittime la ferocia dell’uomo sull’uomo. Ma anche la comunità slovena, che ha subito tentativi di snazionalizzazione in questa area di confine, anche con inammissibili atti di violenza e soprusi. Siamo vicini e solidali con queste vittime e le loro famiglie.








            Rispettiamo tutti coloro che individuano nel 25 aprile la festa della liberazione, ma parimenti va rispettato anche chi associa il 25 aprile non già ad una liberazione, bensì alla brutale occupazione comunista.
Cogliamo l’occasione per precisare che oggi la guerra non la si combatte solo con le armi da fuoco, ma anche con lo strumento dell’informazione, che diventa arma se brandita per meri fini politici e personali. Mi riferisco a quelle forme di negazionismo (chi negava addirittura che le foibe fossero esistite, oggi cerca di insinuare che anziché quindicimila vittime innocenti siano state gettate nelle foibe ”solo”alcune centinaia di persone, peraltro fascisti o collaborazionisti!) con cui si legittima e si incita alla violenza, configurando, a mio avviso anche una apologia di reato. Chi oggi vorrebbe giustificare le foibe con le violenze fasciste consumate venti anni prima, conseguentemente inciterebbe le decine di migliaia di discendenti delle vittime delle foibe a farsi giustizia da sé. Ma così non deve essere, né oggi né mai! La violenza deve essere sempre condannata!
La guerra voluta dai regimi nazista e fascista, che hanno trovato nel regime comunista di Tito una sanguinaria e brutale strumento di oppressione, hanno due grandi vittime: il popolo istriano, fiumano e dalmata, che è stato costretto ad abbandonare la propria terra, lasciando tutti i propri beni, con cui l’Italia ha pagato i debiti di guerra, non avendo ancora risarcito gli esuli e la comunità di lingua slovena, per questa ragione oggetto di inaccettabile violenza.
Dobbiamo ricordare e rispettare il dolore patito da chi ci ha preceduto, ma promuovere ogni azione possibile per superarlo, nell’interesse dei nosri figli e di un confine orientale che ambisce alla….normalità.



                                                                                                 Il Presidente
                                                                                              Rodolfo Ziberna

mercoledì 7 dicembre 2011

Albania Il Caso Terrusi 11 L'avvio di una ricerca ulteriore


Grazie alla attività ed impegno di Luigi Nidito, il 2 novembre 2011 è stato presentato a Tirano la traduzione del volume di Massimo Coltrinari, La resistenza dei militari Italiani all'Estero - Albania, Roma, Commissione per lo studio della resistenza dei militari Italiani all'estero, Rivista Militare, 1999, pag. 1465, ill, cartine

La ricerca che si intende avviare a sostegno delle richieste del figlio di Giuseppe Terrusi parte da questo volume, sintesi del materiale raccolto

Chi avesse notizie o indicazioni in merito è pregato di prendere contatto attraverso la emali ricerca23@libero.it



Albania Il caso Terrusi 9 La richiesta per Giuseppe Terrusi

Ora chiedo alle autorità del Governo albanese:

1)   Che venga riabilitata la figura di mio padre,
Giuseppe Terrusi
 quale Direttore della Banca d’Italia e d’Albania.
2)   Che le spoglie di mio padre, che sono ancora sotto la terra del Carcere di Burrel, vengano riportate in patria.
3)   Che una Lapide ricordi i tutti caduti politici (albanesi e italiani) presso il carcere di Burrel e ci sia anche una stele in Loro memoria a Tirana.

Il Figlio

martedì 6 dicembre 2011

Albania Il caso Terrusi 8 La Presentazione del Libro


Ritorno nel Paese delle Aquile
Presentazione in Albania
26-28/10/2011


        - Devo esprimere un sentito ringraziamento all’Ambasciata d’Italia ed in particolar modo all’Istituto di Cultura Italiano per avermi invitato per “la settimana della Cultura Italiana” in coincidenza con il 150° anno dell’Unità d’Italia.
        -  Un grazie di cuore va a Gezim Peshkepia Membro dell’Istituto per i Crimini del Comunismo, nel quale ho riscoperto un vero e sincero amico.
        -  Devo anche sottolineare l’amicizia, il rispetto, e l’ospitalità di tutti coloro che mi hanno circondato in questi giorni e nel mio viaggio del 1993 ai quali devo immensa gratitudine.
Mi scuso per la forte emozione che sento, dato l’argomento che tratteremo, e che certamente traspare dalle mie parole.

Premetto che ciò che è scritto nel Libro “Ritorno al Paese delle Aquile” è tutto assolutamente vero: dalla storia, alle foto originali e inedite, alle interviste ai protagonisti.

Perché tornare in Albania?
Ciascuno di noi ha la necessità (direi l’esigenza) di avere memoria del proprio passato perché quel ricordo è la base fondamentale dell’esistenza futura di un individuo.
Senza memoria del passato è come vivere sulla sabbia anziché sulla terra ferma. Ti senti instabile, insicuro.
Ti manca un riferimento. C’è un vuoto che non riuscivo a colmare.
Questo provavo prima di affrontare il viaggio in Albania.

I primi anni di vita mi erano stati racconti dai familiari, densi di vicissitudini e incredibili avvenimenti.
Quei racconti avevano eccitato la mia fantasia e la curiosità suscitando in me un irresistibile desiderio di ritornare nei luoghi dove ero nato e che erano stati tanto rievocati dai miei familiari ma che in effetti non riuscivo a concretizzare.
Era come avere un Libro chiuso in un cassetto senza averlo mai letto.
Nonni e Zii avevano fatto del Loro meglio nel raccontare, solo mia madre sembrava non voler rievocare il passato: troppo forte era stato il suo dolore per quelle vicende.
Quegli anni li avevo vissuti anch’io e, nel mio piccolo, ne ero stato protagonista ma nella mia memoria rimaneva dei fotogrammi ma il resto era un vuoto. Soprattutto c’era un periodo, lungo 4 anni (dal 49 al 52), che purtroppo nemmeno i famigliari (eravamo rientrati come profughi in Italia nel ’49), se non i testimoni diretti, avrebbero potuto raccontare.
Poi c’erano le straordinarie vicende di mio padre e di mio zio.
Il Primo Direttore di banca, il secondo portiere della Nazionale albanese.

La mia ricerca del passato, la voglia di  mio zio di rivedere gli amici di allora ebbero il sopravento.
Quando alcune condizioni e particolari circostanze lo permisero: la caduta della dittatura di Enver Hoxha, la nascita di uno Stato democratico, l’apertura delle frontiere e la Cooperazione italiana in Albania, fu possibile organizzare un viaggio.

Quando in Europa cadde il muro di Berlino e cominciarono a spirare venti di Libertà anche in Albania ci fu un risveglio, si aprirono le frontiere…

Lo Zio Giacomo ed io cominciamo a pensare ad un viaggio in Albania…
La Cooperazione italiana, l’Ambasciata…1993

I luoghi (Tirana,Valona, Burrel), gli amici della Cooperazione Piergiorgio Ramundo, Toli Arapi, , l’ospitalità di Spartak Topollaj…le interviste incrociate…ad Angelo Kokoshi, Petrit Velai, i giocatori vincitori delle Balcaniadi del 1946…Javit Demneri e tutti gli altri.

Stavo leggendo per la prima volta le pagine di quel libro che era rimasto chiuso nel cassetto…

Perché scrivere un libro?
In verità non avevo l’idea di scrivere un libro.
Come spesso accade vicissitudini e circostanze determinano i tempi e modi dei nostri progetti.
Tornati dall’Albania avevo preso alcuni appunti solo per ricordarmi i nomi delle persone che avevo incontrato e gli avvenimenti del viaggio. Avevo riordinato le fotografie con particolare attenzione per comparare quelle del mio viaggio con quelle di 50 anni prima.
Le condizioni politiche in Albania del 1996, la salute di Angelo Kokoshi avevano bloccato le mie speranze di riportare in patria le spoglie di mio padre.
Le mie attenzioni si erano rivolte al mio lavoro, allo sport attivo e la cosa sembrava finita nel dimenticatoio.

Passano gli anni e arriva una telefonata (2006) da Spartak Topollaj (il direttore del Dajti, citato nel Libro). “Sono Console a Milano, vienimi a trovare”.
Così si sono riaperti i ricordi…
Poi la malattia di mia madre (2003)…dello Zio (2008)…
Qualcosa si stava perdendo, interrompendo ed io ero la sola persona che avrebbe potuto riallacciare il passato al futuro. La voglia di non dimenticare…Ritrovare, riepilogare, sintetizzare la nostra storia.
Come in un puzle era necessario riordinare le schede…ritrovare una logica temporale e storica e così era iniziata la ricerca e quindi le prime pagine scritte di quella che sarebbe stata la bozza  del mio libro.
La rilettura e la composizione degli avvenimenti, le interviste, i documenti originali, le lettere, hanno ricomposto la storia rispondendo a molte domande ma hanno lasciato aperti altrettanti interrogativi ai quali solo gli archivi delle istituzioni italiane e albanesi potranno rispondere.
Dovevo scrivere, mettere nero su bianco:
Per raccontare una storia vera che sembrava un romanzo.
Per lasciare ai giovani della nostra famiglia  il ricordo delle proprie origini.
Perché i fatti descritti e certificati trattavano di episodi singolari che avevano coinvolto la famiglia in un periodo storico molto travagliato per l’Albania.
Per un doveroso omaggio a chi aveva sempre lottato per la libertà, la democrazia, per una vita dignitosa e perfino eroica.

La stampa del Libro nel 2011
Anche qui le circostanze hanno determinato gli avvenimenti.
Nell’Estate del 2010 in vacanza  a Gallipoli. Mi sono informato presso un’amica, data la vicinanza con l’Albania, se conoscesse qualche editore…mi presenta Livio Muci, proprietario della casa Editrice BESA che rimane sorpreso dalla Bozza  giudicandola molto interessante.
Da lì la stampa…
Poi le presentazioni, le interviste, la diffusione, internet…
Inatteso scalpore del Libro: curiosità della gente, interesse dei media, attenzione delle autorità politiche.
E’ stato come se un forte vento avesse sollevato lo strato di terra e polvere dalle pagine di un vecchio Libro scoprendo una vicenda dimenticata dal tempo…la verità.

I documenti del  processo di Valona nel 1945 a mio padre, ritrovati presso gli Archivi del Ministero degli Interni di Tirana ad opera di Gezim Peshkepia, Membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto per i Crimini Comunisti e le sue Conseguenze, hanno aperto un’altra pagina di storia…Dimostrando come quel processo fosse stato una farsa mettendo in luce l’innocenza di mio padre.

Albania Il Caso Terrusi 7 Il Processo


I capi di accusa:
1.     E' stato un fascista determinato e come tale è stato mandato dall'Italia in servizio in Albania in favore dell'organizzazione fascista.

2.     Mentre era direttore di banca in Albania e in occasione dell'avvicinamento della liberazione dell'Albania e dell'allontanamento dei tedeschi l'imputato con l'intento di non consegnare i contanti nelle mani dell'esercito della Liberazione Nazionale Albanese li ha consegnati all'Esercito Nazista.

3.     Con la liberazione dell'Albania il sopracitato ha fatto diverse riunioni in collaborazione con i suoi amici Arturo Orlandi eccetera per spedire i soldati Italiani, i quali si trovavano nelle file dell'esercito della Liberazione Nazionale, nell' Italia occupata dai Nazisti.


IL Tribunale Dichiara

            Colpevole l'imputato Giuseppe Terrusi e gli infligge 10 anni di carcere e la perdita dei diritti civili e politici per il tempo della detenzione. 


La richiesta di condono della pena scritta a mano da mio padre Giuseppe:

Valona 18 Febbraio 1946
Al tribunale del Popolo                                          Valona 18 Febbraio 1946
In merito alla requisitoria del Signor Procuratore, desidero confermare quanto segue:
       Sono giunto in Albania nel 1926 esclusivamente per lavorare (e non quale incaricato del popolo fascista)per impiantare le varie sedi della Banca Nazionale d’Albania, di Tirana, Korce, Saranda ed Argirocastro. Sono giunto quale semplice impiegato e la mia posizione di Direttore l’ho raggiunta dopo venti anni di lavoro tecnico.
       La mia iscrizione al fascio è dovuta unicamente alla necessità di ottenere il passaporto.
       In Albania non ho mai svolto attività politica, non ho mai coperto cariche presso il fascio, direttorio, ecc. Sono giunto povero e sono rimasto povero.
       Durante l’occupazione tedesca, quale antifascista, sono stato, insieme ai Sigg: D’Andrea e Belluzzi invitato per il 22 luglio 1944 ad abbandonare  Valona perché, secondo le parole del Maggiore Sciler “pericolose per la Sicurezza dell’esercito tedesco”. Tale provvedimento non fu adottato per l’intervento della Divisione Centrale della Banca di Tirana, che minacciò la chiusura della Filiale non potendo sostituire i due Funzionari.
       Prima della partenza dei tedeschi ho salvato circa 700.000 franchi, mettendo in rischio la mia vita.
       La dichiarazione del Sig. Shefit  Muharem è dovuta a motivi esclusivamente di rancore verso la mia persona, in quanto questo Signore, che in Banca era Kavas, era stato da me licenziato dopo due o tre mesi dal mio arrivo a Valona (gennaio 1940) perché in continuo stato di ubriachezza e dopo che tutte le mie raccomandazioni erano rimaste senza alcun esito. Gli impiegati di quel tempo possono testimoniare la mia asserzione.
Confidando quindi nella giustizia del Popolo, al quale non ho mai fatto nulla di male chiedo la mia assoluzione.
                                                                                     Terrusi Giuseppe



Come si poteva pensare ad una connivenza o accordo di Giuseppe con i Tedeschi?
Quando nelle sue lettere personali alla sorella in Italia si legge:

Valona 22 Ottobre 1944
Siamo stati Liberati da circa 10 giorni ed i Briganti Tedeschi  sono andati via vergognosamente.

Valona 9 Novembre 1944
Dopo circa 13 mesi di Terrore Tedesco (per poco non mi hanno internato) e dopo aver passato continue preoccupazioni, siamo stati liberati dalle truppe partigiane che abbiamo accolto con vero entusiasmo e con gioia. Adesso viviamo in piena pace e tranquillità.

Valona 27 Novembre 1944
I Vigliacchi Tedeschi ne hanno combinate di tutti i colori e tutte le atrocità possibili: abbiamo passato giorni di incubo e di terrore ed anch’io sono stato sul punto di essere confinato, ciò che ho scongiurato a mezzo di persone amiche a Tirana. Ora tutto è passato e non ci sembra vero di essere vivi e sani.


Anni dopo il processo, in un suo discorso al popolo Enver Hoxha praticamente scagiona i direttori della “Banca d’Italia e d’Albania” da responsabilità dirette:

“Dopo la capitolazione dell’Italia fascista nel settembre 1943, l’esercito nazista prelevò l’oro albanese depositato presso la Banca d’Italia a Roma. I rappresentanti del Mi­nistero degli Esteri di Germania e quelli del Governo al­banese avevano riconosciuto, per mezzo di un protocollo firmato nella primavera del 1944, la proprietà dello Stato albanese su questa quantità di oro. Come se ciò non bastas­se, nell’ottobre 1944 il comandante delle truppe hitleriane a Tirana prelevò l’oro che era rimasto presso la banca nazio­nale d’Albania, dichiarando che l’avrebbe depositato presso la sede di Shkodra di questa stessa banca…”




Voglio introdurre un altro argomento:
Gli italiani civili emigrati in Albania erano lavoratori, vivevano in armonia con gli albanesi e non erano assolutamente a conoscenza delle trame delle alte gerarchie militari che programmavano una occupazione  strisciante e successivamente  una invasione possibilmente “morbida” dell’Albania.

Dal diario privato di Galeazzo Ciano


16 Ottobre 1938
Niente di notevole tranne un breve colloquio col Duce durante il quale gli consegno il rapporto del senatore Natale Prampolini (presidente dell’Ente per le Bonifiche Albanesi) sulle bonifiche in Albania e gli propongo di dare inizio al più presto alla bonifica di Durazzo che è la più economica, la più vistosa e quella più utile ai fini militari. E serve per placare le non ingiustificate inquietudini del Re.

19 Ottobre 1938
Serregi (Ministro degli affari Esteri albanese) , in partenza per l’Albania, riceve l’assicurazione della nostra cordiale collaborazione e la promessa di far qualche cosa in materia di bonifica. In realtà ho proposto al Duce, che ancora presso di sé il progetto Prampolini (presidente dell’Ente per le Bonifiche Albanesi), di dar subito mano ai lavori nella piana di Durazzo. Sono 3000 ettari recuperabili con meno di 20 milioni di lire. Ciò servirà a placare le inquietudini albanesi. Preparerà in parte il nostro lavoro futuro. E servirà anche a fini militari poiché ogni sbarco in forze dovrà poggiarsi su Durazzo e immediate vicinanze. Anche dal punto di vista psicologico, è utile che coloro che scendono in Albania, soldati e civili, abbiano la sensazione di trovarsi in una terra sana e feconda e non in un acquitrino desolato. Un’impressione migliore avrebbe forse cambiato la nostra storia del 1920 e ci saremmo impegnati più a fondo.

16 Febbraio 1939
L’Albania è inquieta. Un telegramma dell’Add. Militare a Tirana ha un po’ preoccupato il Duce: dice che il Re aveva ordinato la mobilitazione parziale e che Francesco Jacomoni (Governatore dell’Albania) era partito in volo per Roma. La situazione no è così drammatica: conferisco con Jacomoni che a dire il vero si mostra molto calmo. Ieri ha conferito col Re (Zog), il quale dopo aver ascoltato le nostre lagnanze, ha detto di avere qualche cosa a sua volta da dire. A Belgrado si sarebbe parlato di spartizione albanese, ma ha citato dei particolari che provano egli essere soltanto parzialmente e imprecisamente informato. Poi ha fatto cenno alla preparazione di un movimento interno, poggiato soprattutto sui fuoriusciti: particolare anche questo sostanzialmente falso. Ha citato molti nomi di persone compromesse: tranne quello di Koci, nemmeno esatti. Ha concluso riaffermando la volontà di intendersi con noi  ed ha mandato Jacomoni quale suo plenipotenziario per l’accordo. Quando riferisco per telefono al Duce, risponde: “Se avessimo già firmato il patto con Berlino potremmo attaccare subito. Adesso dobbiamo procrastinare”.  Quindi conferma le istruzioni che io avevo già inviate tre giorni fa ad Jacomoni e che si riassumono così: mantenere viva l’agitazione popolare ma non mancare di placare i dubbi di Zog dandogli tutte le assicurazioni che desidera. Intorbidare le acque in modo da impedire che le nostre vere intenzioni siano conosciute.

15 Marzo 1939
Le truppe germaniche iniziano l’occupazione della Boemia. La cosa è grave, tanto più che Hitler aveva assicurato che non avrebbe voluto annettersi un solo ceco. Quale peso si potrà dare in futuro alle dichiarazione di Hitler? E’ inutile nascondersi che tutto ciò preoccupa ed umilia il popolo italiano.  Bisogna dargli una soddisfazione, un compenso: l’Albania. Ne parlo al Duce cui dico anche la mia convinzione che oggi non troveremmo ne ostacoli locali ne serie complicazioni internazionali per intralciare la nostra marcia. Mi autorizza a telegrafare a Jacomoni di preparare movimenti locali e personalmente ordina alla Marina di tener pronta la seconda a Taranto. Telefono a Jacomoni che prospetta anche di mettere l’ultimatum al Re: o egli accetta lo sbarco delle truppe italiane e chiede il protettorato oppure le truppe sbarcano contro di lui. Conferisco nuovamente col Duce. Mi sembra un po’ meno deciso per l’operazione albanese. Tanto più che all’Ammiraglio Domenico Cavagnari, ricevuto prima di me, il Duce si è limitato a fare domande generiche circa la possibilità di eseguire uno sbarco, ma non ha dato istruzioni di sorta.





Albania Il Caso Terrusi 6

Quotidiano Mapo
Venerdì, 28 ottobre 2011
Aida Tuci

Aldo Terrusi ritorna in Albania dopo 18 anni a raccontare la storia di un amore trasformato in odio e che giurò vendetta. Si tratta della biografia della famiglia dell'autore del libro "Ritorno al Paese delle aquile", che è stato presentato ieri,  presso la Biblioteca Nazionale di Tirana.


Un libro con una dedica
Testimonianza dell’amore di Enver Hoxha per l’italiana Aurelia

Aldo Terrusi ritorna in Albania dopo 18 anni. Nel '93 rientra con lo zio  Giacomo Poselli, ex portiere della squadra di "Flamurtari" e della nazionale albanese vincitore delle Olimpiadi Balcanici del 1946. E’ tornato per trovare i resti di suo padre, morto nel famigerato carcere di Burrel nel 1952. Viaggiando da Tirana a Valona e poi a Burrel, ha trovato pezzi della storia raccontata da amici, colleghi e compagni di carcere di suo padre, Giuseppe Terrusi. Così ha conosciuto la triste storia di suo padre e sua madre,  Aurelia, la cui bellezza ha portato alla più grande tragedia della sua vita, la morte del coniuge Giuseppe Terrusi, nella prigione comunista albanese. Un amore trasformato in odio e che giurò vendetta. Si tratta della biografia della famiglia dell'autore del libro "Ritorno al Paese delle aquile", che è stato presentato ieri, presso la Biblioteca Nazionale di Tirana.
 Il libro è stato presentato in italiano, ma presto sarà anche in albanese.

La storia della famiglia Terrusi è una storia di quelle famiglie italiane, che, in cerca di una vita migliore, migrarono dal loro paese, nella seconda metà del XIX secolo, in altri paesi. Dopo un ricco percorso, i predecessori di questa famiglia arrivarono in Albania. Giuseppe, il padre Aldo, diventa un personaggio famoso nel settore bancario, principalmente nel sud, ad Argirocastro e a Valona, ​​con le funzioni del Vicedirettore e poi del Direttore della Banca italo-albanese di Valona.
In questo cammino, il destino e l'origine ha messo insieme i genitori di Terrusi, Giuseppe ed Aurelia. Ma prima di conoscere il suo compatriota Giuseppe, Aurelia, bellissima ragazza italiana, di solo 17 anni , crea amicizia con un giovane, vicino di casa ad Argirocastro, dove la sua famiglia si trasferì  durante la guerra italo-greca. Questo giovane a soli 22 anni, di nome Enver Hoxha, si affascinò dalla bellezza della nuova vicina di casa, l’italiana di nome Aurelia. Da  qui iniziano le sofferenze e le disgrazie della famiglia descritta nel libro di Aldo Terrusi. Mentre il futuro leader comunista di Albania, a 22 anni, studiava a Parigi, nutriva ancora simpatia per la bella italiana. Dalla capitale francese, inviava dediche, attraverso sua sorella, alla 17-enne, ma non veniva mai ricambiato. Era il 1930. Nel 1936, Aurelia conosce Giuseppe Terrusi, che sarebbe diventato suo marito. I due passeranno diversi anni a Valona, ​​dove Giuseppe è stato nominato Direttore della Banca italo-albanese, che si trovava nell'edificio dell’attuale Banca Commerciale nella piazza “Sheshi i Flamurit”.  Proprio in questo edificio a Valona verrà messo al mondo Aldo Terrusi, che nel suo passaporto porta come luogo di nascita, Valona. Le disgrazie di questa famiglia iniziano quando i comunisti salgono al potere. Giuseppe Terrusi inizialmente fu arrestato e imprigionato nel carcere di Valona, ​​poi trasferito in  quello di Burrel, dove morì il 3 marzo 1952, in circostanze che rimangono un mistero. Lui aveva 52 anni. Ancora oggi, suo figlio, Aldo Terrusi cerca le ossa di suo padre. "Non mi fermo finché non trovo i resti di mio padre. Voglio che almeno mio padre e mia madre siano vicini nell'altro mondo " - esprime il suo dolore Aldo Terrusi in una intervista al Quotidiano Mapo.

Come ha conosciuto il giovane Enver Hoxha, Sua madre? Che cosa Le ha raccontato?
Mia madre non ha mai voluto raccontarmi la storia della sua vita. Tutto ciò che ho imparato del passato della mia famiglia me l’hanno raccontato i miei nonni e lo zio, Giacomo Poselli. Lei (la madre) non ha mai voluto parlarne, perché per lei era una storia molto triste. Aveva perso il marito, l'unico amore della sua vita. Quando sono arrivato in Albania nel 1993 per cercare i resti di mio padre e di imparare quello che era successo, lei quasi si rifiutò di conoscere ciò che avevo scoperto in Albania. Non reagiva quando io raccontavo. E 'stato molto, molto doloroso per lei. Quindi l'unica cosa rimasta come reliquie del passato è un libro che Enver Hoxha aveva regalato a mia madre mentre lei viveva ad Argirocasto. Un libro dove Enver Hoxha scrisse una dedica: "Come ricordo di amicizia". Hoxha diede il libro a mia madre dopo essere tornato da Parigi, nel 1930. Un libro dal titolo "100 immagini da Parigi."

Solo questo libro è rimasto come prova di amicizia tra loro?
Anche alcuni messaggi che Enver Hoxha inviava a mia madre tramite la sorella, quest'ultima li consegnava alla sorella minore di mia madre. Questo era il modo di comunicazione tra loro.

Questi messaggi sono scritti o verbali?
I messaggi sono stati scritti su pezzi di carta. E questo che so, perché in realtà nessuno di questi pezzi di carta non furono salvati. Dai miei parenti ho saputo che mia madre ha strappato tutto per vari motivi. L'unica cosa che è rimasta è questo libro, che è certamente un ricordo.

Erano messaggi d'amore?
Erano messaggi di richiesta di appuntamento, dove Enver Hoxha chiedeva di incontrare mia madre. Come ho saputo dai miei nonni e i miei zii, Enver Hoxha aveva chiesto a mia madre di sposarla. Un fatto che si conosceva anche dai suoi familiari. Ma quando tornò da Parigi e raccontò a mia madre le sue idee che erano lontani anni luce da quello che pensava mia madre, allora la loro amicizia si ruppe.

Quanti anni aveva Sua madre in quel periodo?
Mia madre aveva 17 anni e Enver Hoxha 22 anni.  Si può ben comprendere il desiderio di questo giovane, che cercava amicizia e affinità con una ragazza giovane e bella. È normale. Era chiaro che quando le idee politiche erano troppo forti per Enver, non ci sperava in un’amicizia tra loro.

Questa corrispondenza tra Enver Hoxha e Sua madre, quando ha avuto luogo e dove?
Ad Argirocastro, dove ha vissuto con la sua famiglia. A quel tempo non conosceva ancora mio padre. Si tratta degli anni 1927-1930. Il libro dove Enver "Come ricordo di amicizia" porta la data  1930. Nel 1936, mia madre si sposò con Giuseppe Terrusi, mio ​​padre e vissero Valona, ​​dove poi nacqui io. Sono cose accadute prima che mia madre conoscesse mio padre.

Cosa rappresenta  questo libro per Sua madre, che l’ha tenuto come unico ricordo dal suo vicino di casa?
Questo libro è certamente la prova di un'amicizia finita.

Come descriveva Sua madre Enver Hoxha?
E' successo solo una volta, quando lei molto brevemente e in pochi secondi mi ha fatto una descrizione di lui: "E' stato un ragazzo bello e affascinante"

Tua madre si è sposata dopo la morte del padre Giuseppe Terrusi nel carcere di Burrel?
No, assolutamente. Mia madre non si è mai sposata, è rimasta vedova per tutta la sua vita. Ma vi assicuro che era una donna molto bella e che ci sono stati in tanti che l’amavano, ma l'amore per mio padre era assoluto, era un amore ideale.

Il diario trasformato in biografia
Aldo Terrusi non aveva mai pensato di scrivere un libro, per di più biografico. "Tutto ciò che ho messo nero su bianco era solo un semplice diario. Le foto e gli indirizzi che io avevo notato in questo diario erano solo contatti di persone che avevo conosciuto in Albania per poter poi comunicare con loro, ma non ho mai avuto l'intenzione di scrivere un libro. In alcuni casi, ho avuto l’impressione di scrivere  più di quello che conoscevo. Ho sentito la necessità di mettere in carta il mio passato. Con la morte di mia madre e poi dello zio ho capito che ero rimasto solo io, ultimo anello della catena di quello che era accaduto in passato alla mia famiglia. Per questo motivo ho ritenuto necessario scrivere la storia della mia famiglia " - spiega Aldo Terrusi.

L’arresto e gli ultimi momenti di Giuseppe Terrusi a Burrel ...
Il mandato di arresto portava la firma di Enver Hoxha. Due membri del Movimento di Liberazione Nazionale sono entrati in banca e hanno messo le manette al Direttore della Banca italo-albanese di Valona, ​​Giuseppe Terrusi, accusandolo di essere un fascista. Per prima nella prigione di Valona e poi a Burrel. "Ci davano da mangiare una volta al giorno, sempre fagioli e patate, così tanto da soffrire ancora di ulcera" – racconta Angelo Kokoshi (morto), che aveva conosciuto il padre di Aldo nel carcere di Burrel. Un altro testimone presente al momento della morte di Giuseppe Terrusi è anche Petrit Velaj (vivo). ““Per tuo padre sono stato un vero amico. Abbiamo diviso il boccone e le sofferenze. Avevo 21 anni quando mi condannarono a morte. Per 77 giorni mi tennero legati mani e piedi. Per costringermi a denunciare i miei compagni, mi fecero scavare per tre volte la mia fossa davanti a un plotone di esecuzione. Ma io non reagii. Quando commutarono la mia condanna a morte in ergastolo, conobbi tuo padre. Due giorni prima di morire, fu trasferito nella cella destinata a coloro che erano in punto di morte. Soffriva molto, non riusciva a respirare. Ebbe un forte dolore al petto e poi cominciò a sanguinare dalla bocca. L’abbiamo sepolto vicino ad un ciliegio, da qualche parte della prigione" descrive gli ultimi momenti della vita di Giuseppe Terrusi, Petrit Velaj, un testimone oculare.

Un telegramma che annuncia ad Aurelia la morte del coniuge
Aldo Terrusi era piccolo quando è stato rimpatriato insieme alla madre in Italia. Dopo l'arresto, l’ultima volta che vide suo padre è stato quando fu trasferito dal carcere di Valona a quello di Burrel. Aldo Terrusi aveva solo 4 anni, ma ricorda ancora il giorno quando annunciarono la morte del padre. "Abbiamo sempre sperato che mio padre sarebbe tornato un giorno a casa. Mia madre sperava tanto, anche lo zio, ma un giorno bussa alla porta mia zia, la sorella minore di mia madre, che teneva in mano un telegramma. E 'stato l’orribile telegramma che annunciava la morte di mio padre nella prigione di Burrel, mia madre scoppio in lacrime"- racconta Aldo Terrusi.

I resti del padre persi in Albania
L’obbiettivo principale della prima visita di Aldo Terrusi in Albania nel 1993 era di trovare i resti di suo padre, rimasti in Albania. Dalle prove raccolte durante il primo viaggio nel 1993, da due ex detenuti che erano stati in una cella con suo padre, seppe che fu sepolto nei pressi di un ciliegio nelle parti della prigione di Burrel. E’ partito per Burrel con la speranza di trovare i resti di suo padre. Ma il ciliegio non c’era più e il posto che ricordavano i due testimoni non era più come nel 1952, quando suo padre morì.