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venerdì 28 febbraio 2020

Tesi di Laurea.

Tesi sostenuta dl Dott. Sergio benedetto Sabetta al Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960 Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma Anno Accademica 2018-2019. E' trattato in chiave di ricostruzione di eventi del nucleo familiare anche l?internamento in Germania considerato uno dei fronti della Guerra di Liberazione. La tesi è consultabile previa autorizzazione dell'Autore presso l'Emeroteca dell'Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeno 1 (segrteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

venerdì 14 febbraio 2020

L'ultima vittoria della Whermacht


LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943

Presso il Gruppo Armate B, ovvero nell’Italia settentrionale, caddero in mano tedesca 236 carri armati ed autoblindo, 1138 pezzi di artiglieria, 536 cannoni controcarro, 797 cannoni contraerei, 2558 mortai, 5926 mitragliatrici e 386.900 fucili. Inoltre si devono aggiungere 35 navi da guerra, oltre a navi mercantili pronte all’impiego pari a 385.600 tonnellate di stazza lorda.

Nell’Italia meridionale l’Esercito tedesco entrò in possesso di 326 carri armati, 57 autoblindo, 113 cannoni semoventi, 1562 pezzi di artiglieria, 70 cannoni controcarro, 459 cannoni contraerei, 501 mortai, 173 lanciafiamme, 16.597 mitragliatrici, di cui 10.000 nuove trovate nei depositi, e 598206 fucili mitra e pistole. Inoltre 1769 autocarri, 309 autoveicoli, 409 motocicli e 6000 quadrupedi fra cavalli e muli. Vennero anche prese 40.000 tonnellate di munizioni, 13.400 tonnellate di esplosivi, 24.500 tonnellate di materiali del genio, 50.000 tonnellate di apparati vari, 18150 metri cubi di carburante, 2500 metri cubi di lubrificanti per motori, 12119 tonnellate di prodotti chimici, 1600 tonnellate di materiale sanitario, 3500 tonnellate di vestiario, 7000 tonnellate di viveri, 1600 tonnellate di materiali non ferrosi e 200 tonnellate di pellami .
 Per avere una idea della entità del materiale entrato in possesso dei tedeschi dal sud Italia verso nord fino al 10 ottobre 1943 furono inviati 12.034 carri ferroviari con materiale militare o da utilizzare nella produzione bellica. Una cifra che qualora riferita a tutto il territorio italiano risultò essere sino al 19 novembre quasi triplicata. Keitel asserì che dall’Italia erano giunti in Germania 36110 carri ferroviari con materiale militare e beni economici.






mercoledì 5 febbraio 2020

Il Terzo Reich e la scienza


di Alessia Biasiolo 
I medici generici aderirono ampiamente al partito nazista, accanto al 60% dei biologi e all’80% dei professori di antropologia, molti dei quali erano medici. Nella Germania nazista i progressi tecnologico-scientifici furono molti, assieme al perfezionamento di molti studi e ricerche. E molti furono i tedeschi emigrati, soprattutto negli Stati Uniti nel primo dopoguerra, che chiesero di rientrare nella patria d’origine dopo l’avvento al governo di Hitler, essendo diventati scienziati e lavorando in America in campi correlati alla scienza. Durante il periodo nazista, in Germania ci fu la fissione nucleare scoperta da Otto Hahn e Lisa Meitner nel 1938; la ricerca sugli ormoni e le vitamine; un’ampia ricerca farmacologica; innovazioni per la benzina, la gomma, l’automobile, il gas nervino sarin, il tabun usato per la guerra chimica, il metadone sintetizzato nel 1941. Venne progettato il primo missile balistico intercontinentale e negli anni ’40 furono i tedeschi a progettare il primo sedile a espulsione. La prima registrazione al mondo su nastro magnetico fu di un discorso di Hitler. Accanto alla complicità dei medici nelle campagne di sterilizzazione, o di eutanasia in epoca nazista, molto si fece anche per la ricerca, soprattutto contro il cancro, uno dei principali interessi di Hitler in campo medico. La storiografia si è concentrata maggiormente sul razzismo della Germania dell’epoca, spesso omettendo i successi ottenuti con studi seri e deontologicamente irreprensibili sui coloranti alimentari, il tabacco o la polvere. Spesso l’omissione più radicale è avvenuta proprio in Germania, dove i ricercatori contemporanei non vogliono ammettere di non essere i primi nel campo della ricerca su quello che era stato chiamato il male del secolo ventesimo, a causa della naturale avversione nei confronti di tutto ciò che è accaduto in Germania tra gli anni Trenta e Quaranta di quel secolo.
Eppure, gli attivisti nazisti hanno messo a punto il programma di prevenzione più aggressivo ed efficace contro il cancro, essendo la ricerca tedesca sulla malattia la più avanzata a quel tempo. Ad esempio, gli scienziati tedeschi furono i primi a scoprire i tumori della pelle causati dai distillati di catrame minerale e dimostrarono, già nel 1870, che l’estrazione dell’uranio poteva causare i tumori al polmone, tanto che fu la Germania il primo Paese al mondo a riconoscere il tumore polmonare come malattia professionale indennizzabile per i minatori che estraevano l’uranio. Identificarono per primi i rischi di tumore alla vescica collegati al colorante all’anilina (dato che la Germania era il maggior produttore mondiale di coloranti sintetici) già nel 1895, o i rischi di tumore alla pelle collegati all’esposizione solare già nel 1894. Sempre i medici tedeschi furono i primi a diagnosticare una forma tumorale indotta dai raggi X nel 1902, mentre nel 1906 dimostrarono che i raggi X possono provocare la leucemia. Furono sempre scienziati tedeschi a utilizzare per primi coloranti istologici come agenti chemioterapici nel 1922, così come genetisti tedeschi dimostrarono che il cancro al colon può essere ereditario come carattere dominante. La Germania fu sede del primo congresso internazionale della ricerca sul cancro nel 1906, ed essendo la patria dei raggi X, del colposcopio e dell’endoscopio rettale, fu anche pioniera nella diagnosi ottica del cancro. Sempre i tedeschi furono i primi a ipotizzare, già nel 1928, che il fumo passivo di tabacco potesse causare il tumore polmonare. Con il Terzo Reich, fu ampliato il Comitato per la lotta contro il cancro, nato nel 1931; istituiti archivi per registrare l’incidenza e la mortalità causati dalla malattia; implementate le misure di prevenzione; varate leggi contro l’adulterazione alimentare e medicinale, vietato di fumare e ridotto l’uso di cosmetici cancerogeni. Il motivo di tanto interesse è dato dall’indice di mortalità causata dal cancro tra le più alte al mondo, dato l’alto grado di industrializzazione della Germania. I partiti socialisti avevano da tempo chiesto più sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, ottenendo il sistema previdenziale più elaborato del mondo e varato già nel 1883, anche in risposta alle insistenze dei sindacati. Così, la Medicina tedesca era diventata potente e politicizzata, con forti movimenti di ritorno alla natura che cavalcavano il cancro come esempio di ciò che poteva portare il tendere solo al profitto. Inoltre, anche le assicurazioni trovavano più vantaggioso interessarsi alla prevenzione che non pagare per le terapie, così la lotta contro il cancro divenne sempre più precisa e accanita. E il nazismo non si lasciò sfuggire l’interesse politico di mantenere la stessa determinazione. Hitler stesso era vegetariano, non fumava e non beveva alcolici e non permetteva a nessuno di farlo in sua presenza, se non di tanto in tanto alle donne. La propaganda nazista insistette molto su questo punto, celebrando il salutismo del Führer contro l’accanimento di fumatori di Stalin, Roosevelt e Churchill, ad esempio; del resto anche Benito Mussolini e Francisco Franco non fumavano. Il salutismo del regime fece sì che gli Avventisti del Settimo Giorno appoggiassero il nazismo sin dal 1933, perché finalmente la nazione era affidata ad un uomo che aveva ricevuto il suo incarico direttamente dalle mani di Dio e che, appunto essendo vegetariano e senza vezzi di fumo e alcol, era senz’altro più vicino di chiunque altro alla concezione di salute degli Avventisti stessi. Gli omeopati si schierarono con il nazismo sempre per identità di vedute su alcuni elementi chimici dannosi. Ecco allora che la lotta contro il cancro doveva essere forte, determinata come tutto era tale per i nazisti del Terzo Reich. La prevenzione divenne determinante perché nell’epoca dell’obbedienza e del salutismo esasperati, arrivare dal medico con un cancro in stadio avanzato era indice di poca idoneità all’epoca in cui si viveva. Soprattutto le donne venivano guardate con disprezzo se avevano un cancro all’utero o alla mammella, proprio per la forte convinzione che la diagnosi precoce poteva curarle e salvarle. Dopo la scoperta del colposcopio, che veniva utilizzato per diagnosi al collo dell’utero e della cervice, il suo inventore Hinselmann sostenne che i medici che non lo adoperavano si rendevano responsabili della morte di 400mila donne all’anno in tutto il mondo. La campagna di prevenzione per le donne era stata organizzata capillarmente, utilizzando soprattutto giornali e radio, volantini e addirittura film. Iniziarono le lezioni di autoesame del seno (che negli Stati Uniti, ad esempio, iniziarono soltanto negli anni Sessanta) e si incentivarono visite anche semestrali per la diagnosi precoce del cancro. La campagna rallentò soltanto durante la guerra, nel 1942, ma non venne mai meno del tutto. Sembra che molti medici, però, contestassero ad esempio la validità di alcuni strumenti come il colposcopio, affermando che poteva bastare uno speculo e l’occhio del ginecologo per diagnosticare il cancro al collo dell’utero. Forse fu per rispondere alle critiche sulla sua invenzione, che Hinselmann mise a punto ad Auschwitz con Wirths, il medico comandante del campo, un progetto che veniva realizzato utilizzando il colposcopio per raccogliere campioni di tessuti cervicali dalle prigioniere del campo, per poi inviarli ad Amburgo per essere esaminati. Non è ben chiaro quali fossero i reali intenti del progetto, anche se forse dovevano appunto testimoniare sulla bontà dell’uso del colposcopio. A molte prigioniere, non essendo ben chiara ai medici la tecnica di utilizzo dello strumento, venne asportata tutta la cervice, causando emorragie e infezioni che le portavano alla morte. Alla fine della guerra, un testimone definì gli esperimenti di Hinselmann crudeli come molti altri riferiti nel campo di Auschwitz.
I provvedimenti legislativi nazisti, tuttavia, inficiarono la ricerca sul cancro, impedendo ad esempio, come a seguito della legge del 7 febbraio 1933, a molti ebrei, o comunisti, di continuare a lavorare. Al più celebre istituto di ricerca, presso l’ospedale Charité di Berlino, dodici ricercatori su tredici persero il lavoro e non poterono lavorare nemmeno per continuare ricerche così basilari per la salute pubblica. Vennero a mancare ricerche sull’immunologia o l’istologia che non sarebbero più state allo stello livello di prima delle leggi naziste, essendosi specializzati in alcuni ambiti soltanto scienziati ebrei.
I ricercatori che persero il lavoro a seguito delle leggi naziste furono circa un centinaio, ebrei secondo la definizione nazista dell’ascendenza. Rimase al suo posto, tra i pochi, Otto Warburg, biochimico e premio Nobel, che continuò a dirigere l’Istituto di fisiologia cellulare malgrado i vari tentativi di rimuoverlo, sembra perché Hitler credeva che fosse prossimo a scoprire una cura per il cancro. È vero, tuttavia, che l’Istituto contava su potenti appoggi, oltre ad essere una fondazione privata sulla quale le leggi potevano poco, oltre che godendo dei fondi della Rockefeller Foundation. In ogni caso, la ricerca sul cancro venne nazionalizzata in Germania, perché la “rivoluzione nazionalsocialista aveva creato opportunità del tutto nuove” anche in quel settore. Ciò non toglie che, anche secondo il direttore del registro dei casi di cancro di Norimberga, uno dei centri di schedatura obbligatoria dei casi della malattia istituiti, lamentasse come le leggi antisemite avessero ostacolato la raccolta dei dati relativi al cancro. I medici ebrei potevano operare soltanto su ebrei e in Germania uno su otto aveva ascendenza ebrea; pertanto aggiornare i registri dopo il 1938 sarebbe stato molto difficile, dati anche i trasferimenti di pazienti, oltre che di medici e ricercatori, in quanto appartenenti alla razza ebraica. Gli stessi registri medici, inoltre, vennero utilizzati come utile e rapido sistema per identificare la popolazione ebraica da deportare, quindi gli studi scientifici ebbero un forte rallentamento. Allo stesso tempo, le malattie classificate come ereditarie avevano portato a risultati pratici terribili. Nel 1933 venne varata, come abbiamo scritto, la legge sulla sterilizzazione in caso di molti difetti genetici e anche in caso di cancro familiare. Nel 1936 si ritenne che bambini affetti da un cancro agli occhi dovessero essere sterilizzati, tutto al fine di impedire la procreazione di razze umane cancerose. Tra gli aspetti pratici di queste teorie, vi erano le credenze che il fumo di tabacco fosse più comune nei tipi sclerotici, e naturalmente ci si riferiva anche a Winston Churchill, mentre i consumatori di tabacco da fiuto, snelli e astenici, erano tipicamente gli agricoltori bavaresi. Era diffusa la credenza che gli ebrei fossero più predisposti al cancro e non solo, che lo diffondessero in vari modi. Infatti, gli ebrei vennero accusati, nel 1941, di avere introdotto il consumo di tabacco in Germania e che dominassero i centri d’importazione di tabacco di Amsterdam, così come commerciassero con elementi pericolosi al fine di indurre malattie. Gli ebrei non solo erano immuni dal cancro, ma lavoravano per alterare i cibi tedeschi e portare malattie al “popolo eletto”.
L’alimentazione per i nazisti era fondamentale. Per avere persone sane e vigorose bisognava avere e consumare cibi sani ed energetici. I nutrizionisti tedeschi del tempo cominciarono a demonizzare la carne, i dolci e i grassi, in favore di alimenti più sani come i cereali, la frutta fresca e la verdura. Si pubblicizzava l’alimentazione sbagliata come originaria del cancro, anche alla luce dell’estrema incidenza del cancro allo stomaco degli anni Venti e Trenta non solo in Germania, ma in altre parti d’Europa e negli Stati Uniti, per motivi non ben chiari. Di certo i cibi molto salati, spesso fermentati o avariati, le frequenti contaminazioni di muffe della carne che veniva consumata, ma anche delle verdure e dei cereali dell’epoca, doveva avere contribuito alla diffusione della malattia. Tuttavia i nazisti demonizzavano alcuni alimenti anche per ragioni simboliche. Ad esempio, la panna montata veniva associata alla golosità, il pane integrale lo si associava alla cultura contadina; il colore del burro falsamente biondo veniva associato dai nazisti a chi si decolorava i capelli per assomigliare meglio al cliché di ariano di moda al tempo, e così via. Lo slogan era che l’alimentazione non fosse una faccenda privata: il corpo apparteneva allo Stato e si doveva operare per averlo al massimo grado di efficienza; quindi lo Stato si preoccupava di avere cittadini vigorosi per motivi politici, più che per il loro bene.
Chiedersi   quale fosse l’alimentazione migliore era un dovere di ogni bravo nazista, ma il dibattito sull’alimentazione naturale era acceso. Agli inizi dell’Ottocento i tedeschi consumavano 14 chili di carne e 250 chili di cerali all’anno, per passare a 56 chili di carne e 86 di cereali nel 1830. Negli anni Trenta del Novecento, il consumo tedesco di zucchero era passato da 4 a 24 chili pro capite all’anno, con aumento delle carie dentali, di malattie gastriche, nervose, digestive, cardiache e vascolari. Nel 1937, molte reclute erano state scartate per motivi odontoiatrici e questo veniva ritenuto assolutamente riprovevole. Bisognava ridurre i consumi assolutamente, non solo e forse non tanto per la salute, ma anche (e forse soprattutto) per motivi di risparmio economico. Il cancro veniva utilizzato come spauracchio per indurre ad un’alimentazione migliore, visto che non era ancora isolato il “germe” che lo causava.

Comm. Alessia Biasiolo

lunedì 20 gennaio 2020

Giovanni Carlo Rossi, Internato


MEDAGLIA D’ONORE IN ARRIVO PER IL PAPÀ DI VASCO ROSSI    


 di Elisa Bonacini

In arrivo la Medaglia d'Onore alla memoria del papà di Vasco, Giovanni Carlo Rossi, internato militare nei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale. L’onorificenza conferita su Decreto del Presidente della Repubblica tra pochi giorni perverrà alla Prefettura di Modena che ne programmerà la  data  di consegna, forse intorno al 27 gennaio, Giornata della Memoria.
Se il Prefetto acconsentirà alla richiesta della famiglia, la cerimonia potrebbe svolgersi presso il Municipio di Zocca, cittadina dell’appennino emiliano ove risiede la vedova, sig,ra Novella Corsi,  che qualche mese  ha firmato l’istanza per la richiesta dell’onorificenza.
Le pratiche necessarie sono state curate dall’associazione  “Un ricordo per la pace” promotrice dell’iniziativa  in  collaborazione con il Comune di Zocca.
Giovanni Carlo Rossi era tra i 650.000 soldati italiani che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 dissero NO al nazismo e pagarono sulla propria pelle la fedeltà alla Patria. Con legge n. 296 del 27 dicembre 2006 la Repubblica Italiana ha previsto per gli ex deportati (ormai rarissimi i viventi) ed alla loro memoria la concessione della Medaglia d’Onore a titolo di risarcimento morale per quanto patito in Germania. Catturati dai tedeschi sui vari fronti vennero deportati nei campi di concentramento ed obbligati al lavoro coatto; sottoposti a vessazioni morali, a maltrattamenti fisici ed a forti privazioni alimentari. Migliaia di IMI (Internati Militari Italiani) morirono nei lager e migliaia al rientro in Italia per le gravi malattie contratte in prigionia.
Era stato Vasco a raccontare sui social le vicissitudini del padre, deceduto nel 1979. Catturato dai tedeschi all’isola d’Elba il 17 settembre 1943 e deportato a Dortmund, costretto a lavorare per la Germania nazista. Riuscì a ricongiungersi con i famigliari solo nell’ottobre 1945.
Vasco: il nome scelto dal padre “Carlino” per l’unico figlio in segno di gratitudine per il compagno di prigionia che gli aveva salvato la vita in Germania durante “il bombardamento finale”.
Una storia che non è sfuggita all’Associazione “Un ricordo per la pace” di Aprilia impegnata da  anni nel progetto “MEMORIA AGLI IMI 1943-1945”. A luglio 2019 la presidente dell’associazione Elisa Bonacini aveva scritto una lettera pubblica a Vasco per invitarlo a richiedere la medaglia in memoria del padre. Il messaggio pubblicato da alcune testate giornalistiche è stato  accolto positivamente dal cantante che domenica 28 luglio ha pubblicato in Instagram alcune storie dedicate al papà prigioniero in Germania con l’esplicito riferimento alla Medaglia d’Onore ed al alcuni stralci lettera dell’Associazione “Un ricordo per la pace”.
Elisa Bonacini presidente di “Un ricordo per la pace”: “Una storia quella del padre di Vasco che non potevamo ignorare. La lettera che abbiamo inviato ai giornali il 19 luglio dell’anno scorso ha  avuto grande riscontro mediatico: il messaggio pubblicato da alcune testate giornalistiche tra cui il “Resto del Carlino” di Modena è pervenuto a Vasco in vacanza a Zocca. Avevamo scritto: “Caro Vasco, seppur inconsapevolmente, sei il più celebre dei testimonial per accendere i riflettori sulla storia degli IMI. Troppi anni di oblio. Chi meglio di te può farlo?”. E Vasco lo ha fatto. Siamo stati piacevolmente sorpresi dalla risposta in Instagram pochi giorni dopo, domenica 28 luglio, il giorno del compleanno del padre. Vasco ha pubblicato due storie dedicate al papà prigioniero in Germania e alcuni stralci della nostra lettera. Successivamente siamo stati contattati da una collaboratrice del cantante e ci siamo subito attivati per la richiesta dell’onorificenza, in collaborazione con il Comune di Zocca. E l’esito non poteva essere che positivo.
Tanto lavoro in questi mesi: grazie alla risposta di Vasco ed alla diffusione della notizia decine e decine di figli e nipoti di Imi, tra cui molti suoi fan, ci hanno contattato per avere informazioni sulla Medaglia d’Onore ed essere seguiti nell’iter. Moltissimi tra loro stanno per ricevere l’onorificenza già il prossimo 27 gennaio, Giornata della Memoria. Tra le telefonate pervenuteci alcune segnalazioni sono state di stimolo ad ulteriori ricerche sul percorso militare e di prigionia di Giovanni Carlo Rossi. In particolare stiamo cercando di identificare il militare di nome “Vasco” che gli salvò la vita in Germania. 
Esprimo a nome della mia associazione le più fervide congratulazioni alla sig.ra Novella e alla famiglia Rossi. Spero di poter incontrare presto Vasco nella sua Zocca o magari all’inaugurazione del “Museo per la pace”, un progetto cui la nostra associazione sta lavorando da molti anni qui ad Aprilia ove nel 1944 si sono tenuti tra i più cruenti combattimenti della seconda guerra mondiale per la liberazione di Roma. È nostra intenzione riservare una sezione della mostra agli Internati Militari Italiani. Se Vasco acconsentirà, saremmo felici di poterla intitolare al padre Giovanni Carlo in rappresentanza di tutti gli IMI 1943-1945. Ci sono valori che è necessario trasmettere alle giovani generazioni! Vasco, non dire no! ”

martedì 14 gennaio 2020

Il disarmo dei soldati italiani nell'Italia centro-meridionale. 102.340 disarmati, 24292 internati

LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943


La chiave di tutto era Roma e le divisioni italiane stanziate attorno a Roma. Questa non è la sede per analizzare gli avvenimenti che si svolsero nella capitale dall’8 al 10 settembre. L’unica cosa che si può dire, è che la reazione italiana a Roma impegno alcune divisioni tedesche che sarebbero state utili a Salerno. 

A Roma, come noto, si arrivò ad un accordo, condotto dl Ten. Col Giaccone e dal gen. Westphal, che, a fronte del disarmo delle truppe italiane, con le armi custodite da elementi misti italo-tedeschi, si assicurava che i tedeschi avrebbero rinunciato ad atti ostili nei confronti e dei civili e soldati italiani, e quest’ultimi poteva ritornare alle loro case. 

Si arresero per questi accordi le Divisioni Ariete, Centauro, Granatieri di Sardegna, Piave e i resti della Divisione Sassari, Piacenza e le truppe di supporto del Corpo d’Armata corazzato.


 Nel rapporto conclusivo stilato il 17 settembre 1943, Kesserling comunicò che nell’area di sua responsabilità erano stati disarmati 102.340 soldati italiani, dei quali, a loro volta 24.292 erano da considerarsi internati militari






domenica 5 gennaio 2020

Il disarmo dei soldati italiani all'estero: Balcani e Isole dell'Egeo.

LA  CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943



Per quanto concerne il numero dei militari italiani disarmati in Croazia, nel Balcani, a Creta, e nelle isole dell’Egeo, secondo l’Ufficio Eserciti stranieri Ovest dello Stato Maggiore dell’Esercito (tedesco) risultano esser stati catturati circa 380.000 soldati italiani dei 500.000 ipotizzati presenti in queste regioni. A questi vanno aggiunti altri 2200 soldati italiani che avevano raggiunto i partigiani e successivamente catturati, 1200 prigionieri già appartenenti alla Divisione Pinerolo, catturati in dicembre in Grecia, 9700 uomini delle divisioni Cuneo e Regina catturato nei combattimenti di Lero, Samo, e Santorino. Inoltre, secondo Schreiber[, che ha come riferimento i dati profferti dal Comando della 2a Armata Corazzata  e dal Comando del gruppo Armate E, i soldati italiani disarmati furono 429.986.
Una volta catturati e disarmati rimaneva ai tedeschi il problema del trasporto in Germania. Secondo il Generale direttore dei trasporti per l’area del Sud-Est di questi 429.986  ne vennero trasportati 297.217 in Germania, a cui si devono aggiungere altri 8000 italiani destinati a lavorare come prigionieri di guerra nell’Est europeo, e 216 ufficiali destinati a lavorare nel Lager di Mappen nello Jutland. In totale, quindi, si trattò di 305.432 soldati italiani avviati nei campi di concentramento della Germania o del “Governatorato Generale”.
Rimanevano nei Balcani  e sulle isole 124.554 soldati italiani della cui sorte tratteremo nel volume. Compendio dedicato al 1944


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sabato 21 dicembre 2019

Una propaganda irreale.


LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943


L'APPELLO DI KESSERLING AI SOLDATI ITALIANI

E’ interessante notare che in nella prospettiva di invogliare i soldati italiani ad entrare nelle fila tedescheKesserling rivolge un appello ai soldati italiani nel quale, oltre a stigmatizzare il comportamento del governo italiano, demonizzava le truppe anglo-americane, le quali non si sarebbero fermate davanti a niente né di fronte al patrimonio artistico-culturale dell’Italia né davanti alle famiglie, alle mogli ed alle figlie degli italiani e quindi occorreva aiutare i tedeschi a fermarle. Kesserling non esitò a parlare di nausea e ripugnanza verso il governo dei traditori dell’alleanza italo-tedesca, e sottolineò che in conseguenza i soldati non erano più vincolati al giuramento prestato al Re e quindi avrebbero potuto combattere con i tedeschi che avevano le armi più efficaci e belle del mondo, tutto per una Italia libera e bella. Un tedesco che parla in questi termini può solo lui sperare di essere seguito e, come ben noto, questo tipo di propaganda non ebbe alcun effetto sugli italiani che ne rimasero completamente indifferenti, anche se in molte coscienze vi erano molti dubbi.

sabato 14 dicembre 2019

Il disarmo nell'Italia settentrionale: 415.682 soldati disarmati su 480.000

LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943


Il 14 settembre 1943 le operazioni di disarmo nell’Italia settentrionale si può dire che erano giunte al termine. 

Il Gruppo di Armate B aveva catturato 8790 ufficiali, 339.1000 sottufficiali e militari di truppa, dei quali 96500 erano già stati trasportati nel Reich tedesco,.

Nella relazione conclusiva il Gruppo di Armate B indica nel dettaglio e con la massima precisione il numero degli soldati del Regio Esercito disarmati nell’arco di tempo che va dall’8  al 21 settembre 1943.
 Erano stati disarmati 82 generali, 13.000 sottufficiali e 402600 sottufficiali e militari di truppa per un totale di 415.682. Secondo i calcoli tedeschi nel nord Italia e nella Francia meridionale erano stanziate 20 divisioni italiane per un totale di 480.000 uomini. 

Quindi erano sfuggiti alla cattura oltre 65.000 soldati, per la maggior parte intenti a raggiungere le loro case, mentre una piccolissima minoranza a nascondersi oppure a raggiungere posti sicuri. Certamente non a raggiungere formazioni di ribelli in montagna perché nel mese di settembre queste non esistevano oppure erano solo nelle intenzioni di pochissimi capi.

martedì 10 dicembre 2019

QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO N. 1 DEL 2019 SOMMARIO E NOTA REDAZINALE

SOMMARIO
Anno LXXX, Supplemento XI, 2019, n. 1,
11° della Rivista “Quaderni”
indirizzo:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

Editoriale del Presidente.  Carlo Maria Magnani:    ………………………………………………… ….Pag.5
In vista della Giornata del decorato. Torino 5-6 aprile 2019……………………………………………………Pag.5

IL MONDO DA CUI VENIAMO: LA MEMORIA
          
APPROFONDIMENTI

Alessia Biasolo, La causa dello sfacelo secondo Mussolini………………………………………………..…..Pag. 11
Massimo Coltrinari, La battaglia di Caporetto e la promessa del Re. La questione agraria
            Una storia italiana…………………………………………………………………………..…………....  Pag.15

DIBATTI
Marco Gioacchini, Considerazioni sul contributo degli I.M.I. all’industria tedesca:1943-1945 ………....  Pag.23
Giovanni Cecini, Il militare Alberto Sordi di celluloide. ”La Grande Guerra e “Tutti a casa”…………….  Pag.49

ARCHIVIO
Massimo Baldoni, Manfredo Fanti, dalla congiura conto il Duca a fondatore del Regio Esercito Italiano.. Pag.61

MUSEI, ARCHIVI E BIBLIOTECHE

Chiara Mastrantonio, Il sacrario delle Fosse Ardeatine. Una lettera interessante.………………………....  Pag.73

Posteditoriale: Antonio Daniele, Il …………………………………..…………………………………………….Pag. 91

IL MONDO IN CUI VIVIAMO: LA REALTA’ DI OGGI


GEOPOLITICA DELLE PROSSIME SFIDE
Antonio Trogu, Civil-military cooperation: Definition. Purpose ad Situation…………………………………….……Pag. 95

SCENARI, REGIONI, QUADRANTI
Federico Salvati, Chi ha paura dell’orso Russo? (parte I)………………………...................................………………Pag. 103


Segnalazioni Librarie. ……………………………..…………………………………….……………...………...   Pag.111

Autori. Hanno collaborato a questo numero.…………....…………………………………………………………..Pag.112
Articoli di Prossima Pubblicazione…………………..……………………………………………….…………… Pag.112

•                                              CESVAM NOTIZIE
Centro Studi sul Valore Militare……………………………………………..…………………………..………………….Pag. 113
•                                               
I “Quaderni on Line”, Supplemento on Line, Anno 6°, VIII, 2018, Settembre 2018, n. 33……………………… Pag.117
I “Quaderni on Line”, Supplemento on Line, Anno 6°, IX, 2018,  Ottobre 2019, n. 34…………………….………..Pag.118
I “Quaderni on Line”, Supplemento on Line, Anno 6°, X, 2018, Novembre 2019, n. 35………………………….. Pag.121

“Quaderni” on line sono su: www.valoremilitare.blogspot.com

PER FINIRE
Massimo Coltrinari,  Il Valore Militare attraverso le Cartoline Militari ed oltre…... 

Nota redazionale

L’inizio di ogni anno è sempre utile per tracciare un programma preventivo di quanto si vuole fare in merito alle attività editoriali del CESVAM. Iniziamo con la Rivista, questa rivista, QUADERNI del Nastro Azzurro che sta attraversando un momento di crescita tanto interessante quanto difficile. Si è adottata per lei una linea editoriale basata sui contributi dei frequentatori del Master di 1° Liv. in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960. Il Master ha preso avvio in questi mesi e promette bene, ma ancora i frequentatori sono nella impossibilità di collaborare con la rivista. Si pensa che lo saranno al memento della richiesta della Tesi, che presumibilmente avverrà dopo l’estate prossima in quanto la sessione autunnale di discussione sarà a novembre. Per quella data forse avremo i primi contributi. Quindi fino al n. 4 del 2019 è difficilmente prevedibile contributi dei frequentatori. Quindi la line editoriale sarà quella fin qui adottata, volta a focalizzare alcuni aspetti del Valore Militare come fattore immateriale di ogni strategia. Nel frattempo è in pieno approntamento il n. 3 del 2019 che sarà dedicato completamente alla presentazione delle attività del CESVAM, che attualmente attivano quindici comparti.
Altra indicazione che si vuole fare è la partecipazione del CESVAM a due principali attività che la Presidenza del Nastro Azzurro ha in animo di attuare: La Giornata del Decorato a Torino il prossimo 5 aprile e il 6° Incontro “Avversari ieri, amici oggi” che si terrà in Italia nel mese di giugno. Il CESVAM vi parteciperà, a concorso delle attività con un convegno, come prassi, per la Giornata del decorato, che sarà la continuazione come tema scientifico di quello della Giornata del Decorato 2018, ovvero sarà dedicato allo studio del valore militare e la crisi armistiziale del settembre 1943. Per l’incontro con gli amici della Croce Nera d’Austria è in programma una conferenza dedicata all’opera di ricostruzione del Regio Esercito all’indomani della fine della grande guerra per il ripristino degli argini dei fiumi e delle strade e dei ponti, sia ordinari che ferroviari per riportare alla regolarità la viabilità sconvolta dalle operazioni di guerra.
Sotto il profilo della pubblicazione di volumi, in questa primavera dovrebbero vedere la luce il volume dedicato al 1866, dal titolo “Quattro Battaglie per il Veneto”, dedicato alla Storia del Risorgimento, il primo volume dedicato alle operazioni sul litorale laziale, ovvero allo sbarco di Anzio, e ai volumi dedicati alle leggi raziali del 1938, oltre al completamento del Dizionario minimo della Grande Guerra.
Una prospettiva, quella descritta, estremamente impegnativa, che vede il CESVAM impegnato in tutte le sue risorse. E’ un aspetto, questo, di interpretazione operativa dell’Istituto del Nastro Azzurro come ente morale, ovvero come quel soggetto che si adopera per diffondere nella società i valori raccolti nello Statuto. Rimane sullo sfondo l’altro aspetto, quello associativo-combattentistico, che viene lasciato completamente in mano alle attività delle altre componenti dell’Istituto, prime fra tutte le Federazioni Regionali.

giovedì 5 dicembre 2019

La triste sorte dei prigioni inviati all'est


LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943



La disposizione di Hitler del 12 settembre volta a punire i militari italiani che avevano consegnato armi ai ribelli coinvolse almeno 10.000 soldati italiani che furono inviati come “schiavi militari” all’est, che non furono internati in Germania ma messi a disposizione dei Comandi tedeschi operanti nel fronte orientale La loro sorte è praticamente sconosciuta, ma si ha il dato che questi militari furono travolti dalla avanzata dell'Armata Rossa che che più della metà non ebbero salva la vita o non rientrarono in Italia


Approfondimento su Gerard Schreiber, I Militari Italiani Internati nei campi di concentramento del Terzo reich 1943-1945. pag. 424-427.

sabato 30 novembre 2019

9 settembre 1943: catturati 100.000 soldati italiani

La crisi armistiziale del 1943




Il piano “Asche” ben studiato e ben preparato, fu così ben attuato, in Italia, che già alla sera del 9 settembre erano stati catturati e disarmati oltre 100.000 soldati italiani. Secondo un dispaccio del Gruppo Armate B al comando del gen. Rommel, l’azione tedesca sull’asse Bologna- Brennero e valli laterali aveva portato alla cattura di oltre 40000 militari italiani, oltre a garantire la sicurezza della percorribilità della via principale per la Germania. Nell’area Tarvisio-Gemona-Trieste-Lubiana.[1] In cui si verificarono azioni di una certa resistenza da parte delle truppe italiane, i prigionieri catturati furono 10.500. 

Nelle provincie di Bologna, Reggio Emilia, Parma Cremona e Mantova le truppe italiane furono disarmate e catturate da unità del II Corpo d’Armata tedesco e, con Verona,  Nelle provincie di Bologna, Reggio Emilia, Parma Cremona e Mantova le truppe italiane furono disarmate e catturate da unità del II Corpo d’Armata tedesco e, con Verona, una delle piazzeforti più importanti del nord Italia, il numero dei prigionieri italiani si può far risalire a 40.000. Le azioni svolte in Liguria e soprattutto per il controllo del porto di Genova e del suo retroterra porto alla cattura di altri 3000 prigionieri italiani. In tantissime località si ebbero la cattura ed il disarmo di soldati italiani, e, come detto, il primo giorno, si ebbero circa 100.000 soldati catturati e già avviati verso la Germania.



[1] Lubiana, dal maggio 1941, con il suo territorio circostante, era stata incorporata al Regno d’Italia ed era diventata una provincia italiana. La sua sigla automobilistica era LB.

giovedì 28 novembre 2019

Un altro ordine criminale


LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943



Berlino apprende che vari comandanti italiani hanno fatto accordi con le forze ribelli del luogo; inoltre stanno consegnando armi e munizioni oltre ad equipaggiamenti a queste forze ribellistiche, che si stanno rafforzando approfittando della resa italiana. Hitler, preoccupato di questo andamento della situazione, impartisce un secondo ordine, firmato dal feldmaresciallo Keitel, anche questo definito “criminale”, emanato nella giornat del 12 settembre del seguente tenore
“Per ordine del Fuhrer tutti i reparti italiani che abbiano fatto cadere le loro armi nelle mani dei rivoltosi od abbiano fatto questi causa comune, saranno trattati dopo la cattura nel seguente modo:
-          Gli ufficiali secondo la legge marziale dovranno essere fucilati
-          I Sottufficiali ed i militari di truppa dovranno essere trasferiti ad est, a cura della Direzione Affari generali della Wehrmacht/Capo reparto prigionieri di guerra evitando se possibile il transito attraverso il Reich, per essere impiegati come lavoratori a disposizione dello Stato Maggiore dell’Esercito/ Intendente Generale”[1]


[1] Ibidem, cit, pag 141

giovedì 21 novembre 2019

La Guarnigione di Pola si arrende: un episodio emblematico


lacrisi armistiziale del 1943



A Pola la guarnigione era di circa 18.000 uomini ma nel settembre 1943 per la presenza di militari della 2a Armata i militari italiani presenti erano circa 33.000. Una forza più che sufficiente per fronteggiare ogni situazione, anche perché la truppa era alla mano e pronta a combattere, anche contro i tedeschi, presenti in pochissimo numero, non più di 160 uomini. L’Ammiraglio comandante cade nella rete ben tesa delle promesse, delle minacce e della risolutezza tedesca e si lascia irretire, accettando la resa di tutte le truppe italiane. L’episodio di Pola è da approfondire e studiare in quanto 33.000 uomini non si possono arrendere a 160 tedeschi: sono sicuramente intervenuti altri fattori, per lo più di carattere psichico e motivazionale che genereranno inconfessabili sensi di colpa e una traccia leggere di vergogna e umiliazione. 

giovedì 14 novembre 2019

La brutalità tedesca è anche verso la popolazione

                                                                                                   LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943


giovedì 7 novembre 2019

Un ordine criminale


                                                                                  LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943



Il piano Asche ebbe contrasti e nel corso delle operazioni si manifestò anche una certa resistenza all’azione tedesca da parte di Comandanti italiani più risoluti. In virtù di questa reazione il Comandi supremo della Wehrmacht alla sera del 9 settembre 1943 decise di emanare disposizioni  che assunsero i contorni della criminalità e della violazione di ogni diritto ed uso di guerra. Il messaggio, inviato al Comandante Superiore Ovest, al Comandante Superiore Sud, al Gruppo di Armate B, ed al Comandante Superiore Sud-Est prescriveva

“ In quelle località dove truppe italiane o altri armati oppongono ancora resistenza, si deve porre loro un ultimatum a breve scadenza, chiarendo che i comandanti italiani responsabili della resistenza stessa saranno fucilati come franchi tiratori se, entro il termine stabilito, non avranno ordinato alle proprie truppe di consegnare le armi alle unità tedesche”[1]

Come era da prevedere questo ordine fu eseguito ed ebbe conseguenze veramente cruente, in special modo nel Balcani, nelle isole greche, ovvero Cefalonia e nella zona sotto comando del maresciallo Kesserling. L’attuazione di questo ordine fu più mitigata nella zona del gruppo Armate B, ovvero nel nord Italia


[1] Schreiber, G., I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Roma. Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1993. Pag. 139. Secono Schreiber questo ordine è un ordine “criminale”