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venerdì 10 febbraio 2017

"Il Mio Magone Albanese" di Aldo terrusi



Abbiamo ricevuto da Aldo Terrusi




una parziale documentazione contenuta nel mio libro


"Il mio magone albanese"


che giustifica un riconoscimento al valore 


(civile o militare) a mio padre Giuseppe Terrusi (Direttore della


 Banca d'Italia e d'Albania a Valona) condannato nel 1945 dal


 regime di Enver Hoxha (per aver aiutato i militari italiani) e 



morto dopo 7 anni nel famigerato carcere di Burrel in Albania nel 


1952. 


Con post futuri pubblicheremo i documenti che via via 



arriveranno per sostenere la richiesta di un riconoscimento 



ufficiale alla memoria di Giuseppe Terrusi.



(massimo coltrinari)

mercoledì 4 gennaio 2017

L'ultimo Saluto a Cesare Garaffoni

(a cura di Daniele Vaienti)

Cesare Garaffoni, 
1923, 
Cesena, soldato ex I.M.I.



Cesena, 3 aprile 2008
(Testimonianza raccolta da Maurizio Balestra, revisionata da Daniele Vaienti il 4 settembre 2012)

Mi chiamo Cesare Garaffoni, sono nato il 27 maggio del 1923. Prima di partire per la guerra abitavo nell'angolo di via Montalti, di fronte alla casa di Bagioli. Prima ancora abitavo lì vicino, in via Uberti, all’angolo con Via Sacchi. Ho giocato, da bambino, fra la piazzetta di Palazzo Romagnoli e la Piazzetta del Leone. Lì vicino c’era il Palazzo Urbinati, quello della Società Elettrica e un negozio di generi alimentari. Io abitavo sopra il negozio. La casa fu distrutta nei bombardamenti e quando tornai lì non c'era più. Lì vicino c’erano delle osterie: una, dalla mia parte e una sul lato opposto, quasi all’angolo con Via Uberti, l’Osteria “Da Davin”. Ho studiato ragioneria e ho fatto il soldato qui a Cesena, facevo parte del 12° Reggimento di Fanteria della Divisione Piemonte, che aveva sede a Messina, comandata dal colonnello Pozzuoli, napoletano. Sono partito da Cesena nel febbraio del ‘43, destinazione Grecia. Partiamo da qui. Arriviamo al Pireo, poi a Pyrgos e quindi a Zante, che è il luogo dove è iniziato il mio calvario.
A Zante, dato il mio titolo, vengo scelto per tenere la contabilità e lì apro il libro mastro della contabilità del Reggimento, insieme ad un capitano di cui non ricordo il nome. Tenevo anche il danaro del reggimento, custodito in una cassaforte. Solo con la firma del capitano potevamo aprirla e fare i pagamenti.
A Zante siamo rimasti diciamo… dal marzo 1943 al 29 settembre dello stesso anno. Di fatto amministravo tutto il danaro, tutti i versamenti e tutti i pagamenti del Reggimento, anche i pagamenti fatti agli operai di laggiù per i lavori di costruzione dei bunker e delle casematte, per la sistemazione della difesa, eccetera. Venivano sempre pagati da me, che ero l'amministratore del Reggimento dell'isola, tant'è che quando io mi ammalai di malaria e di dengue[1], il colonnello fece di tutto per aiutarmi. Racimolò tutto il chinino che si poteva trovare. Perché se non fossi riuscito a rientrare entro sette giorni li si sarebbe bloccato tutto. E dire che io non ero niente, ero un soldato semplice. In queste condizioni siamo andati avanti fino all’8 settembre.
[Però la voglio fermare un attimo, perché prima dell'8 settembre arriva il 25 luglio. Voi non sapete niente di quanto accade?]
Ecco noi del venticinque luglio non abbiamo avuto nessuna notizia, nessun riferimento, nulla.
L'8 settembre noi ricevemmo la notizia subito. Con una radio o in altro modo, io non so come, non ricordo, ma la cosa si propagò immediatamente. Tutti i soldati andarono in strada e si pensava “Abbiamo finito la guerra! Finisce la guerra, torniamo a casa!”
Poi perdemmo tutti i contatti con lo Stato Maggiore, non si seppe più nulla e a un certo momento ci fu una riunione degli ufficiali perché a Zante c'erano circa quaranta militari tedeschi e bisognava decidere cosa fare. Noi facemmo prigionieri i militari tedeschi e li disarmammo; questo avvenne circa negli otto-dieci giorni dopo l'8 settembre e loro si arresero senza sparare. A Zante, a presidiare tutta l’isola c’erano alcune migliaia di italiani, forse seimila, ma nel centro di Zante erano forse meno della metà. La mattina del 29 settembre del 1943, in lontananza, si vide arrivare un cacciatorpediniere con bandiera italiana, che scortava una nave trasporto che pensavamo fosse italiana e tutti andammo giù al porto, correndo e pensando: “Son venuti a prenderci, ci portano a casa.”. Questa era la voce che correva nell’isola. Io mi fermai un po’ più in alto del porto e vedevo un tratto di mare. Quando la nave arrivò in porto... ecco ho impresso nella memoria quello che accadde e il luogo, come una specie di quadro che mi è rimasto impresso. Qui avevamo la piazza Ugo Foscolo e qua, proprio davanti, c'era il mare. E qui c'era il teatro, intestato a Foscolo anche lui, ed era diventato la sede della sussistenza, con tutti i depositi delle cose da mangiare, i magazzini generali. La piazza Ugo Foscolo confina col porto canale. Dalla piazza Ugo Foscolo si vede il cacciatorpediniere che arriva a circa tre miglia e vira, va via, cambia rotta, non entra. Continua a venire avanti, invece, la nave trasporto, arriva sul porto si apre e scendono i carri armati tedeschi. Era stato tutto un trucco. Arrivano i tedeschi e coi carri armati e si piazzano nel quadrato della piazza. Le posizioni si fronteggiano e comincia uno scambio fra i nostri e i loro comandanti: “Arrendetevi!” “No, arrendetevi voi!” Finché arrivarono gli Stukas e fra quelli e i cannoni dei carri armati e la sorpresa, l'ultima decisione fu quella di arrenderci, anche se noi avevamo dei cannoni. Si fece una la riunione degli ufficiali presieduta dal colonnello Pozzuoli e si decise che ci arrendevamo. Non fu sparato un colpo. C’era lì, davanti al mare, una specie di grande palestra dove si raccolsero tutte le armi: ogni militare e sottufficiale doveva deporre tutte le armi in questo luogo e noi lasciammo lì tutto e ci disarmammo.
Nessuno reagì, Non c'era la possibilità. Eravamo in un'isola, distante dalla terraferma e senza niente, senza mezzi. Non si poteva scappare o lasciare l’isola, questa era la situazione. Non c'era possibilità di nascondersi, non a Zante. E’ una piccola isola e poi dove vai? Perché i greci, per quanto noi li abbiamo conosciuti (e lì eravamo ben visti), non potevano aiutarci e avevano il terrore dei tedeschi, quindi chi poteva aiutarci? A me non risulta che nessuno di noi sia riuscito a scappare e quindi...
Lì ci fu un primo fatto: un capitano, di cui non ricordo il nome, (che era il capitano addetto, con me, all'amministrazione generale e che non capiva nulla di contabilità, per cui ero io che dovevo seguire tutto) questo capitano si schierò con i tedeschi e assieme a lui, lo fecero una quarantina di soldati che erano tutti richiamati, con moglie e figli, siciliani, sulle migliaia che si era. Lui fece anche un po' di propaganda in giro per passare con i tedeschi. Dopo, quando la stessa nave da trasporto che aveva portato lì i carri armati, ci caricò e ci trasportò fino al porto del Pireo, sapemmo che lui era rimasto lì, a Zante. Devo anche dire che io avevo in gestione i soldi del reggimento. Li depositavo in una banca, tenendo in cassaforte solo quello che mi serviva. Prima dell’arrivo dei tedeschi avevo fatto un versamento e avevo una ricevuta per tre milioni e rotti di dracme che avevo depositato. La ricevuta di quel versamento l’ha voluta quel capitano e non so poi lui l’abbia consegnata ai tedeschi che cercavano i soldi…[2]
Sbarcammo al Pireo e dal porto, a piedi, con lo zaino in spalla, andammo ad accamparci fin sull'Acropoli. Sì, proprio sull'Acropoli e li restammo non mi ricordo quanti giorni. Per il mangiare dovevamo vivere con quello che avevamo portato nello zaino.
[E anche lì non ci fu nessuno che riuscì a scappare?]
Nessuno, anche se di lì, forse, si poteva anche scappare. Si poteva scappare anche perché da quel momento noi non eravamo strettamente sorvegliati e inquadrati. Ma in quelle condizioni e con la voce che girava che ci avrebbero riportato in Italia! Anche dopo, quando siamo partiti di lì, che ci hanno messo su dei treni e i vagoni erano aperti, c'erano una decina di sentinelle tedesche: ne avevo uno o due in testa al treno, uno due alla fine e gli altri tedeschi in un vagone per conto loro e potevamo scappare, ma dicevano che si tornava in Italia...
Qualcuno ha tentato di fuggire, per andare con quelli di Tito, poi è rientrato perché se non avevi le armi non ti prendevano. Così era successo e quelli che sono tornati hanno detto: “è inutile che scappiamo perché con Tito ci vai se hai le armi e le munizioni, se no ti mandano indietro.”.
[Questo accade in Jugoslavia, ma in Grecia nessuno vi ha contattato?]
No. In Grecia non ci ha contattato nessuno. Né noi lo abbiamo fatto. In Grecia non c'è stata possibilità perché siamo rimasti lì solo pochi giorni, così, un po' sbandati.
Fummo caricati in dei vagoni aperti. Si poteva scendere nelle fermate. Non c'erano i soldati a controllare per farci tornare dentro, c'era la possibilità di scappare. “Ma perché?”, dicevano che ci portavano in Italia. Loro avevano detto così, o meglio la voce era che si andava in Italia e tutti erano abbastanza tranquilli. E infatti riconoscevamo la strada, perché noi l'avevamo già fatta all'andata. Era quella... almeno fino un certo punto.
Quando siamo al bivio, vicino a Trieste, è notte, non si vede nulla, la maggior parte di noi dormiva, eravamo tutti pigiati (non mi ricordo quanti fossimo, forse in quaranta in un vagone); al mattino... le date io non le ricordo... al mattino ci svegliamo a Linz. Sentiamo urla: “Achtung!”. Apriamo i vagoni, ci troviamo circondati. Il treno è tutto circondato dai tedeschi con le mitragliatrici tutte fissate attorno.
Un gruppo di tedeschi entrava in ogni vagone a fare una perquisizione. Una volta perquisiti, da quel momento, si chiudono i vagoni.
E poi arriviamo. Siamo in aperta campagna. Non so dove fosse, ma era un posto molto bello, perché c'erano degli abeti enormi. Era un centro di raccolta e destinazione, lo Stalag IV B. Era fatto proprio così come siamo abituati a vederlo, con tutte le torrette e il recinto di filo spinato, un campo, con tutti i crismi del campo di concentramento. A quel punto tutti veniamo tosati a zero, ci rasano sotto le ascelle e dappertutto con delle macchinette. Tutti a zero. E ci fanno la disinfestazione. Poi ci fanno mettere sulla schiena un triangolo rosso che significava kriegsgefangener, prigioniero di guerra.
Lì arrivò un tenente, un tenente colonnello mi pare, o un maggiore. Era siciliano. Siccome la divisione Piemonte era di stanza a Messina molti erano siciliani. Venne questo tipo, mi ricordo, eravamo tutti in fila e ancora avevamo il nostro zaino ai piedi, tutti in fila in piedi, lui venne e disse: “Sono arrivati gli americani, sono sbarcati in Sicilia, violentano tutte le nostre donne, fanno razzia, ne stuprano, ne fan di tutti i colori, noi dobbiamo andare a difendere le nostre donne, voi siciliani soprattutto! Noi siamo pronti a partire, chi è d’accordo venga da questa parte, chi invece non è d’accordo rimanga fermo.”. Io rimasi fermo.
[Ne passarono molti?]
Ne passarono una buona parte e la maggior parte erano siciliani. La maggior parte avrà anche pensato: “Quando siamo là chi sa cosa...” Però c'andarono eh!
Ma furono due i momenti in cui ci fecero questa proposta. Il primo direttamente a Zante, al momento dello smistamento. Quel capitano che parlò in quel momento era fascista e parlò da fascista, non parlò dello sbarco degli americani, anche perché non ne sapeva niente. Quello che parlò nello Stalag IV B, invece, che era anche un superiore, disse la frase che ho riferito. Parlò diverse volte e si raccomandava, si ripeteva anche nelle cose che diceva.
Noi continuammo a non andare.
Dopo ci fu lo smistamento e partimmo per un campo della Ammoniacwerke, io vado a finire a Merseburg, che confina con la Turingia. Il campo era fra la cittadina e la Ammoniacwerke, che era la più grande fabbrica chimica d'Europa e occupava un’area lunga, mi pare, quattordici chilometri con una ferrovia interna e quattro stazioni: Leuna nord, Leuna sud, Leuna est e Leuna Werke. Quattro stazioni e ognuna aveva quattro binari, tutti interni. Lì si fabbricava la benzina sintetica. Dove lavoravo io, lo stabilimento numero 820 si faceva la seta sintetica che usavano per i paracadute.
Si controllava il sistema chimico che produceva la sostanza, che poi veniva raccolta e si solidificava. Si lavorava in grandi ambienti. Alcuni erano ad un piano superiore e da lì la sostanza colava giù da una specie di imbuto e si raccoglieva nel piano inferiore, dove ero io. C’erano manometri e rubinetti da aprire e chiudere quando i livelli erano arrivati al punto giusto e il liquido, che inizialmente era bianco, diventava rosso. Allora si faceva un urlo e di sopra, dove lavoravano dei francesi, chiudevano. Si facevano dei turni continui di dodici ore e in coppia con me c’era questo francese, di Parigi. Io andavo avanti così facendo i miei turni. Questo finché non arrivarono i bombardamenti.
Finché non incominciarono a bombardare questa fabbrica io ho continuato a lavorare lì e con me lavoravano anche i tedeschi. Si facevano i turni e a un certo punto c’era un intervallo, avevano un intervallo nell’arco delle dodici ore di lavoro, e nell’intervallo i tedeschi mangiavano. Anche noi avevamo l’intervallo, solo che noi non mangiavamo perché non avevamo niente da mangiare. Allora mi ricordo che c'era qualcuno che veniva vicino a me e qualche volta mi hanno passato da mangiare. C’era una signora, un'anziana, che avrà avuto una cinquantina d'anni e che ogni tanto mi dava un pezzo di pane. Un giorno mi portò addirittura un filone, perché all'uscita non facevano sempre le ispezioni. Una volta che questa donna mi da il pane, io lo nascondo qui sotto la giacca. Quello che sorvegliava era vicino a me, me lo ricordo, era zoppo, (poveretto, era giovane, era tornato dal fronte). Forse aveva visto che avevo preso il pane e dice “Alt, che dobbiamo fare le perquisizioni!”. E allora dal cenno che faccio lui capisce tutto, viene lì da me, mi dà una spinta e mi dice di dargli il pane “E st'altra volta”, mi dice, “dammelo prima”. Poi, appena usciti, mi fa un cenno e mi ridà il pane, passato il controllo. Questi uomini che ci controllavano erano rientrati dal fronte feriti, forse per questo erano più umani.
Qui successe anche un altro episodio. Mi ero ferito a un piede e si era infettato. In infermeria mi avevano tagliato l’ascesso e medicato alla meglio, prima di rimandarmi a lavorare. Dalle baracche al capannone della fabbrica dove si lavorava c’era da fare un lungo percorso a piedi. Il percorso costeggiava la ferrovia interna, lungo un terrapieno dove mentre passavamo tutti in fila, i ragazzi del luogo, tutti attorno, ci gridavano “Keine lost!” “Forbaiten” “Italiener Fareda” “Vagabondi italiani! Traditori!” “Non han voglia di lavorare gli italiani, traditori!”… Io camminavo in fondo al gruppo, con zoccoli di legno e a causa della gamba ferita ero rimasto indietro. La guardia tedesca, rientrata ferita dal fronte russo, mi spingeva e mi urlava, spinto anche dalle grida dei ragazzi. Ad un certo punto mi minaccia, mi butta contro una rete, prende il fucile… Io sono allo stremo, non penso neanche più a morire, quasi vorrei far finire quel supplizio. Basta una reazione e forse mi sparerebbe. Non so neppure io come e perché, ma mi volto verso la guardia e mi apro i vestiti e gli offro il petto. Rimane interdetto, si smonta, cala un grande silenzio tutt’intorno... Mi dà una botta nella schiena e mi spinge avanti...
In quel momento, non pensavo di poter morire, forse lo desideravo anche e feci quel gesto.
[Questo è per quanto riguarda il lavoro. E la vita nel campo com'era?]
La vita nel campo... potrei dire molto lavoro e niente pane. Per il pane noi avevamo costruito delle bilancine, perché il pane non veniva distribuito ad ognuno il suo pezzo, (adesso, fra l'altro, non ricordo neanche la pezzatura precisa)...
[Davano un pezzo di pane per ogni baracca?]
No, no, no... La baracca era unica e poi avevamo delle specie di stanze a uno, due, tre, quattro castelli e se, per esempio, eravamo sedici, davano il pane per sedici. A filoni interi, per cui noi dovevamo dividerlo e doveva durare per tre giorni. Il problema era dividerlo nel modo giusto. Allora insieme a me, ricordo che c'era un ingegnere e un certo Farina, uno che aveva dei mulini su nel Trevigiano, che poi è diventato anche presidente del Milan. Farina assieme all’ingegnere presero un bastoncino e si il trovò il modo di fissarne uno trasversale, con due “cosi” che pendevano e con questa bilancia si pesava il pane. Così riuscivamo a fare pezzi giusti.
Un'altra delle condizioni in cui si viveva è questa: si facevano turni di lavoro di dodici ore, ma fra il prima e il dopo, cioè il cammino di andata e di ritorno e i momenti nei quali si doveva aspettare, alla fine c'erano poche ore per riposarsi. Poi bisognava lavarsi qualcosa perché quello che avevi addosso era tutto quello che avevi. Non ci han mai dato niente e così bisognava accomodare i vestiti. C'è chi ci riusciva, perché era capace di cucire. C'era chi aveva del filo, del cotone... Io non ero capace… non avevo niente… me a n’aveiva gnint... Mi aiutavano due di Cesena che si chiamavano Trevisani Medante e Sama Guerrino e uno di San Vittore, che non mi ricordo il nome.
[E oltre il pane cosa vi davano ancora da mangiare?]
Ah!... una sbobba, quando c'era. Ma una sbobba con niente, insulsa, non c'era niente: barbabietole o carote... una gamella, ma non c'era la sostanza...
[Mi diceva che a un certo punto cominciano i bombardamenti...]
Allora, donca… i tedeschi avevano creato questa grande fabbrica: la Ammoniacwerke, tutt'attorno alla fabbrica, anche a quattro-cinque chilometri avevano delle bombole enormi che potevano emettere dei fumogeni che annuvolavano tutto e non si vedeva più niente. Quando si sentivano “uuu” le sirene d'allarme, venti-venticinque minuti prima, loro spargevano i fumogeni. C'era questo preavviso e lì noi eravamo liberi di andare dove volevamo ma i bunker che c'erano erano solo per i tedeschi. Noi potevamo spargerci in giro per i campi. Venivano a bombardare tutti i giorni, anche due volte al giorno. Io correvo come un diavolo, come gli altri, a volte mi trovavo anche solo, non con gente. I francesi mi chiamavano, le diable rouge, perché avevo una camicia rossa. Le bombe all’inizio arrivarono fuori bersaglio, non lo colpivano o lo colpivano solo marginalmente. Ma dopo i primi due o tre bombardamenti, fu un disastro. Si lavorava che poco o niente, noi minavamo le macerie... per poter ricostruire le parti danneggiate. Dovevamo scavare per terra per rifare le fondamenta. Mi ricordo che era talmente freddo che la terra era dura, gelata. Noi avevamo dei bidoni da duecento litri che contenevano la benzina. Li aprivamo e facevamo fuoco per ammorbidire il terreno se no col piccone non riuscivamo a romperlo. Dovevamo fare così. Facevamo così quasi tutti i giorni.
E andammo avanti così, in continuazione finché finì la guerra.
Lì vicino hanno bombardato anche con il fosforo. I bombardamenti al fosforo noi li vedevamo a distanza. Poi si correva via. Mi ricordo che andavamo sul fiume Saale. C'era una grotta, ci si infilava dentro e a volte, sentivamo l'aria che spostavano e mi son trovato più di una volta a contatto con la parete.
Poi avviene che io mi ammalo e seriamente, anche. Mi sono ammalato a Merseburg e in un primo momento mi hanno portato in un'infermeria a Merseburg. Lì han detto “No. Bisogna trasportarlo all'ospedale di Lipsia”. Insieme a me, di ammalati, ce n'erano altri, anche di altre nazionalità. Ci hanno caricato e ci hanno portato in un capannone. Ho pensato e mi sono detto “Guarda. Qui è dove hanno gassato la gente”… Il capannone era così: di qua si entrava e di là si usciva. Aperto. Qui c'era un ingresso e là un'uscita, in un angolo, qui, in pochi minuti entravi, tutto nudo, perché prima venivi passato in una disinfezione. Poi loro avevano un pennello grande che lo intingevano e lo passavano sotto le ascelle e sotto, lì, nelle parti… e dappertutto. E poi in alto c'erano dei buchi così, delle docce nel soffitto... e noi stavamo sotto… ci si lavava e ci si disinfettava, perché anche quell’acqua aveva un disinfettante e poi uscivamo da quell'altra parte. Questo fu per entrare all'ospedale.
All'ospedale, mi han fatto delle cure, lì si mangiava anche, però non mi hanno trattenuto molto, mi han fatto... delle punture. Dicevano che io ero malato ai polmoni… quello l’ho capito. Ricordo che era verso la fine di novembre, i primi di dicembre. Feci il Natale lì quell'anno. I francesi nell'ospedale fecero uno spettacolo e cantarono e portarono da mangiare per tutti e per noi fu una gran cosa... il Natale del '44... Io sono stato lì ventisei-ventisette giorni e il primo dell'anno ero già a lavorare di nuovo, mi rimandarono nella stessa zona.
[A fare le stesse cose?]
No, no, no... Dopo ci liberarono... ci fu la liberazione, cioè noi... ci fu la trasformazione in civili... sissignore, sissignore, ci fu la trasformazione.
[E questo quando avvenne?]
Non mi ricordo se fosse prima o dopo Natale. Sai che adesso sono un po' indeciso se fosse prima o dopo. An m'arcord gnenca pió[3].
[Ad un certo punto, dunque, vi lasciarono liberi, quindi voi eravate meno pressati, meno sorvegliati?]
Sì, non avevamo più i tedeschi che ci badavano… con la storia dei bombardamenti, si capisce. Si andava a lavorare e si ottenevano dei buoni… che se no come fai a vivere senza i buoni? Non ci pagavano, ci davano dei buoni, dei buoni, che non potevi prendere niente, però ne avevi bisogno per mangiare.
Poi verso aprile ci fu la liberazione degli americani... Gli americani attraversarono il Saale e andarono incontro ai russi che arrivavano dall’altra parte. Non ci furono combattimenti. Noi non abbiamo sentito niente, non si è sparato un colpo. Ci siamo svegliati al mattino siamo andati a vedere e c'erano queste file di soldati nella strada principale. Erano loro, gli americani, in fila indiana una da una parte della strada e una dall'altro lato, coi loro fucili in spalla e andavano: noi non abbiamo visto nient'altro.
[In precedenza avevate avuto notizie sulla loro avanzata?]
Noi si sapeva già, sapevamo dov'erano e dove non erano, cosa facevano… I francesi, in particolare, avevano i giornali che gli arrivavano. L’Eco di Nancy, lo ricordo ancora, l’Eco di Nancy  e dato che io parlavo francese, allora riuscivo a capire… e poi venivano tutti gli altri da me per sentire le notizie. Aspettavamo e sapevamo che erano in arrivo, perché verso Lipsia c'erano già i russi.
[Quando arrivarono vi siete presentati a loro?]
Assolutamente no. No. Loro volevano altro, loro avevano un compito... I tedeschi erano spariti, non c'erano più, non c'era più niente. E noi siamo rimasti lì.
[I bombardamenti avevano distrutto tutto prima che arrivassero gli americani?]
Sì. Non la città, ma la Ammoniacwerke, la fabbrica, quella sì...
[I soldati tedeschi erano scomparsi ma la gente del posto?]
La gente... non c’erano giovani? Lì c'erano solo i vecchi, gli anziani, le donne, anche loro con una fame tremenda, perché non avevano più niente.
Vicino al campo c’erano dei punti dove loro, gli americani, avevano la roba e dove noi abbiamo trovato marmellata e dei fusti, dei bidoni da venti litri, con la farina e... Insomma portavamo via sta roba e si mangiava. Noi fummo rimpatriati a giugno.
Gli americani avevano proseguito. Erano andati via perché la guerra ancora non era ancora finita. E noi abbiamo sgomberato tutto.
Un altro episodio che mi ricordo è di un individuo che aveva trovato un coniglio, lo ammazzò e lo fece bollire, prese un bidone, quelli da dieci litri o venti, non ricordo, tipo quelli dell'Arrigoni e lo riempì d'acqua. Poi se lo mangiò tutto e morì soffocato perché non era abituato a mangiare così tanto!
Anch'io lì usavo questi bidoni. Con la farina facevamo un impasto, lo facevamo bollire e si mangiava…
[E quanto tempo siete rimasti lì?]
Io son rientrato a giugno. Dopo Lipsia[4] e il ricovero all'ospedale. Io e gli altri italiano aspettavamo. Io stavo male, sputavo sangue e allora andai da un medico privato e gli dissi: “Io non la posso pagare, perché sono...” lui mi disse “No, non si preoccupi…”. E’ visiteva tot. Era un tedesco, un anziano, avrà avuto settanta–ottant’anni... Io di tedesco qualcosa capivo e lui mi dice: “Quando in Italia... Sanatorio” um dis. E allora mi fa un certificato. “Questo certificato per quando arrivi” dice. Si organizza un treno per il rientro, un treno ospedale. Io ho una gran fretta di arrivare a casa mia e quando sono a Verona, taglio la corda e mi metto sulla strada che porta giù, verso Modena e Bologna. Parte di lì un camion carico di sacchi di grano, io salgo su questo camion didietro. Sopra eravamo in diversi e questo camion ci porta fino a Modena. A Modena lui si ferma e ci scarica. Mi faccio portare sulla via Emilia per vedere di andare a Bologna e trovo nella strada uno di quei camion che aveva delle panche a sinistra e a destra… Si poteva salire... io salgo e viene uno che vuole i soldi perché bisognava pagare. Allora gli dico: “Vedi come son messo, vengo dalla Germania, dalla prigionia, non ho una lira, mi dica come si chiama che glieli manderò. Come faccio io a dargli i soldi?”. Lui dice di no, poi comincia a far casino e allora c'è una signora lì di fianco che dice: ”Lasci stare, lasci stare, che per lui pago io”. Questa signora pagò per me e io arrivai a Bologna. A Bologna prendo vado in stazione, prendo il treno, un treno merci dove ci sono delle assi come sedili, insieme a delle suore che dovevano andare a Gambettola. Mi dicono” Andiamo a Gambettola però non sappiamo quando scendere]..” “Non vi preoccupate perché io scendo a Cesena e voi, alla stazione successiva scendete.” Alla stazione, appena sceso la prima persona che incontro è Venturi, il capostazione, che abitava vicino, nella casa prima della mia ed eravamo amici. Mi viene incontro e mi dice: “Lo sai? Tuo babbo è morto... e la tua casa è stata distrutta, non abiti più lì.” Questo è il primo incontro...
Mio padre è morto su a Celincordia il 18 ottobre[5], i tedeschi gli han sparato nella schiena e la ferita fu tamponata dagli inglesi, perché era aperta ... Gli inglesi l'hanno soccorso. Si chiamava Paolo. A Celincordia, dove erano sfollati, lui aveva messo la famiglia dentro al rifugio. Lui, all’imboccatura del rifugio, aveva fatto una specie di nicchia dove faceva da mangiare, che non si poteva far da mangiare fuori. Non si sa se i tedeschi lo abbiano preso. Forse hanno pensato che facesse dei segnali… Oppure è stata una granata. Chi lo sa? Qualche cosa è successo… Fatto sta che gli si è aperta la schiena ed è rimasto lì. C'erano gli inglesi sono arrivati e subito l'han tamponato... Comunque lui è morto lì. Era il 18 ottobre del ’44. Io, invece, son tornato meno di un anno dopo... era il giugno del 1945.

Cesare è deceduto a Cesena il giorno 4 gennaio 2017







[1] La febbre dengue, più conosciuta semplicemente come dengue, è una malattia infettiva tropicale causata dal virus Dengue. Si presenta con febbre, cefalea, dolore muscolare e articolare, oltre al caratteristico rash simile a quello del morbillo. In una piccola percentuale dei casi si sviluppa una febbre emorragica pericolosa per la vita, con trombocitopenia, emorragie e perdita di liquidi, che può evolvere in shock circolatorio e morte. La malattia è trasmessa da zanzare del genere Aedes, in particolar modo la specie aegypti. – Da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Dengue)

[2] “Molti anni dopo sono ritornato a Zante insieme a mia moglie e a Renato Antoniacci, il titolare della ditta di autotrasporti e per curiosità, abbiamo cercato quella banca. Ma il 12 agosto del 1953 c’era stato un terremoto ed era stata distrutta.”

[3] In realtà il cambiamento di status da Internati militari a liberi lavoratori, avvenne nell’estate del 44. La confusione è probabilmente determinata dal fatto che questo cambiamento non comportò nella realtà un effettivo progresso delle condizioni di vita dei prigionieri, mentre per loro le cose cambiarono effettivamente, con l’arrivo dei bombardamenti alleati. I bombardamenti oltre agli edifici, riuscirono a disgregare alche la capillare organizzazione tedesca e da questo momento si sentirono e furono effettivamente più liberi, si veda il sistema dei “buoni” di cui parlerà più sotto, adottato nell’inverno ’44-’45.
[4] Lipsia è occupata dalle truppe corazzate americane il 18 aprile 1945.
[5] Nei giorni in cui si combatteva per Cesena,  liberata il 20 ottobre 1944.

giovedì 22 dicembre 2016

“Brenga ime shqiptare” (Il mio magone albanese)


PRESENTAZIONE DEL VOLUME


Data: 19/01/2017
Aldo Renato Terrusi
 presenta il suo libro

 “Brenga ime shqiptare”
 (Il mio magone albanese)
Maeci

INCONTRO CON L’AUTORE -


L’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la Biblioteca Nazionale d’Albania organizza la presentazione del libro “Brenga ime shqiptare” (Il mio magone albanese) di Aldo Renato Terrusi.

19 gennaio 2017, ore 11

Biblioteca Nazionale albanese

Sheshi Skenderbej, 1010 Tirana

Un percorso alla ricerca delle proprie origini e della propria storia: Brenga ime shqiptare racconta il viaggio di Aldo e dello zio Giacomo che tornano in Albania dopo quarantaquattro anni. Aldo era ancora un bambino quando il Regime di Enver Hoxha rinchiuse il padre nel terribile carcere di Burrel, dove morì senza poter dare l’ultimo saluto al figlio e alla moglie. Il desiderio di Aldo di riportare in patria i resti del genitore si scontra con il passato doloroso della famiglia Terrusi in Albania e di una nazione che ancora oggi porta impressi i segni laceranti della dittatura. Attraverso i ricordi della famiglia, le testimonianze, le fotografie dell’epoca e i documenti originali del processo subito dal padre nel 1945 si ripercorrono la drammatiche vicende della pagina di storia più cupa del Paese delle Aquile.

Aldo Renato Terrusi è nato a Valona, in Albania, nel 1945, da genitori italiani. Dopo gli studi in Fisica ha collaborato con i maggiori Enti di ricerca italiani (ENEA, INFN,CNR). Ha dato il suo apporto ai Progetti più importanti degli ultimi anni a livello internazionale quali: Il Progetto LHC (Large Hadron Collider) ed il Progetto ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor). Ha ottenuto l’Eccellenza ENEA nel 2008 per l’Invenzione tecnologica nel campo della Metrologia. E consulente di alcune Società e scrive su riviste specializzate.

Ha la passione per l’Archeologia, l’Astronomia e la Fotografia. Si diletta con la poesia (è suo il libro “Riflessi di Sogno”) e la pittura, pratica il tiro con l’arco a livello agonistico.
Informazioni

Data: Gio 19 Gen 2017  Organizzato da : IIC e Biblioteca Nazionale albanese. Ingresso : Libero. 
Luogo:Biblioteca Nazionale albanese

(prigionia@libero.it)

mercoledì 21 dicembre 2016

Aldo Renato Terrusi. Una poesia dedicata alle vittime della Dittatura

 Per non dimenticare

La poesia (inedita) è stata scritta da me nel 1993 quando mi trovavo sul campo interno del Carcere di Burrel, dove si seppellivano i morti, mi sono deciso a renderla pubblica solo ora per non dimenticare le vittime della scandalosa Dittatura di Enver Hoxha che ancora giacciono sotto la terra di quel famigerato Carcere e per sollecitare la restituzione delle spoglie alle proprie famiglie.
Il testo in albanese come queste righe sono tradotte da Elvana Zaimi che ringrazio per la cortese collaborazione.


Për të mos harruar
 
Këtë poezi (të pabotuar) e kam shkruar në vitin 1993, gjatë kohës që ndodhesha në kampin e brendshëm të Burgut të Burrelit, aty ku varroseshin të vdekurit; vendosa të publikoj vetëm tani për të mos i lënë në harresë viktimat e diktaturës skandaloze të Enver Hoxhës, kur ende sot e kësaj dite dergjen nën tokën e atij burgu famëkeq, si dhe për të nxitur kthimin e eshtrave familjarëve të tyre.
Teksti në shqip dhe këto radhë janë përkthyer nga Elvana Zaimi, të cilën e falenderoj për bashkëpunimin e përzemërt. 


Aldo Renato Terrusi. Poesia. In Lingua Albanese

Shqipëria tokë e lindjes
(në kampin e Burrelit)


Tokë e lindjes,
mikpritëse e mizore.
Tokë e besës dhe e nderit.
Tokë e heronjve dhe martirëve,
plojave e gjakmarrjes.
Tokë e zaptuar, e cfilitur, tronditur, çliruar.
Tokë e hidhur, sogje njerkë e trupit të tim eti!
Tokë e bekuar dhe e mallkuar,
m'i kthe eshtrat e tij, viktimës së pafajshme të një diktature të turpshme!

O atë, me shokët e tu Angjel e Petrit*, ndave
për shtatë vjet, torturat e xhelatëve të poshtër,
mnerën e vdekjes,
shpresën e të ardhmes,
të varrosën në këtë fushë djerrë.
E di që je këtu,
në krah të qershisë, nginjur me gjakun e të vdekurve,
që të mbron në hijen e dhembshur.
Era fërshëllen përmes shkurrezave të shkreta,
sjell zërat e pështjelluar dhe rënkimet e shpirtrave endacakë.
O atë, lërmë të të dëgjoj zërin,
më trego rrugën që të të kthej në atdhe!
Në harresën vdekëtare, një britmë dhimbjeje dhe një lot,
një mendim për Aurelian dhe Aldon
ishin akti yt i fundit i jetës tokësore.
Një britmë që shpërthen në mua,
shoqëruar nga një vaj pa mbarim:
përse, përse?
Përse Zoti i njerëzve lejon që njëri syresh
Të jetë zot i jetës dhe vdekjes së të tjerëve?



Burrel, mars 1993

Aldo Renato Terrusi
* Angjel Kokoshi, Petrit Velaj

shokët e qelisë në Burrel                                                            

Aldo Renato Terrusi. Poesia

Albania terra natia
(sul campo di Burrel)


Terra natia,
accogliente e crudele.
Terra di fede e d’onore.
Terra di eroi e di martiri,
di eccidi e vendette.
Terra conquistata, straziata, sconvolta, liberata.
Terra amara, custode matrigna delle spoglie di mio padre!
Terra benedetta e maledetta,
rendimi le sue ossa, vittima innocente di una dittatura infame!

Padre, hai condiviso con i tuoi amici Angjel e Petrit *,
per sette anni, le torture dei vigliacchi carnefici,
lo sgomento della morte,
la speranza del futuro,
sei stato sepolto in questo arido campo.
Io so che sei qui,
accanto al ciliegio, saturo di sangue dei morti,
che ti protegge nella pietosa ombra.
Il vento sibila tra gli arbusti incolti,
porta le voci confuse e i lamenti delle anime erranti.
Tu padre fammi sentire la tua voce,
indicami la via per riportarti in patria!
Nell’oblio mortale, un grido di dolore ed una lacrima,
un pensiero per Aurelia ed Aldo
sono stati l’ultimo atto della tua vita terrena.
Un grido che ora esplode in me,
accompagnato da un pianto infinito:
perché, perché?
Perché il Dio degli uomini permette che uno di essi
sia padrone di vita e di morte sugli altri?



Burrel, marzo 1993

Aldo Renato Terrusi
* Angjel Kokoshi, Petrit Velai

compagni di cella a Burrel                                                             

venerdì 9 dicembre 2016

Aldo Terrusi 19 Gennaio 2017 a Tirana

Caro Massimo,
ho il piacere di informarti che in questi giorni l'Ambasciata Italiana di Tirana mi ha confermato che sarà presentato il mio libro "Brenga ime shqiptare" il 19 gennaio a Tirana.
Sarà una manifestazione di una certa importanza in collaborazione dell'Istituto Italiano di Cultura (IIC) e con la presenza dell'Ambasciatore e del Console.
Saranno invitati giornalisti e TV oltre che personaggi delle Istituzioni albanesi. E prevista la traduzione bilingue.
In allegato la bozza che ho inviato all'IIC per poterla elaborare.

Cordialmente,
Aldo

lunedì 21 novembre 2016

Aldo Terrusi.

Brenga ime shqiptare

 
















Il carcere di Burrel, il campo delle sepolture ed il ciliegio

Il giorno 19 gennaio 2017 l’Ambasciata Italiana a Tirana, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura presenterà il libro di Aldo Renato Terrusi “Brenga ime shqiptare”.


La storia

Un percorso alla ricerca delle proprie origini e della propria storia: “Brenga ime shqiptare” racconta il viaggio di Aldo e dello zio Giacomo che tornano in Albania dopo quarantaquattro anni. Aldo era ancora un bambino quando il Regime di Enver Hoxha rinchiuse il Padre nel terribile carcere di Burrel, dove morì senza poter dare l’ultimo saluto al figlio e alla moglie. Il desiderio di Aldo di riportare in patria i resti del genitore si scontra con il passato doloroso della famiglia Terrusi in Albania e di una nazione che ancora oggi porta impressi i segni laceranti della dittatura.
Attraverso i ricordi della famiglia, le testimonianze, le fotografie dell’epoca e i documenti originali del processo subito dal padre nel 1945 si ripercorrono la drammatiche vicende della pagina di storia più cupa del Paese delle Aquile.


L’Autore

Aldo Renato Terrusi è nato a Valona, in Albania, nel 1945, da genitori italiani.
Dopo gli studi in Fisica ha collaborato con i maggiori Enti di ricerca italiani (ENEA,INFN,CNR). Ha dato il suo apporto ai Progetti più importanti degli ultimi anni a livello internazionale quali: Il Progetto LHC (Large Hadron Collider) ed il Progetto ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor). Ha ottenuto l’Eccellenza ENEA nel 2008 per l’Invenzione tecnologica nel campo della Metrologia. E consulente di alcune Società e scrive su riviste specializzate.
Ha la passione per l’Archeologia, l’Astronomia e la Fotografia. Si diletta con la poesia ( è suo il libro “Riflessi di Sogno”) e la pittura, pratica il tiro con l’arco a livello agonistico.




mercoledì 26 ottobre 2016

Siria: battaglie in corso

Siria
La battaglia di Aleppo e lo scontro Russia-Usa
Roberto Iannuzzi
12/10/2016
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L’ultima crisi nei rapporti fra Washington e Mosca è conseguenza del fallimento, alla fine di settembre, del tentativo di cessate il fuoco in Siria. Punto chiave dell’intesa era la città di Aleppo, attorno a cui ruotavano le trattative fin dallo scorso febbraio.

L’importanza strategica di Aleppo
Aleppo ha un’importanza strategica per l’evoluzione del conflitto. Si tratta dell’ultimo grande centro urbano in cui la presenza dei ribelli non è trascurabile. Secondo stime fornite dall’inviato dell’Onu Staffan de Mistura, ve ne sono rimasti circa 9mila, asserragliati nei quartieri orientali dove risiedono anche 275mila civili. La porzione di città sotto il controllo del regime conta invece un milione e mezzo di abitanti.

Le sorti di Aleppo, a lungo incerte, cominciarono a cambiare dopo l’intervento militare russo iniziato circa un anno fa. I quartieri in mano agli insorti vennero isolati dal confine turco a nord, e progressivamente accerchiati.

Da tempo, le formazioni armate dell’opposizione ad Aleppo e nella vicina provincia di Idlib sono dominate da Al-Nusra. Questo gruppo ha recentemente cambiato nome - ribattezzandosi Jabath Fatah al-Sham - sconfessando la propria affiliazione ad Al-Qaeda. Rimane però sostanzialmente qaedista a giudizio sia di Mosca che di Washington.

Le altre milizie ribelli, fra cui i cosiddetti gruppi “moderati” addestrati e armati dalla Cia, operano in stretto coordinamento con Al-Nusra. Vi sono però anche divisioni nel fronte degli insorti. Contrasti si sono registrati ultimamente fra Al-Nusra e Ahrar al-Sham, altra formazione dominante di ispirazione salafita-jihadista, vicina alla Turchia. Questo gruppo sembra essersi disimpegnato da Aleppo.

Il fallimento del cessate il fuoco
La proposta di cessate il fuoco, avanzata dall’amministrazione Obama fin da giugno, era basata su due punti chiave: la fine dei raid governativi, e l’allontanamento delle altre formazioni ribelli da Al-Nusra. L’aviazione di Damasco avrebbe lasciato il passo a un coordinamento militare russo-americano incaricato di colpire i due gruppi estremisti esclusi dalla tregua: Al-Nusra e Daesh, il sedicente califfato.

L’accordo avrebbe dovuto rassicurare il Cremlino, che aveva accusato Washington di usare anche i jihadisti pur di rovesciare il regime, e allo stesso tempo garantire alla Casa Bianca che i ribelli non sarebbero stati più colpiti ad eccezione di Al-Nusra.

Russia e Stati Uniti erano i garanti dell’accordo: Mosca avrebbe dovuto tenere a freno il regime e le milizie di Teheran, Washington gli insorti. Se la tregua avesse retto, si sarebbe potuto riavviare il negoziato.

Il Cremlino ha faticato a convincere i propri alleati, che ormai puntavano a una vittoria militare, a rispettare il cessate il fuoco. Ma l’amministrazione Obama è venuta a trovarsi in una posizione forse ancora più debole, per due ragioni. In primo luogo, essa ha dovuto fare i conti con il sostanziale rifiuto delle altre formazioni ribelli a separarsi da Al-Nusra. E secondariamente, si è trovata spaccata al proprio interno.

I vertici del Pentagono, dal segretario alla Difesa Ashton Carter al capo degli Stati maggiori riuniti, generale Joseph Dunford, hanno espresso grande riluttanza di fronte all’ipotesi di coordinamento militare con i russi concordata dal segretario di Stato John Kerry.

Due gravi episodi hanno affondato definitivamente la tregua: il bombardamento statunitense di una postazione dell’esercito siriano a Deirez-Zor, nella parte orientale del Paese, definito accidentale dalla Casa Bianca ma considerato intenzionale da Mosca e Damasco. E, pochi giorni dopo, il bombardamento di un convoglio umanitario vicino ad Aleppo, attribuito da Washington all’aviazione russa e siriana.

Aspettando Usa 2016
La conseguente escalation militare operata dalle forze filo-governative ad Aleppo ha portato alla rottura delle trattative fra Stati Uniti e Russia. Washington e i suoi alleati regionali hanno successivamente inviato nuove armi ai ribelli, che però difficilmente saranno sufficienti a cambiare le sorti del conflitto.

Opzioni più drastiche, come il lancio di missili cruise contro obiettivi del regime, sono state per il momento scartate dalla Casa Bianca perché i russi hanno fatto capire, schierando nuove difese missilistiche a Tartus, che si rischierebbe lo scontro diretto con Mosca. La situazione rimane però grave.

Ad Aleppo il regime offre due alternative: la resa e la deportazione degli insorti, come già è avvenuto in occasione di compromessi raggiunti fra Damasco e gruppi ribelli in altre zone, o la conquista militare della città.

La caduta di Aleppo, assieme alle recenti vittorie a Damasco e Hama, porterebbe il regime a consolidare ulteriormente il proprio controllo sulla cosiddetta Siria “utile”. Si tratta della regione occidentale che comprende i principali centri urbani e la maggior parte della popolazione del paese.

Il conflitto tuttavia proseguirà, visto che i sostenitori regionali dell’insurrezione e gli stessi Stati Uniti sembrano continuare ad appoggiarla. Fra i primi bisogna tuttavia registrare il parziale disimpegno della Turchia. Ankara in questo momento sembra anteporre la battaglia contro i curdi siriani a quella contro Damasco, e mantiene una posizione ambigua fra Washington e Mosca.

La Siria rimarrà dunque una ferita sanguinante nella regione almeno fino all’insediamento del prossimo presidente statunitense. Dagli orientamenti della nuova amministrazione dipenderà in buona parte l’evoluzione del conflitto e dello scontro con Mosca.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale (Twitter: @riannuzziGPC).

domenica 23 ottobre 2016

Il Ritorno dei Profughi e degli Emigranti

Da oggi questo blog ospiterà alcune annotazioni ed articoli riguardanti la realtà geopolitica attuale, ovvero note sulle aree di crisi, nella prospettiva che, prima o poi, dovrà trovare una soluzione in prospettiva di un peace building che dia sicurezza e prospettive a livello di sicurezza individuale.

La domanda centrale di queste corso di ricerca è: che cosa troveranno i profughi e i migranti che hanno lasciato la Siria e le altre aree di crisi come la Libia e il Centro Africa al momento el loro ritorno?

L'Esempio storico a cui si fa riferimento è quello dell'uscita dai campi di internamento in Germania, quando gli Internati credevano e sognavano in un ritorno in Patria accolti con comprensione oltre che con affetoe calore. IN realtà questa fu un'altra amara delusione, in quanto trovarono diffidenza, indifferenza, muri, cancelli e porte chiuse, oltre che scarsissima assistenza e morale e materiale.
 Per tutti a celebra scena di de Filippo al suo ritorno a casa, esempio emblematico di tutta una amara situazione che potrebbe ripetersi.

Saranno via via pubblicate note sugli avvenimenti correnti nelle aree di crisi a premessa di queste nuovo filone di ricerca.

(massimo coltrinari)

martedì 4 ottobre 2016

Ricercadi Notizie Soldato Domenico Murrone

Buongiorno,
mi chiamo Giuseppina Murrone e sto cercando informazioni e documenti su mio nonno
Domenico Murrone
 soldato della Fanteria Divisione "Venezia"
nato a Calopezzati (CS) il 15/11/1914.
 
E' stato catturato dai tedeschi dopo l'8 settembre a Podgorica e rinchiuso nel campo di concentramento di Scutari. La sua matricola era 36732. Vorrei avere notizie certe sui suoi spostamenti con la truppa, e relativi alla sua prigionia.
Non conosco il nome del campo e per questo motivo vorrei avere l'elenco di tutti i campi di concentramento presenti in Albania.
E' ben accetta qualsiasi tipo di informazione.

Spero mi possiate aiutare.
Cordiali saluti
Giuseppina Murrone
 
(per eventuali risposte: prigionia@libero.it)

lunedì 12 settembre 2016

Un LIbro sulla Colonna Gamucci Albania 1943.

l
Volevo pubblicizzare e condividere l'uscita di questo Libro scritto da me, 
Antonio Magagnino, 
che racconta l'Eccidio della Colonna Gamucci, 

Ben 111 Carabinieri caddero uccisi barbaramente dai partigiani comunisti albanesi comandati dal criminale Xhelal Staravecka. 

Questo libro intende portare alla luce i fatti di quello che, dopo Cefalonia, gli storici definiscono il più crudele “omicidio” perpetrato contro militari italiani e sui quali si è taciuto per troppi lunghi anni, rendendo onore a coloro che hanno dato la vita per la Patria. Storia dei Carabinieri Reali in Albania, 1943. 

All'interno del volume sono descritte le gesta del concittadino e carabiniere Baldo Biagio nato a Gabicce Mare nel 1919.
 La sua famiglia risiedeva a Roma.

Grazie per la disponibilità. 
http://www.heraldeditore.it/Libro-L-eccidio-della-colonna-Gamucci.html#


Il mio recapito telefonico  3387431582

Libro disponibile presso HERALD EDITORE Via Col. Masala 42 (ROMA)

Recapito telefonico HERALD EDITORE 3358019989

mercoledì 31 agosto 2016

Domenico Fusco, ci ha lasciati

comunico con amarezza la scomparsa di

 Domenico Fusco, 
internato militare in Germania durante la seconda guerra mondiale.

Se ne vanno inesorabilmente anche gli ultimi testimoni di tanto orrore.

Sta a noi il futuro della loro memoria.

Vi ringrazio anticipatamente per la diffusione della notizia.


Elisa Bonacini
pres. Ass."Un  ricordo per la pace" - 
Aprilia