Tesi sostenuta dl Dott. Sergio benedetto Sabetta al Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960 Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma Anno Accademica 2018-2019. E' trattato in chiave di ricostruzione di eventi del nucleo familiare anche l?internamento in Germania considerato uno dei fronti della Guerra di Liberazione. La tesi è consultabile previa autorizzazione dell'Autore presso l'Emeroteca dell'Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeno 1 (segrteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)
"Non più reticolati nel mondo" Lo studio dell' Internamento come strumento per contrastare la violenza e la violenza bellica, in ogni tipo di società del secolo breve e del secolo in corso.. Come base di studio per affrontare il problema delle migrazioni e dello spostamento di massa delle popolazioni. E' spazio di ricerca su questi temi del CESVAM - Istituto Nastro Azzurro ( Massimo Coltrinari) info:centrostudicescam@istitutonastroazzurro.org
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venerdì 28 febbraio 2020
venerdì 21 febbraio 2020
venerdì 14 febbraio 2020
L'ultima vittoria della Whermacht
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
Presso il Gruppo Armate B, ovvero
nell’Italia settentrionale, caddero in mano tedesca 236 carri armati ed
autoblindo, 1138 pezzi di artiglieria, 536 cannoni controcarro, 797 cannoni
contraerei, 2558 mortai, 5926 mitragliatrici e 386.900 fucili. Inoltre si
devono aggiungere 35 navi da guerra, oltre a navi mercantili pronte all’impiego
pari a 385.600 tonnellate di stazza lorda.
Nell’Italia meridionale l’Esercito tedesco entrò in possesso di 326 carri
armati, 57 autoblindo, 113 cannoni semoventi, 1562 pezzi di artiglieria, 70
cannoni controcarro, 459 cannoni contraerei, 501 mortai, 173 lanciafiamme,
16.597 mitragliatrici, di cui 10.000 nuove trovate nei depositi, e 598206
fucili mitra e pistole. Inoltre 1769 autocarri, 309 autoveicoli, 409 motocicli
e 6000 quadrupedi fra cavalli e muli. Vennero anche prese 40.000 tonnellate di
munizioni, 13.400 tonnellate di esplosivi, 24.500 tonnellate di materiali del
genio, 50.000 tonnellate di apparati vari, 18150 metri cubi di carburante, 2500
metri cubi di lubrificanti per motori, 12119 tonnellate di prodotti chimici,
1600 tonnellate di materiale sanitario, 3500 tonnellate di vestiario, 7000
tonnellate di viveri, 1600 tonnellate di materiali non ferrosi e 200 tonnellate
di pellami .
Per avere una idea della entità del materiale
entrato in possesso dei tedeschi dal sud Italia verso nord fino al 10 ottobre
1943 furono inviati 12.034 carri ferroviari con materiale militare o da
utilizzare nella produzione bellica. Una cifra che qualora riferita a tutto il
territorio italiano risultò essere sino al 19 novembre quasi triplicata. Keitel
asserì che dall’Italia erano giunti in Germania 36110 carri ferroviari con
materiale militare e beni economici.
mercoledì 5 febbraio 2020
Il Terzo Reich e la scienza
di Alessia Biasiolo
I
medici generici aderirono ampiamente al partito nazista, accanto al 60% dei
biologi e all’80% dei professori di antropologia, molti dei quali erano medici.
Nella Germania nazista i progressi tecnologico-scientifici furono molti,
assieme al perfezionamento di molti studi e ricerche. E molti furono i tedeschi
emigrati, soprattutto negli Stati Uniti nel primo dopoguerra, che chiesero di
rientrare nella patria d’origine dopo l’avvento al governo di Hitler, essendo
diventati scienziati e lavorando in America in campi correlati alla scienza.
Durante il periodo nazista, in Germania ci fu la fissione nucleare scoperta da
Otto Hahn e Lisa Meitner nel 1938; la ricerca sugli ormoni e le vitamine;
un’ampia ricerca farmacologica; innovazioni per la benzina, la gomma,
l’automobile, il gas nervino sarin, il tabun usato per la guerra chimica, il
metadone sintetizzato nel 1941. Venne progettato il primo missile balistico
intercontinentale e negli anni ’40 furono i tedeschi a progettare il primo
sedile a espulsione. La prima registrazione al mondo su nastro magnetico fu di
un discorso di Hitler. Accanto alla complicità dei medici nelle campagne di
sterilizzazione, o di eutanasia in epoca nazista, molto si fece anche per la
ricerca, soprattutto contro il cancro, uno dei principali interessi di Hitler
in campo medico. La storiografia si è concentrata maggiormente sul razzismo
della Germania dell’epoca, spesso omettendo i successi ottenuti con studi seri
e deontologicamente irreprensibili sui coloranti alimentari, il tabacco o la
polvere. Spesso l’omissione più radicale è avvenuta proprio in Germania, dove i
ricercatori contemporanei non vogliono ammettere di non essere i primi nel campo
della ricerca su quello che era stato chiamato il male del secolo ventesimo, a
causa della naturale avversione nei confronti di tutto ciò che è accaduto in
Germania tra gli anni Trenta e Quaranta di quel secolo.
Eppure,
gli attivisti nazisti hanno messo a punto il programma di prevenzione più
aggressivo ed efficace contro il cancro, essendo la ricerca tedesca sulla
malattia la più avanzata a quel tempo. Ad esempio, gli scienziati tedeschi
furono i primi a scoprire i tumori della pelle causati dai distillati di
catrame minerale e dimostrarono, già nel 1870, che l’estrazione dell’uranio
poteva causare i tumori al polmone, tanto che fu la Germania il primo Paese al
mondo a riconoscere il tumore polmonare come malattia professionale
indennizzabile per i minatori che estraevano l’uranio. Identificarono per primi
i rischi di tumore alla vescica collegati al colorante all’anilina (dato che la
Germania era il maggior produttore mondiale di coloranti sintetici) già nel
1895, o i rischi di tumore alla pelle collegati all’esposizione solare già nel
1894. Sempre i medici tedeschi furono i primi a diagnosticare una forma
tumorale indotta dai raggi X nel 1902, mentre nel 1906 dimostrarono che i raggi
X possono provocare la leucemia. Furono sempre scienziati tedeschi a utilizzare
per primi coloranti istologici come agenti chemioterapici nel 1922, così come
genetisti tedeschi dimostrarono che il cancro al colon può essere ereditario
come carattere dominante. La Germania fu sede del primo congresso
internazionale della ricerca sul cancro nel 1906, ed essendo la patria dei
raggi X, del colposcopio e dell’endoscopio rettale, fu anche pioniera nella
diagnosi ottica del cancro. Sempre i tedeschi furono i primi a ipotizzare, già
nel 1928, che il fumo passivo di tabacco potesse causare il tumore polmonare.
Con il Terzo Reich, fu ampliato il Comitato per la lotta contro il cancro, nato
nel 1931; istituiti archivi per registrare l’incidenza e la mortalità causati
dalla malattia; implementate le misure di prevenzione; varate leggi contro
l’adulterazione alimentare e medicinale, vietato di fumare e ridotto l’uso di
cosmetici cancerogeni. Il motivo di tanto interesse è dato dall’indice di
mortalità causata dal cancro tra le più alte al mondo, dato l’alto grado di
industrializzazione della Germania. I partiti socialisti avevano da tempo
chiesto più sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, ottenendo il sistema
previdenziale più elaborato del mondo e varato già nel 1883, anche in risposta
alle insistenze dei sindacati. Così, la Medicina tedesca era diventata potente
e politicizzata, con forti movimenti di ritorno alla natura che cavalcavano il
cancro come esempio di ciò che poteva portare il tendere solo al profitto.
Inoltre, anche le assicurazioni trovavano più vantaggioso interessarsi alla
prevenzione che non pagare per le terapie, così la lotta contro il cancro
divenne sempre più precisa e accanita. E il nazismo non si lasciò sfuggire
l’interesse politico di mantenere la stessa determinazione. Hitler stesso era
vegetariano, non fumava e non beveva alcolici e non permetteva a nessuno di
farlo in sua presenza, se non di tanto in tanto alle donne. La propaganda
nazista insistette molto su questo punto, celebrando il salutismo del Führer contro
l’accanimento di fumatori di Stalin, Roosevelt e Churchill, ad esempio; del
resto anche Benito Mussolini e Francisco Franco non fumavano. Il salutismo del
regime fece sì che gli Avventisti del Settimo Giorno appoggiassero il nazismo
sin dal 1933, perché finalmente la nazione era affidata ad un uomo che aveva
ricevuto il suo incarico direttamente dalle mani di Dio e che, appunto essendo
vegetariano e senza vezzi di fumo e alcol, era senz’altro più vicino di
chiunque altro alla concezione di salute degli Avventisti stessi. Gli omeopati
si schierarono con il nazismo sempre per identità di vedute su alcuni elementi
chimici dannosi. Ecco allora che la lotta contro il cancro doveva essere forte,
determinata come tutto era tale per i nazisti del Terzo Reich. La prevenzione
divenne determinante perché nell’epoca dell’obbedienza e del salutismo
esasperati, arrivare dal medico con un cancro in stadio avanzato era indice di
poca idoneità all’epoca in cui si viveva. Soprattutto le donne venivano
guardate con disprezzo se avevano un cancro all’utero o alla mammella, proprio
per la forte convinzione che la diagnosi precoce poteva curarle e salvarle.
Dopo la scoperta del colposcopio, che veniva utilizzato per diagnosi al collo
dell’utero e della cervice, il suo inventore Hinselmann sostenne che i medici
che non lo adoperavano si rendevano responsabili della morte di 400mila donne
all’anno in tutto il mondo. La campagna di prevenzione per le donne era stata
organizzata capillarmente, utilizzando soprattutto giornali e radio, volantini
e addirittura film. Iniziarono le lezioni di autoesame del seno (che negli
Stati Uniti, ad esempio, iniziarono soltanto negli anni Sessanta) e si
incentivarono visite anche semestrali per la diagnosi precoce del cancro. La
campagna rallentò soltanto durante la guerra, nel 1942, ma non venne mai meno
del tutto. Sembra che molti medici, però, contestassero ad esempio la validità
di alcuni strumenti come il colposcopio, affermando che poteva bastare uno
speculo e l’occhio del ginecologo per diagnosticare il cancro al collo
dell’utero. Forse fu per rispondere alle critiche sulla sua invenzione, che
Hinselmann mise a punto ad Auschwitz con Wirths, il medico comandante del
campo, un progetto che veniva realizzato utilizzando il colposcopio per raccogliere
campioni di tessuti cervicali dalle prigioniere del campo, per poi inviarli ad
Amburgo per essere esaminati. Non è ben chiaro quali fossero i reali intenti
del progetto, anche se forse dovevano appunto testimoniare sulla bontà dell’uso
del colposcopio. A molte prigioniere, non essendo ben chiara ai medici la
tecnica di utilizzo dello strumento, venne asportata tutta la cervice, causando
emorragie e infezioni che le portavano alla morte. Alla fine della guerra, un
testimone definì gli esperimenti di Hinselmann crudeli come molti altri
riferiti nel campo di Auschwitz.
I
provvedimenti legislativi nazisti, tuttavia, inficiarono la ricerca sul cancro,
impedendo ad esempio, come a seguito della legge del 7 febbraio 1933, a molti
ebrei, o comunisti, di continuare a lavorare. Al più celebre istituto di
ricerca, presso l’ospedale Charité di Berlino, dodici ricercatori su tredici
persero il lavoro e non poterono lavorare nemmeno per continuare ricerche così
basilari per la salute pubblica. Vennero a mancare ricerche sull’immunologia o
l’istologia che non sarebbero più state allo stello livello di prima delle
leggi naziste, essendosi specializzati in alcuni ambiti soltanto scienziati
ebrei.
I
ricercatori che persero il lavoro a seguito delle leggi naziste furono circa un
centinaio, ebrei secondo la definizione nazista dell’ascendenza. Rimase al suo
posto, tra i pochi, Otto Warburg, biochimico e premio Nobel, che continuò a
dirigere l’Istituto di fisiologia cellulare malgrado i vari tentativi di
rimuoverlo, sembra perché Hitler credeva che fosse prossimo a scoprire una cura
per il cancro. È vero, tuttavia, che l’Istituto contava su potenti appoggi,
oltre ad essere una fondazione privata sulla quale le leggi potevano poco,
oltre che godendo dei fondi della Rockefeller Foundation. In ogni caso, la
ricerca sul cancro venne nazionalizzata in Germania, perché la “rivoluzione
nazionalsocialista aveva creato opportunità del tutto nuove” anche in quel
settore. Ciò non toglie che, anche secondo il direttore del registro dei casi
di cancro di Norimberga, uno dei centri di schedatura obbligatoria dei casi
della malattia istituiti, lamentasse come le leggi antisemite avessero
ostacolato la raccolta dei dati relativi al cancro. I medici ebrei potevano
operare soltanto su ebrei e in Germania uno su otto aveva ascendenza ebrea;
pertanto aggiornare i registri dopo il 1938 sarebbe stato molto difficile, dati
anche i trasferimenti di pazienti, oltre che di medici e ricercatori, in quanto
appartenenti alla razza ebraica. Gli stessi registri medici, inoltre, vennero
utilizzati come utile e rapido sistema per identificare la popolazione ebraica
da deportare, quindi gli studi scientifici ebbero un forte rallentamento. Allo
stesso tempo, le malattie classificate come ereditarie avevano portato a
risultati pratici terribili. Nel 1933 venne varata, come abbiamo scritto, la
legge sulla sterilizzazione in caso di molti difetti genetici e anche in caso
di cancro familiare. Nel 1936 si ritenne che bambini affetti da un cancro agli
occhi dovessero essere sterilizzati, tutto al fine di impedire la procreazione
di razze umane cancerose. Tra gli aspetti pratici di queste teorie, vi erano le
credenze che il fumo di tabacco fosse più comune nei tipi sclerotici, e
naturalmente ci si riferiva anche a Winston Churchill, mentre i consumatori di
tabacco da fiuto, snelli e astenici, erano tipicamente gli agricoltori
bavaresi. Era diffusa la credenza che gli ebrei fossero più predisposti al
cancro e non solo, che lo diffondessero in vari modi. Infatti, gli ebrei vennero
accusati, nel 1941, di avere introdotto il consumo di tabacco in Germania e che
dominassero i centri d’importazione di tabacco di Amsterdam, così come
commerciassero con elementi pericolosi al fine di indurre malattie. Gli ebrei
non solo erano immuni dal cancro, ma lavoravano per alterare i cibi tedeschi e
portare malattie al “popolo eletto”.
L’alimentazione
per i nazisti era fondamentale. Per avere persone sane e vigorose bisognava
avere e consumare cibi sani ed energetici. I nutrizionisti tedeschi del tempo
cominciarono a demonizzare la carne, i dolci e i grassi, in favore di alimenti
più sani come i cereali, la frutta fresca e la verdura. Si pubblicizzava
l’alimentazione sbagliata come originaria del cancro, anche alla luce
dell’estrema incidenza del cancro allo stomaco degli anni Venti e Trenta non
solo in Germania, ma in altre parti d’Europa e negli Stati Uniti, per motivi
non ben chiari. Di certo i cibi molto salati, spesso fermentati o avariati, le
frequenti contaminazioni di muffe della carne che veniva consumata, ma anche
delle verdure e dei cereali dell’epoca, doveva avere contribuito alla
diffusione della malattia. Tuttavia i nazisti demonizzavano alcuni alimenti
anche per ragioni simboliche. Ad esempio, la panna montata veniva associata alla
golosità, il pane integrale lo si associava alla cultura contadina; il colore
del burro falsamente biondo veniva associato dai nazisti a chi si decolorava i
capelli per assomigliare meglio al cliché di ariano di moda al tempo, e così
via. Lo slogan era che l’alimentazione non fosse una faccenda privata: il corpo
apparteneva allo Stato e si doveva operare per averlo al massimo grado di
efficienza; quindi lo Stato si preoccupava di avere cittadini vigorosi per
motivi politici, più che per il loro bene.
Chiedersi
quale fosse l’alimentazione migliore era
un dovere di ogni bravo nazista, ma il dibattito sull’alimentazione naturale
era acceso. Agli inizi dell’Ottocento i tedeschi consumavano 14 chili di carne
e 250 chili di cerali all’anno, per passare a 56 chili di carne e 86 di cereali
nel 1830. Negli anni Trenta del Novecento, il consumo tedesco di zucchero era
passato da 4 a 24 chili pro capite all’anno, con aumento delle carie dentali,
di malattie gastriche, nervose, digestive, cardiache e vascolari. Nel 1937,
molte reclute erano state scartate per motivi odontoiatrici e questo veniva
ritenuto assolutamente riprovevole. Bisognava ridurre i consumi assolutamente,
non solo e forse non tanto per la salute, ma anche (e forse soprattutto) per
motivi di risparmio economico. Il cancro veniva utilizzato come spauracchio per
indurre ad un’alimentazione migliore, visto che non era ancora isolato il
“germe” che lo causava.
lunedì 20 gennaio 2020
Giovanni Carlo Rossi, Internato
MEDAGLIA D’ONORE IN ARRIVO PER IL PAPÀ DI
VASCO ROSSI
In
arrivo la Medaglia d'Onore alla memoria del papà di Vasco, Giovanni Carlo
Rossi, internato militare nei lager nazisti durante la seconda
guerra mondiale. L’onorificenza conferita su Decreto del Presidente della
Repubblica tra pochi giorni perverrà alla Prefettura di Modena che ne
programmerà la data di consegna, forse intorno al 27 gennaio,
Giornata della Memoria.
Se il Prefetto acconsentirà alla richiesta della famiglia, la
cerimonia potrebbe svolgersi presso il Municipio di Zocca, cittadina
dell’appennino emiliano ove risiede la vedova, sig,ra Novella Corsi, che qualche mese ha firmato l’istanza per la richiesta
dell’onorificenza.
Le pratiche necessarie sono state curate dall’associazione “Un ricordo per la pace” promotrice
dell’iniziativa in collaborazione con il Comune di Zocca.
Giovanni Carlo Rossi era tra i 650.000 soldati italiani che dopo
l’armistizio dell’8 settembre 1943 dissero NO al nazismo e pagarono sulla
propria pelle la fedeltà alla Patria. Con legge n. 296 del 27 dicembre 2006 la
Repubblica Italiana ha previsto per gli ex deportati (ormai rarissimi i
viventi) ed alla loro memoria la concessione della Medaglia d’Onore a titolo di
risarcimento morale per quanto patito in Germania. Catturati dai tedeschi sui
vari fronti vennero deportati nei campi di concentramento ed obbligati al
lavoro coatto; sottoposti a vessazioni morali, a maltrattamenti fisici ed a
forti privazioni alimentari. Migliaia di IMI (Internati Militari Italiani) morirono nei lager e migliaia al
rientro in Italia per le gravi malattie contratte in prigionia.
Era
stato Vasco a raccontare sui social le vicissitudini del padre, deceduto nel
1979. Catturato dai tedeschi all’isola d’Elba il 17 settembre 1943 e deportato
a Dortmund, costretto a lavorare per la Germania nazista. Riuscì a
ricongiungersi con i famigliari solo nell’ottobre 1945.
Vasco:
il nome scelto dal padre “Carlino” per l’unico figlio in segno di gratitudine
per il compagno di prigionia che gli aveva salvato la vita in Germania durante
“il bombardamento finale”.
Una
storia che non è sfuggita all’Associazione “Un ricordo per la pace” di Aprilia
impegnata da anni nel progetto “MEMORIA
AGLI IMI 1943-1945”. A luglio 2019 la presidente dell’associazione Elisa
Bonacini aveva scritto una lettera pubblica a Vasco per invitarlo a richiedere
la medaglia in memoria del padre. Il messaggio pubblicato da alcune testate
giornalistiche è stato accolto
positivamente dal cantante che domenica 28 luglio ha pubblicato in Instagram
alcune storie dedicate al papà prigioniero in Germania con l’esplicito
riferimento alla Medaglia d’Onore ed al alcuni stralci lettera
dell’Associazione “Un ricordo per la pace”.
Elisa Bonacini presidente di “Un
ricordo per la pace”: “Una storia quella del padre di Vasco che non potevamo
ignorare. La lettera che abbiamo inviato ai giornali il 19 luglio dell’anno
scorso ha avuto grande riscontro
mediatico: il messaggio pubblicato da alcune testate giornalistiche tra cui il
“Resto del Carlino” di Modena è pervenuto a Vasco in vacanza a Zocca. Avevamo
scritto: “Caro Vasco, seppur inconsapevolmente, sei il più celebre dei
testimonial per accendere i riflettori sulla storia degli IMI. Troppi anni di
oblio. Chi meglio di te può farlo?”. E Vasco lo ha fatto. Siamo stati
piacevolmente sorpresi dalla risposta in Instagram pochi giorni dopo, domenica
28 luglio, il giorno del compleanno del padre. Vasco ha pubblicato due storie
dedicate al papà prigioniero in Germania e alcuni stralci della nostra lettera.
Successivamente siamo stati contattati da una collaboratrice del cantante e ci
siamo subito attivati per la richiesta dell’onorificenza, in collaborazione con
il Comune di Zocca. E l’esito non poteva essere che positivo.
Tanto
lavoro in questi mesi: grazie alla risposta di Vasco ed alla diffusione della
notizia decine e decine di figli e nipoti di Imi, tra cui molti suoi fan, ci
hanno contattato per avere informazioni sulla Medaglia d’Onore ed essere
seguiti nell’iter. Moltissimi tra loro stanno per ricevere l’onorificenza già
il prossimo 27 gennaio, Giornata della Memoria. Tra le telefonate pervenuteci
alcune segnalazioni sono state di stimolo ad ulteriori ricerche sul percorso
militare e di prigionia di Giovanni Carlo Rossi. In particolare stiamo cercando
di identificare il militare di nome “Vasco” che gli salvò la vita in
Germania.
Esprimo
a nome della mia associazione le più fervide congratulazioni alla sig.ra
Novella e alla famiglia Rossi. Spero di poter incontrare presto Vasco nella sua
Zocca o magari all’inaugurazione del “Museo per la pace”, un progetto cui la
nostra associazione sta lavorando da molti anni qui ad Aprilia ove nel 1944 si
sono tenuti tra i più cruenti combattimenti della seconda guerra mondiale per
la liberazione di Roma. È nostra intenzione riservare una sezione della mostra
agli Internati Militari Italiani. Se Vasco acconsentirà, saremmo felici di
poterla intitolare al padre Giovanni Carlo in rappresentanza di tutti gli IMI
1943-1945. Ci sono valori che è necessario trasmettere alle giovani
generazioni! Vasco, non dire no! ”
martedì 14 gennaio 2020
Il disarmo dei soldati italiani nell'Italia centro-meridionale. 102.340 disarmati, 24292 internati
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
La
chiave di tutto era Roma e le divisioni italiane stanziate attorno a Roma.
Questa non è la sede per analizzare gli avvenimenti che si svolsero nella
capitale dall’8 al 10 settembre. L’unica cosa che si può dire, è che la
reazione italiana a Roma impegno alcune divisioni tedesche che sarebbero state
utili a Salerno.
A Roma, come noto, si arrivò ad un accordo, condotto dl Ten.
Col Giaccone e dal gen. Westphal, che, a fronte del disarmo delle truppe
italiane, con le armi custodite da elementi misti italo-tedeschi, si assicurava
che i tedeschi avrebbero rinunciato ad atti ostili nei confronti e dei civili e
soldati italiani, e quest’ultimi poteva ritornare alle loro case.
Si arresero
per questi accordi le Divisioni Ariete, Centauro, Granatieri di Sardegna, Piave
e i resti della Divisione Sassari, Piacenza e le truppe di supporto del Corpo
d’Armata corazzato.
Nel rapporto conclusivo stilato il 17
settembre 1943, Kesserling comunicò che nell’area di sua responsabilità erano
stati disarmati 102.340 soldati italiani, dei quali, a loro volta 24.292 erano da
considerarsi internati militari
domenica 5 gennaio 2020
Il disarmo dei soldati italiani all'estero: Balcani e Isole dell'Egeo.
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
Per quanto concerne il numero dei
militari italiani disarmati in Croazia, nel Balcani, a Creta, e nelle isole
dell’Egeo, secondo l’Ufficio Eserciti stranieri Ovest dello Stato Maggiore
dell’Esercito (tedesco) risultano esser stati catturati circa 380.000 soldati
italiani dei 500.000 ipotizzati presenti in queste regioni. A questi vanno
aggiunti altri 2200 soldati italiani che avevano raggiunto i partigiani e
successivamente catturati, 1200 prigionieri già appartenenti alla Divisione
Pinerolo, catturati in dicembre in Grecia, 9700 uomini delle divisioni Cuneo e
Regina catturato nei combattimenti di Lero, Samo, e Santorino. Inoltre, secondo
Schreiber[,
che ha come riferimento i dati profferti dal Comando della 2a Armata
Corazzata e dal Comando del gruppo
Armate E, i soldati italiani disarmati furono 429.986.
Una volta catturati e disarmati
rimaneva ai tedeschi il problema del trasporto in Germania. Secondo il Generale
direttore dei trasporti per l’area del Sud-Est di questi 429.986 ne vennero trasportati 297.217 in Germania, a
cui si devono aggiungere altri 8000 italiani destinati a lavorare come prigionieri
di guerra nell’Est europeo, e 216 ufficiali destinati a lavorare nel Lager di
Mappen nello Jutland. In totale, quindi, si trattò di 305.432 soldati italiani
avviati nei campi di concentramento della Germania o del “Governatorato
Generale”.
Rimanevano nei Balcani e sulle isole 124.554 soldati italiani della
cui sorte tratteremo nel volume. Compendio dedicato al 1944
giovedì 2 gennaio 2020
lunedì 23 dicembre 2019
sabato 21 dicembre 2019
Una propaganda irreale.
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
L'APPELLO DI KESSERLING AI SOLDATI ITALIANI
E’
interessante notare che in nella prospettiva di invogliare i soldati italiani ad entrare nelle fila tedescheKesserling rivolge un appello ai
soldati italiani nel quale, oltre a stigmatizzare il comportamento del governo
italiano, demonizzava le truppe anglo-americane, le quali non si sarebbero
fermate davanti a niente né di fronte al patrimonio artistico-culturale
dell’Italia né davanti alle famiglie, alle mogli ed alle figlie degli italiani
e quindi occorreva aiutare i tedeschi a fermarle. Kesserling non esitò a
parlare di nausea e ripugnanza verso il governo dei traditori dell’alleanza
italo-tedesca, e sottolineò che in conseguenza i soldati non erano più
vincolati al giuramento prestato al Re e quindi avrebbero potuto combattere con
i tedeschi che avevano le armi più efficaci e belle del mondo, tutto per una
Italia libera e bella. Un tedesco che parla in questi termini può solo lui
sperare di essere seguito e, come ben noto, questo tipo di propaganda non ebbe
alcun effetto sugli italiani che ne rimasero completamente indifferenti, anche
se in molte coscienze vi erano molti dubbi.
sabato 14 dicembre 2019
Il disarmo nell'Italia settentrionale: 415.682 soldati disarmati su 480.000
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
Il
14 settembre 1943 le operazioni di disarmo nell’Italia settentrionale si può
dire che erano giunte al termine.
Il Gruppo di Armate B aveva catturato 8790
ufficiali, 339.1000 sottufficiali e militari di truppa, dei quali 96500 erano
già stati trasportati nel Reich tedesco,.
Nella relazione conclusiva il Gruppo
di Armate B indica nel dettaglio e con la massima precisione il numero degli
soldati del Regio Esercito disarmati nell’arco di tempo che va dall’8 al 21 settembre 1943.
Erano stati disarmati
82 generali, 13.000 sottufficiali e 402600 sottufficiali e militari di truppa
per un totale di 415.682. Secondo i calcoli tedeschi nel nord Italia e nella
Francia meridionale erano stanziate 20 divisioni italiane per un totale di
480.000 uomini.
Quindi erano sfuggiti alla cattura oltre 65.000 soldati, per la
maggior parte intenti a raggiungere le loro case, mentre una piccolissima
minoranza a nascondersi oppure a raggiungere posti sicuri. Certamente non a
raggiungere formazioni di ribelli in montagna perché nel mese di settembre
queste non esistevano oppure erano solo nelle intenzioni di pochissimi capi.
martedì 10 dicembre 2019
QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO N. 1 DEL 2019 SOMMARIO E NOTA REDAZINALE
SOMMARIO
Anno
LXXX, Supplemento XI, 2019, n. 1,
11°
della Rivista “Quaderni”
indirizzo:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
Editoriale
del Presidente. Carlo Maria Magnani: …………………………………………………
….Pag.5
In
vista della Giornata del decorato. Torino 5-6 aprile 2019……………………………………………………Pag.5
IL MONDO DA
CUI VENIAMO: LA MEMORIA
APPROFONDIMENTI
Alessia Biasolo, La causa
dello sfacelo secondo Mussolini………………………………………………..…..Pag. 11
Massimo Coltrinari, La battaglia di Caporetto e la promessa
del Re. La questione agraria
Una storia
italiana…………………………………………………………………………..…………....
Pag.15
DIBATTI
Marco Gioacchini, Considerazioni sul contributo degli I.M.I. all’industria
tedesca:1943-1945 ……….... Pag.23
Giovanni Cecini, Il
militare Alberto Sordi di celluloide. ”La Grande Guerra e “Tutti a casa”……………. Pag.49
ARCHIVIO
Massimo Baldoni, Manfredo Fanti, dalla congiura conto il Duca
a fondatore del Regio Esercito Italiano.. Pag.61
MUSEI, ARCHIVI E BIBLIOTECHE
Chiara Mastrantonio, Il sacrario delle Fosse Ardeatine. Una
lettera interessante.……………………….... Pag.73
Posteditoriale: Antonio Daniele, Il
…………………………………..…………………………………………….Pag. 91
IL MONDO IN CUI VIVIAMO: LA REALTA’
DI OGGI
GEOPOLITICA DELLE PROSSIME SFIDE
Antonio Trogu, Civil-military cooperation: Definition. Purpose ad
Situation…………………………………….……Pag. 95
SCENARI, REGIONI, QUADRANTI
Federico Salvati, Chi ha paura dell’orso Russo? (parte I)………………………...................................………………Pag. 103
Segnalazioni Librarie. ……………………………..…………………………………….……………...………... Pag.111
Autori. Hanno collaborato a questo
numero.…………....…………………………………………………………..Pag.112
Articoli di Prossima
Pubblicazione…………………..……………………………………………….…………… Pag.112
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CESVAM NOTIZIE
Centro Studi sul Valore
Militare……………………………………………..…………………………..………………….Pag. 113
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I “Quaderni on Line”, Supplemento on
Line, Anno 6°, VIII, 2018, Settembre 2018, n. 33……………………… Pag.117
I “Quaderni on Line”, Supplemento on
Line, Anno 6°, IX, 2018, Ottobre 2019,
n. 34…………………….………..Pag.118
I “Quaderni on Line”, Supplemento on
Line, Anno 6°, X, 2018, Novembre 2019, n. 35………………………….. Pag.121
PER FINIRE
Massimo Coltrinari, Il Valore Militare attraverso le
Cartoline Militari ed oltre…...
Nota redazionale
L’inizio di
ogni anno è sempre utile per tracciare un programma preventivo di quanto si
vuole fare in merito alle attività editoriali del CESVAM. Iniziamo con la
Rivista, questa rivista, QUADERNI del Nastro Azzurro che sta attraversando un
momento di crescita tanto interessante quanto difficile. Si è adottata per lei
una linea editoriale basata sui contributi dei frequentatori del Master di 1°
Liv. in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960. Il Master ha preso avvio in
questi mesi e promette bene, ma ancora i frequentatori sono nella impossibilità
di collaborare con la rivista. Si pensa che lo saranno al memento della
richiesta della Tesi, che presumibilmente avverrà dopo l’estate prossima in
quanto la sessione autunnale di discussione sarà a novembre. Per quella data
forse avremo i primi contributi. Quindi fino al n. 4 del 2019 è difficilmente
prevedibile contributi dei frequentatori. Quindi la line editoriale sarà quella
fin qui adottata, volta a focalizzare alcuni aspetti del Valore Militare come
fattore immateriale di ogni strategia. Nel frattempo è in pieno approntamento
il n. 3 del 2019 che sarà dedicato completamente alla presentazione delle
attività del CESVAM, che attualmente attivano quindici comparti.
Altra
indicazione che si vuole fare è la partecipazione del CESVAM a due principali
attività che la Presidenza del Nastro Azzurro ha in animo di attuare: La
Giornata del Decorato a Torino il prossimo 5 aprile e il 6° Incontro “Avversari
ieri, amici oggi” che si terrà in Italia nel mese di giugno. Il CESVAM vi
parteciperà, a concorso delle attività con un convegno, come prassi, per la
Giornata del decorato, che sarà la continuazione come tema scientifico di
quello della Giornata del Decorato 2018, ovvero sarà dedicato allo studio del
valore militare e la crisi armistiziale del settembre 1943. Per l’incontro con
gli amici della Croce Nera d’Austria è in programma una conferenza dedicata
all’opera di ricostruzione del Regio Esercito all’indomani della fine della
grande guerra per il ripristino degli argini dei fiumi e delle strade e dei
ponti, sia ordinari che ferroviari per riportare alla regolarità la viabilità
sconvolta dalle operazioni di guerra.
Sotto il
profilo della pubblicazione di volumi, in questa primavera dovrebbero vedere la
luce il volume dedicato al 1866, dal titolo “Quattro Battaglie per il Veneto”,
dedicato alla Storia del Risorgimento, il primo volume dedicato alle operazioni
sul litorale laziale, ovvero allo sbarco di Anzio, e ai volumi dedicati alle
leggi raziali del 1938, oltre al completamento del Dizionario minimo della
Grande Guerra.
Una
prospettiva, quella descritta, estremamente impegnativa, che vede il CESVAM
impegnato in tutte le sue risorse. E’ un aspetto, questo, di interpretazione
operativa dell’Istituto del Nastro Azzurro come ente morale, ovvero come quel
soggetto che si adopera per diffondere nella società i valori raccolti nello
Statuto. Rimane sullo sfondo l’altro aspetto, quello
associativo-combattentistico, che viene lasciato completamente in mano alle
attività delle altre componenti dell’Istituto, prime fra tutte le Federazioni
Regionali.
lunedì 9 dicembre 2019
giovedì 5 dicembre 2019
La triste sorte dei prigioni inviati all'est
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
La disposizione di Hitler del 12 settembre volta a punire i militari italiani che avevano consegnato armi ai ribelli coinvolse almeno 10.000 soldati italiani che furono inviati come “schiavi
militari” all’est, che non furono internati in Germania ma messi a disposizione
dei Comandi tedeschi operanti nel fronte orientale La loro sorte è praticamente sconosciuta, ma si ha il dato che questi militari furono travolti dalla avanzata dell'Armata Rossa che che più della metà non ebbero salva la vita o non rientrarono in Italia
Approfondimento su Gerard Schreiber, I Militari Italiani Internati nei campi di concentramento del Terzo reich 1943-1945. pag. 424-427.
sabato 30 novembre 2019
9 settembre 1943: catturati 100.000 soldati italiani
La crisi armistiziale del 1943
Il piano “Asche” ben studiato e ben
preparato, fu così ben attuato, in Italia, che già alla sera del 9 settembre
erano stati catturati e disarmati oltre 100.000 soldati italiani. Secondo un
dispaccio del Gruppo Armate B al comando del gen. Rommel, l’azione tedesca sull’asse
Bologna- Brennero e valli laterali aveva portato alla cattura di oltre 40000
militari italiani, oltre a garantire la sicurezza della percorribilità della
via principale per la Germania. Nell’area Tarvisio-Gemona-Trieste-Lubiana.[1]
In cui si verificarono azioni di una certa resistenza da parte delle truppe
italiane, i prigionieri catturati furono 10.500.
Nelle provincie di Bologna,
Reggio Emilia, Parma Cremona e Mantova le truppe italiane furono disarmate e
catturate da unità del II Corpo d’Armata tedesco e, con Verona, Nelle provincie di Bologna, Reggio Emilia,
Parma Cremona e Mantova le truppe italiane furono disarmate e catturate da unità
del II Corpo d’Armata tedesco e, con Verona, una delle piazzeforti più
importanti del nord Italia, il numero dei prigionieri italiani si può far
risalire a 40.000. Le azioni svolte in Liguria e soprattutto per il controllo
del porto di Genova e del suo retroterra porto alla cattura di altri 3000
prigionieri italiani. In tantissime località si ebbero la cattura ed il disarmo
di soldati italiani, e, come detto, il primo giorno, si ebbero circa 100.000
soldati catturati e già avviati verso la Germania.
[1]
Lubiana, dal maggio 1941, con il suo territorio circostante, era stata
incorporata al Regno d’Italia ed era diventata una provincia italiana. La sua
sigla automobilistica era LB.
giovedì 28 novembre 2019
Un altro ordine criminale
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
Berlino
apprende che vari comandanti italiani hanno fatto accordi con le forze ribelli
del luogo; inoltre stanno consegnando armi e munizioni oltre ad equipaggiamenti
a queste forze ribellistiche, che si stanno rafforzando approfittando della
resa italiana. Hitler, preoccupato di questo andamento della situazione,
impartisce un secondo ordine, firmato dal feldmaresciallo Keitel, anche questo
definito “criminale”, emanato nella giornat del 12 settembre del seguente
tenore
“Per ordine del Fuhrer tutti i
reparti italiani che abbiano fatto cadere le loro armi nelle mani dei rivoltosi
od abbiano fatto questi causa comune, saranno trattati dopo la cattura nel
seguente modo:
-
Gli
ufficiali secondo la legge marziale dovranno essere fucilati
-
I
Sottufficiali ed i militari di truppa dovranno essere trasferiti ad est, a cura
della Direzione Affari generali della Wehrmacht/Capo reparto prigionieri di
guerra evitando se possibile il transito attraverso il Reich, per essere
impiegati come lavoratori a disposizione dello Stato Maggiore dell’Esercito/ Intendente
Generale”[1]
giovedì 21 novembre 2019
La Guarnigione di Pola si arrende: un episodio emblematico
lacrisi armistiziale del 1943
A Pola la guarnigione era di circa 18.000
uomini ma nel settembre 1943 per la presenza di militari della 2a Armata i
militari italiani presenti erano circa 33.000. Una forza più che sufficiente per
fronteggiare ogni situazione, anche perché la truppa era alla mano e pronta a
combattere, anche contro i tedeschi, presenti in pochissimo numero, non più di
160 uomini. L’Ammiraglio comandante cade nella rete ben tesa delle promesse,
delle minacce e della risolutezza tedesca e si lascia irretire, accettando la
resa di tutte le truppe italiane. L’episodio di Pola è da approfondire e
studiare in quanto 33.000 uomini non si possono arrendere a 160 tedeschi: sono
sicuramente intervenuti altri fattori, per lo più di carattere psichico e
motivazionale che genereranno inconfessabili sensi di colpa e una traccia leggere
di vergogna e umiliazione.
giovedì 14 novembre 2019
giovedì 7 novembre 2019
Un ordine criminale
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
Il piano Asche ebbe contrasti e nel corso delle
operazioni si manifestò anche una certa resistenza all’azione tedesca da parte
di Comandanti italiani più risoluti. In virtù di questa reazione il Comandi
supremo della Wehrmacht alla sera del 9 settembre 1943 decise di emanare
disposizioni che assunsero i contorni
della criminalità e della violazione di ogni diritto ed uso di guerra. Il
messaggio, inviato al Comandante Superiore Ovest, al Comandante Superiore Sud,
al Gruppo di Armate B, ed al Comandante Superiore Sud-Est prescriveva
“ In
quelle località dove truppe italiane o altri armati oppongono ancora
resistenza, si deve porre loro un ultimatum a breve scadenza, chiarendo che i
comandanti italiani responsabili della resistenza stessa saranno fucilati come
franchi tiratori se, entro il termine stabilito, non avranno ordinato alle
proprie truppe di consegnare le armi alle unità tedesche”[1]
Come era da prevedere questo ordine fu
eseguito ed ebbe conseguenze veramente cruente, in special modo nel Balcani,
nelle isole greche, ovvero Cefalonia e nella zona sotto comando del maresciallo
Kesserling. L’attuazione di questo ordine fu più mitigata nella zona del gruppo
Armate B, ovvero nel nord Italia
[1]
Schreiber, G., I militari italiani
internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Roma.
Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, 1993. Pag.
139. Secono Schreiber questo ordine è un ordine “criminale”
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