"Non più reticolati nel mondo" Lo studio dell' Internamento come strumento per contrastare la violenza e la violenza bellica, in ogni tipo di società del secolo breve e del secolo in corso.. Come base di studio per affrontare il problema delle migrazioni e dello spostamento di massa delle popolazioni. E' spazio di ricerca su questi temi del CESVAM - Istituto Nastro Azzurro ( Massimo Coltrinari) info:centrostudicescam@istitutonastroazzurro.org
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martedì 27 gennaio 2015
Giornat della memroia 27 Gennaio 2015. I.I.S. Via dei Papareschi succursale Via delle Vigne Aula Magna
Giornata delle Memoria
27 gennaio 2015
Intervento del Prof. Renato Moro
docente presso l'Università di Roma Tre
sul tema
La Schoh ed il Negazionismo
venerdì 23 gennaio 2015
mercoledì 14 gennaio 2015
Giornata della Memoria. Materiali
Camera a Gas: Il Soderkommando, la testimoniaza di Slomo Venezia e quella di Primo Levi
Alunno: inoltre Rudolf H. Hoss ha apertamente
riconosciuto programmazione ed attuazione della soluzione finale, cioè dello
sterminio di massa. Ascolta
“La soluzione finale della questione ebraica significava il
completo sterminio di tutti gli ebrei europei. Ed Auschwitz l’ordine di
sterminio arrivò nel giugno 1941. Al contempo altri tre campi nel Governatorato
Generale erano stati terminati: Belzec, Treblinka e Wolzek. Questi campi erano
subordinati ai Einsatzkommando della SD (Sicherheitsdienst). Visitai Treblinka
per vedere quali meccanismi usassero per lo sterminio di massa; il comandante
del campo di Treblinka mi disse che aveva liquidato 80.000 ebrei in sei mesi,
per lo più provenienti dal Ghetto di Varsavia. Usava il monossido di carbonio
ed io pensavo che questo metodo non avrebbe potuto essere molto efficace. Così,
quando fu ordinato ad Auschwitz di procedere, usai il Zyklon B, acido prussico
cristallizzato,utilizzato nelle disinfestazioni.
Lo facevamo cadere da una piccola apertura direttamente
nelle camere:occorrevano dai tre ai quindici minuti per uccidere la gente a
secondo delle condizioni climatiche. Capivamo quando aveva fatto effetto perché
le persone smettevano di gridare. Aspettavamo mezz’ora prima di aprire e rimuovere
i cadaveri, ai quali venivano poi estratti gli anelli ed i denti d’oro dai
Sonderkommando.
Infatti questa è la testimonianza di Shlomo Venezia autore
del libro “Sonderkommando Auschwitz a pag. 83
Alunno
“Non l’avevo mai
raccontato fino ad ora. E’ talmente opprimete e triste che ho difficoltà a
parlare di ciò che ho visto nelle camere a gas. Trovavamo persone con gli occhi
fuori dalle orbite a causa della reazione dell’organismo. Altri sanguinavano
dappertutto o si erano sporcati con i propri escrementi o con quelli altrui.
Per effetto della paura e del gas, spesso le vittime evacuavano tutto quello
che avevano in corpo. Alcuni corpi erano completamente rossi, altri
pallidissimi, ognuno reagiva diversamente ma tutti soffrivano durante la morte.
Li trovavamo aggrappati gli uni agli altri, ognuno alla ricerca disperata di un
po’ d’aria. Il gas, buttato a terra, sviluppava degli acidi dal basso; tutti
cercavano di raggiungere l’aria, anche se dovevano salire gli uni sugli altri
fino a quando anche l’ultimo moriva.
Non ne sono sicuro, ma penso che molti
cessassero di vivere prima che il gas venisse gettato. Erano talmente pigiati
tra loro che i più piccoli, i più deboli venivano immancabilmente soffocati.
Alunno
Così continua la sua testimonianza a pag. 87
!....arrivava il
tedesco con il gas. Prendeva due prigionieri del Sonderkommando per sollevare
la botola dall’esterno, al di sopra della camera a gas ed introduceva lo Zyklon
B dalla apertura. Il coperchio, in cemento, era molto pesante. Il tedesco non
si sarebbe mai preso la briga di sollevarlo da solo. Lo facevamo in due.
Qualche volta io, qualche volta altri. Non l’avevo mai raccontato fino ad ora.
Fa male ammettere che dovevamo sollevare e richiudere il coperchio dopo che il
gas era stato gettato. Ma è andata così.”
Alunno: A
proposito delle camere a gas Rudolf Hoss addirittura così si vanta delle
migliorie realizzate ad Auschwitz:
Alunno: Un’altra
miglioria che abbiamo fatto ad Auschwitz è stato l’ampliamento delle camere a
gas:potevano tenere fino a 2000 persone, mentre a Treblinka le camere ne
contenevano solo fino a 200”
Alunno Negazionista:
“Ma non è tecnicamente possibile che siano esistite queste camere a gas;
infatti non è possibile fare stermini di massa con gas velenosi. Lo dimostra il
fatto che ad Auschwitz nei resti delle cosiddette camere a gas, non sono stati
ritrovati residue di cianuri come è invece è accaduto nei resti delle camere di
disinfestazione.
Alunno: ma ti è
sfuggito forse il fatto che alcuni chimici (per esempio Weller, Pressac, van
Peck) ripeto tutti chimici, hanno spiegato che:
1° la quantità necessaria di Zyklon B per uccidere una
persona è di 0,3 g/metro cubo, mentre per disinfettare ne occorrono 14 grammi a
metro cubo.
2° Nelle camere a gas, l’acido cianidrico invadeva
l’ambiente per 10/15 minuti, mentre, per la disinfestazione, le apposite stanze
erano esposte per almeno 8 ore.
3° Le camere a gas venivano lavate dopo ogni loro utilizzo
per eliminare feci, vomito e sangue delle vittime.
4° I tedeschi fecero saltare le camere a gas prima della
ritirata per eliminare le prove dello sterminio; esse rimasero esposte per
lungo tempo ai fenomeni atmosferici quali piogge, neve, vento, grandi ecc.
5° la sporadica presenza di “Blu di Prussia” nelle camere a
gas è dovuto alla mancanza delle condizioni necessarie per la sua formazione.
Infatti, la breve durata della esposizione delle pareti, l’anidride carbonica
prodotta dai gasati ed i continui lavaggi a cui erano sottoposte le camere
della morte ne hanno impedito la formazione che invece si è avuto nelle stanze
per la disinfestazione.
Alunno abbiamo
già parlato della testimonianza diretta di Shlomo Venezia. Sara bene precisare
che lui ha lavorato nelle camere a gas perché faceva parte del Sonderkommando.
E’ morto nel 2012 e in precedenza ha accompagnato alcuni nostri ex compagni di
scuola in un viaggio della memoria ad Auschwitz. Ebbene nel suo libro già
citato, a pag 89 così racconta:
Alunno: Dopo che
il gas era stato versato, passavano dieci o dodici minuti e non si sentiva più
un rumore, più anima viva. Un tedesco
verificava che fossero tutti morti. Guardando attraverso lo spioncino che si
trovava sulla porta (all’interno, era protetto da alcuni sbarre in ferro, per
evitare che le vittime rompessero il vetro).
Quando ne era certo, apriva la porta e se ne andava, dopo
aver acceso la ventilazione. Per una ventina di minuti si udiva un intenso
ronzio, come una macchina che aspirava l’aria. Poi potevamo entrare e
cominciare a portare i cadaveri fuori dalla camera a gas.
La stanza era invasa
da un odore terribile, aspro. Difficile distinguere tra il fetore del gas e
quello dei cadaveri e del liquame umano.
Alunno Io avevo
il compito di tagliare i capelli delle donne. Tagliavamo solo i capelli lunghi,
lasciando stare gli uomini. Servivano soprattutto le trecce, facili da tagliare
e da trasportare. Bisognava usare tutte e due le man per riuscire a tagliare
con quel grande paio di forbici. Poi raccoglievamo i capelli e li gettavamo in
un sacco. Un camion recuperava di tanto in tanto i sacchi di capelli che
mettevamo da parte per portarli in un locale in città dove venivano
immagazzinati.
Dopo il taglio dei capelli e l’estrazione dei denti d’oro
due persone venivano a prendere i corpi per metterli sul montacarichi che li
portava al piano terra dell’edificio, verso i forni crematori.
Alunno Quanto
testimoniato da Shlomo Venezia è confermato implicitamente da alcune
testimonianze di nazisti. Così, infatti, Rudolf Hoss dichiara ai giudici di
Norimberga:
“credetemi, non era
sempre un piacere vedere quelle montagne di cadaveri, sentire continuamente
l’odore di bruciato”
Anche Otto Ohlendorf, sempre a Norimberga, ammise che in un
anno erano state assassinate circa 90.000 persone;che lui stesso era stato
presente alle esecuzioni in massa di ebrei delle quali a fornito particolari
tecnici.
Alunno
Sulla esistenza dei crematori abbiamo anche la testimonianza di Primo Levi,
il quale nel libro “ Se questo è un uomo” afferma:
“il mese scorso, uno
dei crematori di Birknau è stato fatto saltare. Nessuno di noi sa ( e forse
nessuno saprà mai) come esattamente l’impresa sia stata compiuta: si parla del
Sonderkommando, del Kommando speciale addetto alle camere a gas ed ai forni,
che viene esso stesso periodicamente sterminato e che viene tenuto scrupolosamente
segregato dal resto del campo. Resta il fatto che a Birkenau qualche centinai
di uomini, di schiavi inermi e spossati come noi, hanno trovato in se stessi la
forza di agire e di maturare i frutti del loro odio.”
Alunno. Più volte
Primo Levi si sofferma a descrivere la disperazione dei prigionieri. Nel libro
sopracitato così scrive:
“avevamo deciso di
trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del lager; ma abbiamo
subito smesso, perché era troppo triste contarci e trovarci ogni volta più
pochi, più deformi, più squallidi.
Ed era così faticoso
fare quei pochi passi: e poi, a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare,
ed era meglio non farlo.
Alunno. L’annientamento
totale di chi si è trovato a vivere in questa tragica realtà è così presentato
dallo scrittore nel sopracitato libro:
“si immagini ora un
uomo a cui, insieme con le persone
amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine,
letteralmente tutto quanto possiede. Sarà un uomo vuoto ridotto a sofferenze e bisogno, dimentico di dignità e
di discernimento, poiché accade facilmente a chi ha perso tutto, di perdere se
stesso.
Si comprenda allora il
duplice significato del termine “ Campo di annientamento” e sarà chiaro che
cosa intendiamo esprimere con questa frase:
giacere sul fondo.
Concludiamo questa rievocazione riallacciandoci alla nostra
coetanea Anna Frank, la quale dal nascondiglio in cui era costretta a vivere
così scrive:
Alunno “E’ un gran miracolo che io non abbia
rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde ed inattuabili.
Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a crede nell’intima bontà
dell’uomo”
Alunno:…. ed
ancora il 7 marzo 1944 così afferma: “la
sera quando a letto termino la mia preghiera con le parole: Ti ringrazio mio
Dio per tutto ciò che è buono e caro e bello” sono piena di gioia. Penso che
bello è il mondo, la natura, la bellezza, e tutto ciò che la forma. Non penso a
tutti i sofferenti ma al bello che ancora rimane. A chi è di cattivo umore, io
consiglio:”vai fuori, al sole nei campi, a contatto con la natura, vai fuori e
cerca di trovare la felicità in te e i
Dio. Pensa al bello che c’è in te e attorno a te e sii felice!
Io penso che rimane
sempre qualche cosa di bello, la natura, lo splendore del sole libertà noi
stessi; è un possesso che non si perde. Contempla queste cose e ritroverai te
stesso e Dio e riacquisterai il tuo equilibrio. Chi è felice farà felici anche
gli altri, chi ha coraggio e fiducia non sarà mai sopraffatto dalla sventura!
domenica 21 dicembre 2014
mercoledì 3 dicembre 2014
Risarcimento agli Internati. Ancora battaglie giudiziarie
| Italia-Germania Crimini di guerra e risarcimenti Natalino Ronzitti 18/11/2014 |
I fatti
I fatti sono noti, almeno agli addetti ai lavori. I tribunali italiani avevano sottoposto alla nostra giurisdizione, ai fini del risarcimento del danno, la Germania per i crimini commessi durante l’occupazione 1943-1945 dalle truppe tedesche.
Di regola le attività belliche di uno stato estero rientrano tra quelle su cui i tribunali interni non hanno giurisdizione, trattandosi di attività sovrane. Ma le corti italiane, con una giurisprudenza innovativa, hanno affermato che la regola dell’immunità dalla giurisdizione viene meno qualora siano state commesse gravi violazioni del diritto internazionale bellico.
La questione è stata portata dinanzi alla Cig su iniziativa della Germania e senza l’opposizione dell’Italia, e questo è il primo errore che è stato commesso dal nostro esecutivo. La Corte, con una sentenza ultra-conservatrice, ha affermato che la regola dell’esenzione dello stato estero dalla giurisdizione per attività sovrane non viene meno neppure qualora siano compiuti crimini di guerra, come è stato riconosciuto dalla stessa Germania.
La Cig ha quindi stabilito che l’Italia non avrebbe più dovuto sottoporre a giurisdizione la Germania e avrebbe dovuto rimuovere gli effetti delle sentenze pronunciate in senso contrario.
Ma la Corte non ha aderito alla richiesta della Germania di imporre all’Italia misure e garanzie per la non ripetizione del comportamento censurato, affermando che queste non erano necessarie poiché confidava che l’Italia avrebbe adempiuto in “buona fede” gli obblighi discendenti dalla sentenza.
Ora la sentenza della Corte Costituzionale rimette tutto in discussione. La Consulta ha infatti statuito che la regola secondo cui lo stato estero è immune da giurisdizione anche in caso di commissione di crimini internazionali non può essere accolta nel nostro ordinamento, poiché contrasta con i principi fondamentali della nostra Costituzione (diritti inviolabili dell’uomo e accesso alla giustizia).
Conseguentemente la Corte ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 3 della L. 5/2013, che impediva ai tribunali italiani di dichiararsi competenti a conoscere della cause contro la Germania e nello stesso tempo ha dichiarato l’incostituzionalità della legge con cui è stato reso esecutivo nel nostro ordinamento l’art. 94 della Carta delle Nazioni Unite, che obbliga gli stati ad eseguire le sentenze della Cig.
La ripresa dei processi contro la Germania
È da presumere che i processi contro la Germania riprenderanno, essendo cadute le remore giuridiche che lo impedivano. Qualora i nostri tribunali sottoponessero di nuovo la Germania a giurisdizione, l’Italia violerebbe chiaramente un obbligo internazionale e non potrebbe invocare, come scriminante, che la norma internazionale, così come interpretata dalla Cig, è contraria ai principi fondamentali della nostra Costituzione.
In tal caso la Germania potrebbe portare l’inadempimento italiano di fronte al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che avrebbe la facoltà, se lo ritenesse opportuno, di adottare una raccomandazione o decidere misure appropriate.
Si tratta forse di un’ipotesi remota, ma già qualche collega tedesco si è espresso in tal senso sulla Frankfurter Allgemeine. Altra opzione per la Germania, come da altri sottolineato, è portare la questione dinanzi al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, poiché la competenza della Cig è stata fondata sulla Convenzione europea per la soluzione pacifica delle controversie del 1957.
Staremo a vedere se la Germania vorrà seguire l’una o l’altra opzione, oppure nessuna delle due e limitarsi a proteste di mera natura diplomatica. Sta di fatto che l’Italia verrebbe a trovarsi nella poco invidiabile posizione di uno stato che non rispetta il diritto internazionale e le sentenze dei tribunali internazionali.
Inspiegabile Inerzia
La mina poteva essere disinnescata e la stessa Cig ne aveva indicata la direzione, quando ha affermato che la Germania aveva violato le norme sul trattamento delle vittime della guerra ed aveva invitato i due governi a risolvere in via diplomatica la questione.
Ma non risulta nessun negoziato diplomatico incisivo, al di là dell’istituzione di una Commissione storica, che ha concluso i suoi lavori nel 2012, e di una modesta somma, a nessun titolo da valere come risarcimento alle vittime, ma semplicemente come misura satisfattoria, ad es. con qualche espressione simbolica a favore di iniziative da inquadrare nella c.d. politica della memoria.
Disinnescare la mina
Il diritto alla riparazione delle vittime delle violazioni delle norme sui conflitti armati è un diritto sacrosanto, riaffermato anche di recente in due risoluzioni adottate dall’International Law Association (Ila) all’Aja (2010) e a Washington, D. C. (2014).
È possibile disinnescare la mina ed evitare che i processi riprendano e che addirittura si arrivi all’esecuzione forzata su beni appartenenti alla Germania? La risoluzione dell’Ila del 2014 indica vari meccanismi che possono servire d’aiuto, tra cui l’istituzione di un Trust Fund, che potrebbe erogare i risarcimenti.
Il problema è vedere come questo Trust Fund debba essere alimentato. Da escludere è l’ipotesi, da qualcuno ventilata, che l’Italia si faccia carico essa stessa del risarcimento delle vittime per evitare nuovi processi.
Di fronte al rischio di inadempienza e di essere additata come uno stato poco rispettoso del diritto internazionale, l’Italia ha per ora congelato l’accettazione unilaterale della competenza della Cig, annunciata con grande gran cassa, in apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite qualche tempo fa, e sollecitata da una mozione parlamentare.
Non poteva fare altrimenti. Ma una cosa l’Italia potrebbe subito fare: ritirare la dichiarazione effettuata al momento dell’adesione alla Convenzione sull’immunità giurisdizionale degli stati, in cui si afferma che la norma che consente di convenire in giudizio uno stato estero per illeciti commessi nello stato del foro non si applica alle attività delle forze armate.
Una dichiarazione che suona una beffa alla giurisprudenza innovativa espressa dai nostri tribunali!
Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (Luiss Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
giovedì 6 novembre 2014
Pistoia. 8 Novembre 2014 Convegno. La terza fase
LE RAGIONI DI UN CONVEGNO
La Terza fase: La scoperta dei figli e nipoti e la
loto volontà di preservare la memoria.
Questa terza fase, che rappresenta le ragioni del
congresso di Pistoia, inserito in un programma quadriennale di studi e
ricerche, ebbe origine dalla constatazione che era emersa una volontà di andare
oltre la presenza del testimone e continuare le ricerche. Nel 2013 a Cesena, in occasione
della presentazione del Volume “Il Gran Rifiuto” da parte dell’Istituto
Vittorio Emanuele Giuntella, si decise in modo non certamente pomposo o
manicaemente formale, di proseguire le ricerche anche in onore di chi fu
protagonista, nel caso specifico Pietro Vaenti. Su questo si innestò altre
personalità come Cosimo
Finiguerra e la sua passione per ricordare gli avvenimenti,
attestata dalle ricerche in Russia e in Albania, i Gruppi Associativi di
diversa configurazione a
Foligno , Spoleto, Ancona, Roma ecc, l’attività messa in
essere dai discendenti che, in gran parte all’oscuro delle vicende di cui fu
protagonista il proprio familiare, volevano saperne di più. Ovvero l’attività
della Sig. Tosi qui a Pistoia e da ultimo quella di Loretta Galli a Firenze.
La somma di tutto questo sta a significare che può
partire, se non è partita, una terza fase di ricerche, che, da un lato si
ripromette di divulgare quanto fino ad ora acclarato e documentato nella prima
e nella seconda fase, dall’altro sviluppare altre ricerche ed approfondimenti
per documentare meglio quegli anni in Italia ma soprattutto all’estero, in
particolar modo in Albania. I temi di ricerca, messi in sistema con quelli
della Prigionia Militare, quinto fronte della Guerra di Liberazione, al momento
sono quelli che precedentemente sono stati affrontati in modo generale:
-
la guerra partigiana condotta dall’E.L.N.A., Esercito
di Liberazione Nazionale Albanese, nella sua interezza, in modo sistematica e
secondo le dottrine di guerriglia e controguerriglia del tempo;
-
l’attività delle Missioni Militari Alleate, oltre a
quelle Britanniche ed Americane, anche e soprattutto quelle Sovietiche.
-
i rapporti tra il Partito Comunista Albanese ed il
Partito Comunista Jugoslavo, sia sul piano ideologico che si quello militare
-
i rapporti tra la Resistenza Albanese
e quella Greca ( ove anche qui vi erano militari italiani) soprattutto per
l’area della Ciamuria, contesa tra le due Nazioni;
-
l’attività
collaborazionista, sia da parte albanese (Il Balli Kombetar e la sua politica,
i rapporti con gli altri partiti ecc) e quella svolta da Soldati Italiani che
avevano aderito alla vecchia alleanza;
-
La questione
degli ebrei scampati alle persecuzioni nel resto d’Europa che avevano trovato
in Albania, territorio italiano, un sicuro rifugio.
-
La gestione amministrativa dei territori liberati
prima del novembre 1944
-
La situazione morale e materiale degli oltre 40.000
che non poterono essere inseriti nelle unità combattenti dell’E.N.L.A e che
vivevano nascosti e braccati su tutto il territorio albanese
-
Il problema del Rimpatrio dei soldati Italiani e le
vicende ad esse connesse.
-
Da ultimo, una ricostruzione del perché i protagonisti
non vollero al loro ritorno parlare e rendere edotti tutti delle loro vicende
e, quindi, una analisi della preservazione della memoria durante i quaranta
anni di oblio.
Un agenda abbastanza fitta che, si
ripete, rappresenta le ragioni del convegno di Pistoia. Convegno organizzato e
voluto attraverso la lente delle vicende dei Soldati Pistoiesi e Toscani in
genera, della Divisone “Firenze” che possono essere tranquillamente presentati
come un esempio di tutto quello che accadde agli altri soldati italiani in
Albania all’indomani della crisi armistiziale del 1943.
Pistoia. 8 Novembre 2014. La Seconda fase
Il
fascismo e il nazismo hanno segnato la storia dell’Europa nella prima metà del
Novecento; se, in modo succedaneo, si accettano elementi che ancora
sopravvivono di queste esperienze in Europea o in Italia, o addirittura si
abbracciano queste ideologie, si deve negare in modo chiaro che non si può
parlare né di Resistenza, in Europa, né di Guerra di Liberazione, in Italia. Lo
spartiacque di questa impostazione è quello al di qual del quale non si
accettano né fascismo né nazismo; al di là li si accettano, pur nella
esperienza di oltre 60 anni di vita repubblicana
ed unitaria in Europa. Se si è al di qua di detto spartiacque allora si può
parlare di Resistenza, intesa come la lotta dei popoli europei, in generale, ed
italiano, in particolare, contro i
predetti e fascismo e nazismo. In Italia, secondo il nostro approccio, emerge
nella sua reale dimensione la crisi seguita alla dichiarazione dell’armistizio dell’8
settembre, in cui arrivò alla sua naturale soluzione la crisi del nostro Paese
dovuta al fallimento morale e materiale del fascismo culminata il 25 luglio
1943 con la destituzione di Mussolini e la cancellazione con tre decreti leggi
del fascismo come regime.[1]
Questo è l’ulteriore spartiacque che occorre segnare per comprendere, a noi
Italiani, perché il fascismo ha fallito. Occorre riprendere alla mano tutte le
fonti, alzare il velo della ideologia e del vittimismo e giustificazionismo e
capire, con documenti alla mano, perché si arrivò a quel grande disastro
materiale che fu la seconda guerra mondiale (1940-1943) ove collezionammo una
serie di sconfitte e umiliazioni, oltre al discredito ed al disprezzo di nemici
e alleati, a cominciare dal principale alleato del fascismo, la Germania
nazista. I Nazisti disprezzarono, in generale, l’alleato fascista, in
particolare, e diedero nuova linfa al disprezzo risorgimentale ed antiunitario
verso gli Italiani nutrito dalle popolazioni germaniche. Comprendere perché non
conquistammo la loro fiducia, stima e considerazione, almeno in campo militare.
Si può vincere e si può perdere, ma forse è più importante il come si vince e
il come si perde. Noi su questo punto fummo sempre deficitarii. L’unico che
ebbe una qualche ammirazione per noi, per il Duce,in particolare, fu Hitler,
che lo manifestò fino alla fine. Ma i vertici nazisti, basta leggere i Diari di
Himmler e di Goebbels per averne un riscontro diretto. Himmler aveva donato
alla Milizia 36 carri Tigre, con istruttori tedeschi, e la Divisione di Camicie
Nere stanziata a Chiusi doveva essere un serio baluardo contro i nemici del
fascismo. Il 25 luglio non si mosse, come non si mossero i Moschettieri del
Duce, la guardia scelta che avrebbe dovuto essere l’ultimo baluardo, fino
all’estremo sacrificio della vita, ad ogni minaccia. Tutti fini in un
fallimento prima morale e poi materiale. Quando nel 1922 il Fascismo andò al
potere, l’Italia era una nazione agricolo-pastorale, divisa tra Nord e Sud,
povera e sottosviluppata, ma che si era convinta che aver vinto la Grande Guerra e la
conquista di Trento e Trieste di aver risolto tutti i suoi problemi, molti
secolari altri recenti. Il Fascismo andò al potere trainato da un gruppo di
uomini decisi, impreparati ideologicamente, lontani da filosofie, digiuni di
ogni preparazione di alto livello. Si mise all’opera per fare dell’Italia una
Potenza, e nelle apparenze, agli inizi degli anni trenta presentò ad una Europa
più sorpresa che attonita, una Italia diversa. Un Italia che l’Europa conosceva
come disordinata, portata per abitudine al compromesso ed all’inganno, alla
frode spicciola e al raggiro di bassa lega, con un tessuto sociale friabile,
messa la camicia nera era diventata in pochi anni ordinata, precisa degna di proporre all’Europa stessa qualcosa
di diverso, di rivoluzionario, sotto la guida del “Duce”. Mussolini creò quello
che poi sono stati definiti gli anni del consenso. Con ordini perentori dall’alto
“metteva in riga” il popolo italiano. Presentava la
Grande Guerra come una vittoria Italiana ove marginalmente francesi, belgi,
britannici, americani presero parte, era il protagonista della Storia, e con il
concordato l’”uomo della provvidenza”. Di fronte a lui tutti si inchinarono:
scrittori, giornalisti, uomini di cultura, preti di alto e basso clero,
insegnati e professori, il popolo tutto. L’opposizione si ridusse a pochissimi
uomini che dovettero andare in esilio, ed anche lì perseguitati dall’OVRA, e da
poche centinaia di migliaia di “mormoratori”. Al tempo dell’Impero, a metà
degli anni trenta, l’adesione, il “consenso” fu massiccio. Con la vittoria in
Abissina, contro un avversario finto, il popolo italiano, credeva di poter
piegare il mondo. Il 9 maggio 1936, giorno in cui fu proclamato l’Impero, fu il trionfo del fascismo, ma anche l’inizio
del suo declino. Avviatisi sulla strada delle conquiste, il popolo italiano
doveva diventare un popoli di soldati, invece si sentiva ed era un popolo di operai
e di contadini. Chi doveva sostenere questa azione, questa trasformazione era
il Partito Nazionale Fascista, il P.N.F. Il suo compito era quello di tenere
legati i milioni di italiani che dovevano essere trasformati in soldati, in
conquistatori. Il P.N.F. arruolò, in questo immane compito, tutti, dai neonati
agli ultra ottantenni, e mise tutti in divisa, in camicia nera, in un orgia di
militarismo ossessivo e ossessionante che non vide ne prima ne poi alcun
paragone in Italia.
Per gestire le masse, non puntò, e questo
forse il campo di ricerca più interessante, ai Quadri, a coloro che dovevano
gestire e orientare queste masse di popolo in camicia nera, a coloro che,
attraverso la selezione meritocratica dovevano diventare la dirigenza del
Partito, a cui affidare il raggiungimento degli obbiettivi primari. Puntò
invece all’esterno dell’uomo, alla apparenza, trascurando i cervelli, favorendo
i mediocri, i più controllabili, i più guidabili, creando baronie a tutti i
livelli, con una proliferazione di gerarchi, gerarchetti, gerarchicini servili,
forti con i deboli e deboli con i forti, una sconfinata schiera di “yes man”,
che non riuscirono a far altro che impantanare la Nazione in una ossessiva
burocrazia di ordini, fogli d’ordini, disposizioni, ordinanze, precetti,
circolari, ordini del giorno ecc. Achille Storace, segretario del PNF dal 1930
al 1940 fu protagonista e l’animatore di tutto questo. Il Partito fallì
nell’impresa di forgiare il nuovo italiano. Le piaghe di sempre non
scomparvero, la mafia e la camorra operavano in silenzio, la corruzione correva
come sempre ha corso, le tangenti la facevano da padrone, gli scandali si
susseguivano agli scandali, anche se era vietato parlarne, in un orgia di
retorica inconcludente e vuota e stantia, con una “intellighenzia” che si
prostituiva in modo tanto vergognoso quanto criminale.
Con la Guerra di Spagna, il popolo Italiano capì che ci si era
incamminati su cose più grande di Lui. L’Alleanza con la Germania sempre più
stretta, inorgogliva ma impauriva, vedendo i tedeschi sempre come tedeschi. Con
le leggi razziali il cammino divenne arduo e gli interrogativi aumentarono,
Monaco fu un sollievo, ma di breve durata. Ma dove il fallimento del PNF fu più
marcato fu la preparazione alla guerra. Un partito che predicava il
combattimento come suprema sfida e stile di vita, non curò la preparazione
militare della Nazione e la ragione era semplice: perché non era capace. Quel
coacervo di etnie che è il nostro Paese, lì dove si fabbricano 400 tipi di
pasta, che è il piatto nazionale, aveva
abitanti che non possedevano la stoffa del Protagonista, del dominatore della
scena mondiale, deboli di carattere, carenti di volontà, con forte inclinazione
all’individualismo inconcludente e prativo, all’indisciplina, alla incapacità
di rimanere saldi nei momenti di crisi e di difficoltà. Il PNF si presentò alla
prova della Guerra Europea, lì dove si dovevano decidere i destini del futuro,
vuoto e morto. Un Partito che era tutto apparenza, in gigante dai piedi
d’argilla, ma che non era in grado di affrontare le grandi prove. I famosi
reggimenti d’acciaio, la
Gioventù Italiana del Littorio forgiata dal maglio della
rivoluzione fascista, non esisteva; le piazze erano piene, ma di scheletri, di
pupazzi in divisa, corpi senza cuore. Quando il popolo italiano seppe che
l’Italia non entrava in guerra nel settembre 1939, tirò un sospiro di sollievo
e ringraziò la buona stella. Quando il 10 giugno 1940 seppe che la guerra era
iniziata, si raccomandò al buon stellone d’Italia e sperò che Mussolini avesse
visto giusto. Ma ben presto si vide che una Nazione che doveva essere
rigenerata dalla rivoluzione fascista, non lo era. Già la campagna delle Alpi
occidentali mostrò tutti i limiti e le manchevolezze e da qui partì quella
serie di sconfitte, incapacità di operare, di essere sconfitti con dignità, di
non riuscire a condurre una operazione vittoriosa, che segno 39 mesi di guerra.
Giunsero ben presto le sconfitte in Africa settentrionale, in A.O.I e la disastrosa Campagna
di Grecia, che chiarì in modo inequivocabile che l’Italia non era quella che
appariva. Non facciamo altro che ricordare delle sconfitte: El Alamain,
Nikolajevka, tutto ammantando di frasi retoriche: “mancò la fortuna, non il
valore” si scrisse nel momento migliore delle nostre fortune in Africa
settentrionale. Questo va bene per loro, per i Bersaglieri. Per l’Italia,
occorre aggiungere che oltre alla fortuna mancarono tante altre cose, prima la
benzina, poi i mezzi, poi l’equipaggiamento adeguato, e, in genere, tutta la logistica necessaria a condurre una
guerra mondiale, poi l’azione di comando, poi la strategia operativa, poi la strategia. Il Fascismo
portò l’Italia, mese dopo mese, dal 1940 al 1943 alla distruzione e le
conseguenze di questo disastro si ripercuoteranno per generazioni.
Il Fascismo cadde e nei 45
giorni seguenti in cui il nostro vertice Politico doveva gestire la nostra
uscita dalla guerra contribuì con errori, alcuni davvero madornali, in sequenza
, uno dopo l’altro fino alla suprema follia della gestione dell’armistizio e la conseguente gestione della crisi
armistiziale. Il popolo italiano di fronte a tanto disastro, quando lo stesso
concetto di Unità Nazionale fu messa in discussione, si trovò costretto a
scegliere. E la genesi dei fronti della
Guerra di Liberazione. I fronti, che nel
nostro approccio individuati sono i
seguenti:
- Quello dell'Italia libera, ove gli Alleati tengono il
fronte e permettono al Governo del Re d'Italia di esercitare le sue
prerogative, seppure con limitazioni anche naturali per esigenze belliche. Il
Governo del Re è il Governo legittimo d'Italia che gli Alleati, compresa
l'URSS., riconoscono.
- Quello dell'Italia
occupata dai tedeschi. Qui il fronte è clandestino e la lotta politica è condotta dal
C.L.N., composti questi dai risorti partiti antifascisti. E' il grande
movimento partigiano dei nord Italia.
- Quello della resistenza
dei militari italiani all'estero. E' un fronte questo non conosciuto, dimenticato,
caduto presto nell'oblio. E' la lotta dei nostri soldati che si sono inseriti
nelle formazioni partigiane locali
per condurre la lotta ai tedeschi (Jugoslavia, Grecia, Albania).
- Quello della Resistenza
degli Internati Militari Italiani, che opposero un deciso rifiuto di aderire alla R.S.I., di fatto delegittimandola.
- Quello della Prigionia
Militare Italiana della seconda guerra mondiale.
Se vediamo il singolo
militare, il singolo cittadino atto alle armi vediamo che alla guerra
parteciparono per varie vie, spesso seguendo scelte le più disparate: chi come
rifiuto di consegnarsi ai tedeschi; chi, catturato, finì nei campi di concentramento in Germania e
in Polonia; chi entrò nelle file partigiane
e prese le armi; chi rientrò in Italia del Sud e nella stragrande maggioranza
entrò nelle file dell'Esercito dei
Re; chi visse, senza cedere, sui monti in Italia e all'Estero per non consegnarsi ai tedeschi e non
collaborare, chi nei campi di Prigionia degli ex-Nemici, ora alleati, accettò
di collaborare in nome del contributo che l'Italia doveva dare per un domani
migliore.
L'approccio adottato
permette di poter sviluppare le ricerche in queste cinque direzioni al fine di
vedere quanti e quali italiani portarono, come dice Luciano Bolis il loro
"granello di sabbia", oltre a quella che vide coinvolti quelli che
rimasero fedeli alla vecchia Alleanza che ha permesso di riportare alla luce
tanti episodi ormai avvolti nel buio, ma deve essere ulteriormente integrato.
Vediamo più da vicino questi fronti.
Il Primo Fronte: L'Italia
del Sud. Qui ricomincia a funzionare il vecchio stato, ma accanto si sviluppa
la dialettica dei partiti. Partecipano alla guerra prima il I Raggruppamento
Motorizzato, poi il C.I.L., poi i Gruppi di Combattimento. Sono, in nuce, i
soldati del futuro esercito italiano, che operano secondo le regole classiche
della guerra. E' indubbio che combatto contro i tedeschi, anche se il rapporto
con gli Alleati è sempre di sudditanza. Con la liberazione di Roma e l'avanzata
nell'Italia centrale la lotta al
nazifascismo non è disgiunta da una appassionata discussione sul futuro
politico dell'Italia e sulle prospettive di vero rinnovamento democratico. Le
forze partigiane e dei partiti antifascisti coesistono, oltre che con
l'organizzazione militare del Regno, anche con la Chiesa Cattolica ,
fattori entrambi che condizionano in senso moderato l'attività antifascista.
Il Secondo Fronte:
L'Italia del Nord. Al momento dell'Armistizio, l'Italia fu tagliata in due. Al
nord i tedeschi impongono la Repubblica Sociale. Qui si ha la forma più
compiuta di resistenza. Si hanno le formazioni partigiane organizzate dai
partiti antifascisti in montagna, mentre nelle pianura e nelle città si
organizzano i GAP e le SAP. Oltre a ciò la popolazione civile partecipa alla
guerra collaborando con il movimento partigiano in mille forme, e subendo terribili
e inumane rappresaglie; inoltre gli operai con i loro scioperi e la loro
resistenza passiva contribuiscono a rallentare lo sforzo bellico dell'occupante
e a minare anche la propria sicurezza. Si ha il coinvolgimento di ampi strati
della popolazione nella guerra al nazifascismo, che si integra con il
particolare profilo delle bande in montagna, che non sono solo gruppi di
combattenti ma anche luoghi di dibattito e di formazione politica.
Il Terzo Fronte:
L'Internamento. Nei mesi di settembre ed ottobre l'Esercito tedesco fa
prigionieri ed interna in Germania oltre 600.000 militari italiani, dando
origine al fenomeno dell'Internamento Militare Italiano nella seconda guerra
mondiale. Questi militari non hanno lo statu di prigionieri, ma di internati,
ovvero nella scala del mondo concentrazionario tedesco, sono sullo stesso
livello dei prigionieri sovietici ( La URSS non aveva firmato la convenzione di
Ginevra del 1929) e poco al di sopra degli ebrei. Ovvero il loro trattamento
era durissimo. In queste circostanze per uscire da questo infermo ci si sarebbe
aspettato una adesione plebiscitaria alle proposte di collaborazione sia dei
Nazisti sia degli esponenti della R.S.I. Invece la quasi totalità degli
Internati oppose il rifiuto ad una qualsiasi forma di collaborazione, subendone
le più terribili conseguenze. Fu un fronte di resistenza passivo, ma
determinato, che nella realtà dei fatti delegittimò sul piano interno ma anche
agli occhi dei germanici la Repubblica Sociale.
Infatti una decisione in massa degli Internati ai fascisti di
Salò avrebbe permesso alla R.S.I. di avvalorare le tesi della propaganda, che
era l'unica rappresentate della vera Italia. In realtà questa non adesione, in
sistema con la lotta partigiana, isolò Mussolini relegandolo a semplice rappresentate
di se stesso e dei suoi accoliti.
Il Quarto Fronte: La
Resistenza dei Militari Italiani all'Estero
Se nel nord Italia si sviluppò il movimento partigiano attraverso
bande armate, all'estero, i militari italiani sorpresi dall'armistizio dell'8
settembre e sottrattisi alla cattura tedesca si opposero ai tedeschi in armi,
inizialmente, poi dando vita, in armonia con i movimenti di resistenza locali a
vere e proprie formazioni armate. Per la resistenza di formazioni organiche
sono noti i fatti di Lero e di Cefalonia. Meno noti tanti altri fatti in cui
unità militari italiane organiche resistettero ai tedeschi fino al limite della
capacità operativa. Un esempio per tutte: La Divisione "Perugia",
stanziata nel sud dell'Albania tenne in
armi il porto di Santi Quaranta fino al 3 ottobre 1943, in attesa di un
aiuto da parte italiana ed alleata. Una divisione di oltre 10.000 uomini, che
dominava un area abbastanza vasta e che
avrebbe potuto dare un forte aiuto ad un intervento alleato dall'altra parte dell'Adriatico.
10.000 militari italiani che rimasero compatti per tre settimane oltre l'armistizio,
in armi e che pagarono duramente questa loro resistenza. Infatti tutti gli
Ufficiali della Perugia furono fucilati, e gli uomini internati in Polonia.
Per le unità che passarono in montagna e si unirono
ai movimenti partigiani locali, noti sono gli avvenimento della divisione
"Venezia" e "Taurinenze", che diedero vita alla Divisione
Partigiana Garibaldi; meno note le vicende della divisione "Firenze"
ed "Arezzo" in Albania e delle divisioni italiane stanziate in
Grecia. Militari Italiani diedero vita alla divisione "Italia" in
Jugoslavia. Oltre che nei Balcani, militari italiani parteciparono ai fronti di
resistenza locali. Così in Corsica, ove oltre 700 militari caddero per la
liberazione di Aiaccio, cosi nella Provenza, in centro Europa la presenza di
militari italiani è certa.
Il Quinto Fronte: La Prigionia. Vi
erano, al momento dell’Armistizio, circa 600.000 prigionieri nelle mani delle
Nazioni Unite. Soldati per lo più caduti nelle mani del nemico a seguito
dell’offensiva in Nord Africa (1940-’41) alla resa in Tunisia ed al tracollo
del luglio agosto 1943 in
Sicilia. Per lo più, tranne i 10-12.000 soldati in mano all’URSS, erano in mano
anglo-americana. Questi soldati, questi italiani all’annuncio dell’Armistizio
dovettero, come tutti, fare delle scelte. La stragrande maggioranza scelse di
cooperare con gli ex-nemici, contribuendo anche loro a costruire un futuro
migliore. Una aliquota molto bassa non volle cooperare, non solo perché fedeli
alla vecchia alleanza, ma per variegate motivazioni. Ad esempio a Hereford
(USA) vie erano circa 4.000 italiani che gli americani consideravano "sout
court" fascisti. In realtà, fra questi non cooperatori vi erano sì fascisti,
ed anche prigionieri delle Forze della R.S.I., ma anche monarchici, liberali,
moderati, repubblicani, socialisti, comunisti o laici in senso stretto che
avevano fatto una scelta personale. I prigionieri in mano agli Angloamericani
furono organizzati in ISU, Italiana Service Units, compagnie di 150 uomini
addetti ad un particolare lavoro. Il loro contributo si esplicò negli Stati
Uniti e in Gran Bretagna con l'impegno nei grandi arsenali o nelle basi, oppure
in Nord Africa e quindi in Italia, parte integrante della organizzazione
logistica alleata. Anche loro, con il loro lavoro, portarono il contributo alla
vittoria finale. Soprattutto i prigionieri che operarono in Italia nel campo
delle comunicazioni, dei trasporti e del genio, confluirono poi nelle unità del
nuovo esercito italiano, gestendo il materiale di guerra americano
Ovvero, anche il prigioniero
che, in un contesto particolare, combatte.
A tutti i fronti si accede perché
volontari. Si hanno diverse figure giuridiche, che già descriviamo, come il
partigiano, il patriota, il prigioniero, l'internato, l'ostaggio, il deportato,
tutte figure che si delineano a seconda del fronte con cui si combatte. Un
fronte che rimane unitario, nella volontà ferma di sconfiggere il nazifascismo.
E in nome di questa unità, ricordiamo in questa data unitaria chi, pur nella
diversità di grado ma non di natura, diede il suo contributo, il suo granello
di sabbia, su fronti diversi, affinchè si realizzasse una Italia migliore.
A Suo tempo si scrisse: “Questo il quadro generale
di ricerca che si propone, in una visione storico-scientifica unitaria, al fine
di consegnare alle nuove generazioni un approfondimento, oltre che una
conoscenza, di fatti che generarono gli anni della vicenda repubblicana la cui
matrice non si può non conoscere se si vogliono affrontare i problemi che
abbiamo di fronte.”
Questa seconda fase
iniziò nel 2001-2002 e si concretizzò
con la partecipazione a numerosi convegni, e nella pubblicazione di due volumi,
quello dedicato all’Albania e quello dedicato alla divisione “Perugia” ed altri della Collana “Storia in
Laboratorio”
Questa fase ebbe termine
intorno al 2011-2012, venendo a terminare l’apporto delle Associazioni
Combattentistiche, per il naturale passare del tempo e con la scomparsa dei testimoni
e protagonisti.
[1] Il 26
luglio 1943 il Maresciallo Badoglio comunica che la M.V.S.N. “fa parte
integrante delle Forze Armate della nazione e con esse collabora, come sempre,
in piena comunità di opere e di intenti per la difesa della Patria”. A
comandarla è nominato il generale Quirino Armellini, il quale il 31 luglio
dispone, tra l’altro, l’abolizione del ruolo della G.I.L. (Gioventù Italiana
del Littorio) e le dimissioni d’autorità degli ufficiali della Milizia cui il
grado è stato conferito per sole benemerenze politiche: Il 30 luglio i Ministeri
militari dispongono il richiamo alle armi dei segretari federali, dei
vice-federali, dei fiduciari di fabbrica e degli squadristi dipendenti delle
organizzazioni del P.N.F.
Il P.N.F. è tutta la sua incastellatura vengono
smantellati con tre R.D.L. del il 2 agosto 1943. e pubblicati sulla Gazzetta
Ufficiale n. 180 del 5 agosto 1943. Il 605 scioglie la Camera dei Fasci e delle
Corporazioni, il 706 sopprime il Gran Consiglio del fascismo, il 704 è quello
che riguarda più propriamente, con l’elencazione minuta della destinazione
degli averi, dei compiti e dei dipendenti di ogni ente o organizzazione del
Partito. Sono soppressi anche il calendario fascista, l’aggettivo “fascista”
applicato a enti, istituti e azione e la dizione “Duce del fascismo” Capo del
Governo” contenuta nelle leggi nei regi decreti ed in altri provvedimenti.
Resta in piedi solo L’Opera Nazionale Dopolavoro. Cfr.Rcciotti L., Il partito Nazionale Fascista. Come era
organizzato e come funzionava il partito che mise l’Italia in camicia nera, Milano,
Rizzoli 1985.
Pistoia. Convegno 8 novembre 2014. La Prima Fase i
LE RAGIONI DEL CONVEGNO
La prima fase: sconfiggere l’oblio
Si è scritto che non che la
Resistenza dei Militari all’Estero non è stata studiata; tra i vari comparti,
quello dell’Albania, il meno di tutti. Le ragioni di questa situazione si
possono riscontrare, in primo approccio, alla volontà dei protagonisti della
resistenza all’Estero, una volta rientrati in patria, al pari degli Internati
Militari e ai Reduci in genere, di non voler parlare delle proprie vicende ed
esperienze. Si sono chiusi tutti nel silenzio, convinti che non ci fossero
ascoltatori in grado di capire quello che loro avevano sofferto e patito.
Non è che questa loro
posizione fosse distante dalla realtà. Basti pensare che, rispetto a coloro che
diedero vita alla Resistenza in Italia, sono stati creati all’indomani del 25
aprile per ogni provincia Istituti di Studi e Documentazione che subito hanno
iniziato a raccogliere ogni cosa utile per documentare la Resistenza. Per
quella all’estero, nulla.
Ed è semplice verificarlo.
Ci si è affidati alla
memorialistica del singolo, che corrispondeva in modo occasionale con qualche
suo compagno e nulla più.
Tutto questo è durato per
oltre 40 anni.
Per fronteggiare questa
situazione, grazie alla iniziativa di alcuni protagonisti, in particolar modo,
il gen. Ilio Muraca, già combattente in Jugoslavia nella divisione Garibaldi,
fu proposta al Ministero della Difesa la creazione di una Commissione per lo
studio e la documentazione della Resistenza all’Estero.
L’allora ministro Valerio Zanone accolse
questa proposta e nomino, con data 2 gennaio 1989 una apposita commissione
composta da esponenti dell’ANPI (Ilio Muraca, Angelo Graziani , Alfonso
Bartolini) della FIAP (Giuseppe Marras,Gaetano Messina, Avio Clementi) della
FIVL ( Giovanni Giraudi, Giuseppe Amati,) dell’ANEI ( Carlo De Luca, Vittorio
Emanuele Giuntella) della ANVRG (Luigi
Reggiani, Lando Mannucci) e esponenti del Gabinetto del Ministro. I lavori
dovevano durare un anno.
La Commissione, chiama fra gli addetti CO.RE.MI.TE, si mise al
lavoro e riuscì a produrre volumi dedicati a settori particolari, come I Medici
e di Cappellani nella resistenza all’estero, e a precise are operative: La
Corsica, La
Francia Metropolitana , la Grecia Continentale ,
Le isole (Lero e Cefalonia), La Jugoslavia settentrionale, La Jugoslavia
centrale ed il Sangiaccato, il Montenegro. La Commissione constatò che non vi
era alcunché di utile e fattivo per l’Albania. Il prof. Buonasera,
dell’Università di Palermo, che fece tutta la resistenza in Albania,
inizialmente incaricato di svolgere ricerche e produrre documentazione,
dichiarò che non vi era materiale sufficiente per un volume degno di questo
nome.
In questa fase di stallo il
Gen. Muraca, su indicazione dei superiori, contattò l’allora Cap. Massimo Coltrinari ,
in servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, che, tra i suoi compiti,
ricevette l’incarico di mettersi a disposizione per questa esigenza del
predetto gen. Muraca.
Inizia quello che posteriori
si può definire la Prima fase delle ricerche su questo tema.
Riprendendo dal volume edito
nel 1999, si può leggere:
“La ricerca intrapresa sulle
vicende dei nostri soldati in Albania, inizialmente, sembrava non avere la
possibilità di sviluppo, in quanto le fonti disponibili o quelle ipotizzabili
apparivano limitate e di poca
consistenza. Ci si accinse a questa ricerca con la convinzione che in poco
tempo la ricerca stessa si potesse terminare.
Individuata la parte edita,
le prime ricognizioni nelle varie biblioteche fornirono documentazione scarsa,
confermando il dato iniziale di partenza. L’Albania sembrava un paese
inesistente, dimenticato da tutti.
Si impostò il lavoro, a
fronte di questa situazione, su criteri di ricerca basati più sulla
memorialistica che sulla documentazione di archivio ed edita, ovvero si iniziò
a raccogliere testimonianze, puntando decisamente sulla fonte orale, più che su
quella materica. Entrando in contatto con i protagonisti, si ebbe la sorpresa:
ognuno di loro , oltre a fornire la propria testimonianza, ha fornito anche
documentazione coeva di interesse, ma soprattutto la maggior parte ha dato
indicazioni per arrivare a fonti archivistiche di rilievo, allora sconosciute.
Questo ha permesso di
rivisitare gli Archivi già consultati con altri presupposti di ricerca, ovvero
di visitarne altri, ove in modo spesso indiretto si è arrivati a documenti ed
elementi materiali riferiti all’Albania nel periodo interessato.
Ne sono nati, intorno agli
anni 1992.1993 ( la ricerca è iniziata sul finire del 1989) diversi filoni di
ricerca che, inizialmente sviluppati hanno portato ad altre fonti
archivistiche, alcune delle quali anche albanesi. La massa dei documenti
raccolti e catalogati è stata ordinata nel settore Albania dell’Archivio di Co.Re.MI.Te.. Tale archivio
comprende anche altri settori (Egeo, Jugoslavia, Francia, ecc.) e terminati i
lavori della Commissione è stato versato all’Ufficio Storico dello
Stato Maggiore dell’Esercito. Il materiale raccolto personalmente dall’Autore
nel periodo successivo, ordinato, sarà versato all’Ufficio Storico
predetto.
Sulla base di quanto raccolto
fino al 1993 è stata predisposta la prima stesura (1994) della monografia, che subito è apparsa
antologica.
L’aver voluto tutto inserire,
nell’asserzione che tutto doveva essere citato, come reazione naturale
all’iniziale mancanza di documentazione, dava un profilo troppo didascalico,
spesso ridondante e dispersivo, alla monografia stessa. Mantenuto l’impianto
descrittivo, si è provveduto ad una riscrittura integrale del testo con criteri di inserimento dei documenti più
selettivi. La bozza di questa stesura, rilegata, è stata inserita come
documento nell’Archivio di COREMITE.
Nel frattempo, però,
continuavano a giungere altre testimonianze, altra documentazione, anche di
particolare interesse, che davano contorni più precisi a fatti ed avvenimenti ,
che portò alla formulazione del 1995 della monografia.
Ci si accorse subito, ad una
prima rilettura, che rispetto a quella del 1994, il carattere antologico era
ancora troppo esteso, seppure se erano stati ridotti gli aspetti ridondanti. La
scelta che si presentava era duplice: o raccogliere ulteriori documenti
sviluppando altri filoni di ricerca, che in sostanza era lo scopo di COREMITE,
allargando il profilo antologico della ricerca o concentrarsi su determinati
aspetti essenziali e focalizzare su questi la stesura della monografia
Appariva un vero peccato che
gli aspetti operativi delle nostre unità alla vigilia dell’armistizio, tutta la
guerra partigiana condotta dall’E.L.N.A., Esercito di Liberazione Nazionale
Albanese, nella sua interezza, l’attività delle Missioni Militari Alleate, i
rapporti tra il Partito Comunista Albanese ed il movimento titino in
Jugoslavia, i collegamenti tra la Resistenza Albanese
e quella Greca ( ove anche qui vi erano militari italiani) l’attività
collaborazionista che tanto incideva sulla vita dei cittadini italiani in
Albania, le vicende degli ebrei scampati alle persecuzioni nel resto d’Europa
che avevano trovato in Albania, territorio italiano, un sicuro rifugio, ed altri
argomenti interessanti di cui si sono acquisti documentazioni, alcune di
rilevo, non potevano trovare spazio descrittivo.
Si è deciso, quindi, di
pubblicare, in collaborazione con L’Associazione Nazionale Reduci dalla
Prigionia, dall’Internamento e dalla Guerra di Liberazione (ANRP) un volume
dedicato all’avviamento dei militari italiani dei nostri militari nei campi di
concentramento tedeschi , ovvero la descrizione degli avvenimenti in Albania
all’indomani dell’armistizio delle Grandi Unità Complesse, cioè i Corpi
d’Armata.
Nel contempo la parte documentaristica che non
si poteva inserire veniva utilizzata in numerosi articoli su riviste specializzate
( prima fra tutte “Patria Indipendente”, la rivista dell’Associazione
Nazionale Partigiani d’Italia,
“Rassegna”, la rivista della ANRP e su numerose riviste delle Associazioni
Combattentistiche e d’Arma. Ed anche sulla Stampa quotidiana.
Questa attività di
divulgazione, che peraltro ha innestato un successivo processo di
acquisizione di testimonianza e documentazione,
si è integrata anche con la partecipazione a vari Convegni di Studio, per lo
più organizzati nell’ambito delle manifestazioni del 50° della resistenza.
Tutta questa attività è stata riportata nel volume “Tra memoria e storia”, a
cura di Enzo Orlanducci, Edizioni ANRP, Roma 1998.
Questo ha permesso (stesura
del 1996) di ridurre notevolmente la monografia, anche se l’aspetto
antologico è rimasto. In presenza di
nuova documentazione disponibile, l’idea di scindere la monografia in blocchi,
al fine di concentrarsi solo sugli avvenimenti armistiziali, o quelli riferiti
alla guerra partigiana non è stata accettata. Si trattava in pratica di non
utilizzare tutta la parte precedente l’8 settembre, con una sintesi ulteriore
delle operazioni dall’ottobre 1943 alla fine della guerra. Questa soluzione,
peraltro, armonizzava la monografia dell’Albania a quelle, già edite, della
Grecia e dell’Jugoslavia e dell’Isole dell’Egeo. Si è preferito rinunciare a
questa soluzione per mettere a disposizione tutto il materiale ritenuto utile
per cercare di allineare, a livello di documentazione, l’Albania agli altri
settori della resistenza all’estero. Si è arrivati, di conseguenza, alla
stesura della Resistenza all’estero. Si è arrivati, di conseguenza, alla
stesura monografica del 1997. Rivista ulteriormente, questa edizione si
trasformò nella bozza definitiva che permise la pubblicazione del volume
“Albania” di COREMITE.”
Con la pubblicazione del
volume “Albania” da parte della Rivista Militare nel 1999, presentato in varie
sedi, terminava quello che abbiamo definito la I Fase delle ricerche.
(Massimo Coltrinari 57sessione@libero.it)
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