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sabato 25 aprile 2020

25 Aprile. Il ricordo

Volume "Noi Partigiani", a cura di Gad Lerner e Lura Gnocchi. uscito il 23 aprile in tutte le librerie. Testimonianze.

lunedì 13 aprile 2020

Hitler e l'Occultismo I Parte


di Alessa Biasiolo
L’Illuminismo rinascimentale ebbe una grande influenza in Germania, soprattutto sul Romanticismo. Albert Béguin ricorda come diverse correnti letterarie prepararono quella manifestazione d’irrazionalismo che non fu, secondo lui, né brusca né nuova come si potrebbe pensare. L’Illuminismo secondo l’Autore, aveva già affermato qualcuna di quelle idee fondamentali che saranno comuni alla maggior parte dei fisici romantici. Keplero, Nicolò Cusano, Giordano Bruno, pensavano che l’universo fosse un essere vivente provvisto di un’anima. Che un’identità essenziale unisse tutti gli esseri particolari che sono un’emanazione del Tutto. In nome di questo, ciascun essere è legato all’altro, nulla è isolato e ogni manifestazione può raggiungere chiunque nell’universo, soprattutto grazie alla magia, mezzo per mettere tutto e tutti in comunicazione. Anche l’astrologia è fondamentale, per questi filosofi, perché l’analogia essenziale tra la natura e l’uomo permette di concepire che ciascun destino è legato al corpo degli astri e delle costellazioni. L’uomo è al centro della creazione in un posto privilegiato nella catena degli esseri, perché è un essere pensante, specchio in cui l’universo si riflette e si riconosce. La conoscenza del reale, dunque, si opera attraverso la pura contemplazione interiore, grazie all’esperienza vissuta. In molti casi, l’esperienza al tempo non era del singolo, ma di piccoli gruppi che si riunivano intorno ad un Maestro e che, condividendola, la propagavano con pubblicazioni o condivisioni con altri studiosi, viaggi e anche conversazioni segrete per evitare l’interesse dell’Inquisizione. Sembra che una pre-Massoneria si sia così formata a partire dal XVI secolo estendendosi in Inghilterra, Germania, Francia e Italia. Francesco Bacone ipotizzava assemblee di studiosi che potevano esaminare e perfezionare tutte le conoscenze umane, coloro che definiva i tesorieri della scienza. Proprio a Bacone si fa risalire la Framassoneria, tesi sostenuta sin dal 1870, oltre a ricondurre molti interessi ai circoli artistici e filosofici di Norimberga, soprattutto ruotanti intorno ad Albrecht Dührer. Erano anni in cui la Chiesa si dimostrava scettica dinanzi ai circoli scientifici, compresa la Royal Society inglese che venne tacciata di empietà nel 1639. A suo carico si parlava di una società segreta, detta Macaria, e di un Invisible College, ma non si trovarono prove, fatto sempre molto difficile nei casi di sette segrete. Si parlava anche di Johannes Valentinus Andreae o Andrewas, creatore della Rosa-Croce, come appartenente ad una società segreta detta della Palma, fondata a Weimar nel 1617. Uno studio sulla Rosa-Croce lo si deve a Paul Arnold che indica come la Germania luterana conobbe una notevole intransigenza dinanzi al fiorire di sette ed eresie, tanto che una minima parola poteva essere oggetto di accuse, di conclusioni di carriere ecclesiastiche protestanti, di cadere in disgrazia agli occhi dei principi. Soprattutto i membri della Rosa-Croce subirono repressioni, anche per gli stretti legami con l’alchimia. I rosacrociani asserivano di comunicare con il pensiero, di poter operare per parlare la lingua di ogni popolo presso cui risiedevano e che, se qualcuno li voleva avvicinare sinceramente, li avrebbero incontrati sempre nei luoghi del pensiero, inaccessibili agli altri. Essi si dichiaravano discendenti da mistici tedeschi e fiamminghi, con nozioni ellenistiche ed ermetiche sulla divinità dell’essere umano e una concezione esoterica dell’emanazione divina, la capacità di utilizzare i simboli esoterici già adoperati dai framassoni, tra i quali soprattutto la scala di Giacobbe, il Sole, la Luna. Influirono molto sui sistemi rosacrociani il pensiero di Cartesio e Spinoza, anche se non risulta che i due filosofi si siano mai iscritti alla setta; risulta, però, che in occasione dei 250 anni dalla morte di Spinoza, nel 1927, la Framassoneria olandese ufficialmente partecipò alle celebrazioni con un omaggio alla tomba di colui che aveva contribuito alla creazione della Massoneria speculativa e al suo ideale di tolleranza e libertà.
Arriviamo così al 1776 quando viene costituito il cosiddetto Ordine degli Illuminati di Baviera, accusato addirittura di avere tramato per la preparazione della Rivoluzione Francese. In quegli anni si rincorrevano gli editti di divieto di alcune logge e di altre no, oppure di appartenenza: spesso era vietato appartenere a logge umanitarie contemporaneamente a quelle dette antico-prussiane, ad esempio.  Alcuni Ordini, nella Germania di inizi Novecento, si dichiaravano nazionalisti, fedeli al cristianesimo dogmatico e al razzismo, molto prima dell’avvento delle ideologie hitleriane. Questo perché si rifacevano a posizioni specialmente settecentesche rispetto alla divisione interna alle Chiese cristiane, alla volontà di portare un punto fermo nella dottrina, secondo il punto di vista settario. C’erano allora regole di stretta osservanza che prevedevano negli Ordini l’esclusione delle donne e degli ebrei, mentre prevedevano per ciascun adepto un severo programma di studio e di vita quotidiana, sotto il vigile controllo dell’Ordine stesso. Il rito di iniziazione variava da Ordine a Ordine, ma aveva all’incirca le stesse regole: l’iniziato veniva accolto di notte in una stanza dalle finestre ermeticamente chiuse, poco illuminata, in presenza dei suoi padrini. Domande e risposte rituali ricordavano all’iniziato i suoi obblighi e la sua volontà; quindi venivano espressi i voti, o rinnovati, soprattutto di segretezza e di obbedienza. Nell’Ordine di Minerva, rappresentato da una civetta che stringeva tra gli artigli un libro con le iniziali P.M.C.V. dalla frase Per me caeci vident, Grazie a me i ciechi vedono, durante la seconda metà del Settecento vennero introdotte delle variazioni e gerarchizzazioni a completamento dell’organizzazione preesistente. Una di questa comprendeva i nuovi gradi di Illuminatus major e Illuminator dirigens. Il grado si Illuminato minor corrispondeva all’insegnamento dell’arte di governare gli uomini per dirigerli verso il bene e la luce. Si sviluppavano i talenti dell’osservazione e del retto giudizio del neofita, oltre alla persuasione e convinzione degli spiriti ribelli. Dopo attenta osservazione dei difetti e delle qualità dell’Illuminator minor, poteva essere condotto ad accedere ai gradi superiori. Abbiamo allora gli Illuminati di Baviera, Ordine che esercitò influenza politica fino al 1784: secondo alcune fonti dei servizi segreti austriaci, essi diressero occultamente il governo bavarese fino agli inizi dell’800. Lo stesso Massimiliano Giuseppe, re di Baviera, sembra fosse framassone, appartenente alla Stretta Osservanza con il nome di Cavaliere dell’Aquila di Giove. Comunque emanò il rinnovo dell’editto di interdizione di tutte le società segrete il 5 marzo 1804. La vicenda del Re dimostra, vista nella sua interezza, come fosse complesso appartenere ad un Ordine e come fosse delicato il meccanismo di ingresso, uscita, carriera. L’Ordine degli Illuminati rimase dormiente fino al 1906, quando un tale Theodor Reuss lo riportò in vita attiva. Prima della Grande Guerra riapparve a Dresda un bollettino dell’Ordine, mentre nel 1912 a Berlino esisteva una loggia all’opera per costituire una Grande Loggia degli Illuminati Framassoni per la Germania. Reuss importò molte pratiche dall’Inghilterra, creando molta confusione sui riti dell’Ordine stesso, mentre il movimento gioannita diventava sempre più potente emigrando in Austria, dove la sua influenza divenne molto forte. Sempre nel 1912, André Chéradame pubblicò un articolo dal titolo “Tra la pace e la guerra” in cui metteva in guardia dalla Germania che, malgrado l’attitudine apparentemente pacifica, sarebbe stata pronta ad attaccare la Francia. Chéradame aveva intrapreso studi sul movimento pangermanico politico e militare nelle sue ripercussioni internazionali, cercandone le ramificazioni in quasi tutto il mondo. La presenza di dottrine pangermaniche era nota in molti circoli, ma nessuno avrebbe mai pensato che ci fosse un piano per l’egemonia tedesca. Secondo lo studioso, i tedeschi si muovono sempre con metodo e ogni piano d’azione si basa su una dottrina che si sono fatti. “A partire da questa concezione, essi marciano in seguito con tenace risoluzione”, affermava Chéradame. L’intento era che i tedeschi governassero il nuovo impero che si sarebbe costituito dal piano, con la coscienza di essere un popolo padrone, mentre i sottomessi avrebbero svolto i compiti inferiori, specialmente gli stranieri sottomessi dalla dominazione tedesca. Il piano pangermanista, pertanto, sembra avere trovato nel razzismo hitleriano un’espressione atta a portare a termine i propri progetti. Soprattutto, l’evidente antisemitismo hitleriano avrebbe giocato a favore della strategia di coalizzare intorno al piano le persone che non vedevano di buon occhio gli ebrei in Europa, e in Germania in modo particolare. Dopo il crollo della Borsa di Wall Street nel 1929 e la successiva crisi economica, l’antisemitismo fu un modo come un altro per catalizzare l’attenzione delle persone contro ebrei e marxisti, a contenere l’ondata di demoralizzazione e rabbia conseguenti alla spaventosa crisi economica che, ancora una volta, colpiva il popolo tedesco. Il progetto hitleriano cavalcò, allora, la borghesia già antiebraica che viveva un clima da affare Dreyfus in Francia, con una legge di emancipazione prussiana entrata in vigore nel 1869 e mai revocata, che aveva notevolmente  aumentato la minoranza ebraica e di conseguenza le recriminazioni dei non ebrei. In questo quadro, non va dimenticato che non fu solo la società tedesca a sviluppare circoli, e circoli esoterici, o idee di dominio, che la accumunavano ad altri Stati europei. Inoltre, l’opera di Ramée aveva svolto un’importante azione in molti circoli francesi, proponendo una teologia di governo fondata sulla superiorità dell’uomo di razza caucasica sulla razza semitica mediterranea, considerata iniqua. Argomenti che non devono stupire, dato che in quegli anni erano alla base del pensiero soprattutto europeo e “giustificazione” per un imperialismo che portò, per varie cause, al primo conflitto mondiale. Pare che Hitler ignorasse l’opera di Ramée, ma molti passaggi del Mein Kampf rassomigliano al lavoro del francese. Ramée sosteneva la necessità di una ideologia e di una politica razziste, nell’interesse generale, con prevalenza della legge del legame di sangue e personalità forti in grado di governare, con uno strano legame con il divino di cui si è immagine. E se Dio è Padre dell’Universo, il capo dello Stato doveva essere immagine del divino, quindi Padre dello Stato. Chi governava assumeva i contorni di una sorta di Dio in terra, quindi. Si crea intorno al razzismo una falsa comunità nel male, tuttavia non si deve confondere questa posizione con la gnosi razzista hitleriana e dei suoi accoliti. Secondo i nazisti, infatti, la religione del sangue ariana doveva costituire una nuova nobiltà alla quale aspiravano uomini senza un lignaggio e che, appartenenti alla medio bassa borghesia, sognavano di accedere alla classe degli aristocratici in questo modo. Hitler riuscì, con la sua ideologia, a distinguere la comunità del partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori dalle comunità nazionali e religiose tedesche comuni. In questo modo, i suoi seguaci venivano affrancati dalle leggi di moralità proprie della plebe, sottraendoli nel contempo dalle legge umanistica considerata “giudeo-cristiana” e poco virile.
Chi rivendicava di avere “seminato ciò che il Fuhrer aveva raccolto” fu, senza mai alcuna smentita, il barone Rudolf von Sebottendorff nel suo Prima che Hitler venisse. Secondo Maser, la Thule-Gesellschaft era un’organizzazione clandestina dell’Ordine dei Germani, fondata nel 1912 con a capo, per la provincia di Baviera, il barone von Sebottendorff dal 1918, un uomo tornato in Germania dalla Turchia misteriosamente molto ricco. Pur essendo stato protetto da un commerciante ebreo, divenne fortemente contrario agli ebrei europei e, sotto la sua direzione, la Thule-Gesellschaft divenne fortemente razzista e nazionalista soprattutto operando a Monaco, dove il barone conobbe Hitler ed insieme misero a punto le basi per il nuovo partito Nazionalsocialista. Nelle liste della Thule-Gesellschaft, come pubblicate da von Sebottendorff nel 1933, Adolf Hitler risulta nato il 20 aprile 1889 a Braunau-am-Inn; dopo gli studi alla Realschule, studiò alla scuola di architettura di Vienna. È indicato come “Manovale e pittore”, dal 1912 risiedente a Monaco. Arruolatosi volontario allo scoppio della prima guerra mondiale nel 16° Reggimento bavarese di fanteria List, fu gravemente colpito dai gas tossici a Ypres il 14 ottobre 1918. Il 10 maggio 1919, agli ordini del capitano Roehm in qualità di ufficiale istruttore, fu nel 4° Reggimento di fanteria a Monaco. Sempre in quell’anno, Hitler inizia ad impegnarsi nella lotta politica. Nella stessa lista si trovavano Rudolf Hess (condannato all’ergastolo a Norimberga nel 1946), Hans Riemann (che esercitò una forte influenza ideologica sull’NSDAP), Alfred Rosenberg (capo dei servizi di politica estera dell’NSDAP), Michel Hans Frank (criminale di guerra giudicato a Norimberga e impiccato nel 1946), tra gli altri. Tutta la trattazione del barone von Sebottendorff nella Thule era fortemente antiebraica, fino alla reinterpretazione della storia di Israele. L’Ordine dei Germani, che aveva come simbolo la croce gammata e spesso il dio Wotan, nel 1912 divenne una società segreta razzista, di cui la Thule-Gesellschaft era la Gran Loggia bavarese. Pertanto l’idea della croce gammata, così come del saluto “Sieg Heil”, proviene dalla Thule e precedentemente alla nascita dell’NSDAP, che scelse il simbolo come segnatura araldica. Sembra che la croce gammata, o artigliata hitleriana, sia poi stata scelta segretamente per i suoi rapporti simbolici con le armi degli Hohenzoller. Essi, davanti al progredire dei valori cristiani, abbandonarono temporaneamente la tradizionale genealogia solare pagana rossa e oro della Ruota Solare, sacrificandosi al nero e bianco in attesa che la vera antica gerarchia venisse ristabilita. Il ristabilimento si sarebbe prodotto quando i portatori dello scudo della Ruota Solare avrebbero rivelato che la croce equilatera nella ruota altri non è che un disegno occulto della croce artigliata, nel momento in cui la superiore razza germanica si fosse liberata dagli Ebrei, così come dai loro Rabbini e dai Gesuiti, portando la Germania ad un nuovo avvenire e ristabilendo la religione antica di Wotan (o Wuotan). Rimaneva la tradizione di un rapporto religioso tra un avo degli Hohenzollern e il culto di Odino: gli Hohenzollern erano i depositari delle conoscenze pagane e la religione solare era una delle più antiche credenze della Svevia sulla quale dominavano. Plinio affermava che la Thule era la più lontana delle terre conosciute, sulla quale non c’erano notti al solstizio d’estate e dove le tenebre rimanevano tutto l’inverno. Della Thule scrissero Tacito, Plutarco, ma nella tradizione esoterica, la Thule era l’isola sacra per eccellenza della rivelazione primordiale, il primo dei centri iniziatici difeso da una cavalleria mistica e dove risiederebbe il re del mondo. Secondo la simbologia, tuttavia, i nazisti non sembravano così profondi conoscitori del reale significato della svastica e della croce gammata, pertanto bisogna separare il senso tradizionale della Thule con il senso razziale e nazionalista che von Sebottendorff, e i suoi accoliti, accordarono all’allegoria della loro società segreta.
Per la cerimonia di inaugurazione dei nuovi locali della Thule di Monaco, nell’agosto 1918, il barone von Sebottendorff venne eletto Gran Maestro e si decise che ogni sabato sarebbe stato consacrato alla creazione di nuove logge. Infatti, sabato è il giorno di Saturno dal segno simbolico molto simile alla firma di Hitler. Nel novembre dello stesso anno, le logge in Baviera contavano 1500 membri, riconoscibili dalla croce gammata incrociata a due lance. In quel mese, il barone annunciò la lotta contro gli ebrei, giurando sulla croce gammata, invocando il dio Sole, ricordando la runa dell’aquila simbolo degli Ariani, quell’aquila rossa che ricordava che bisogna passare dalla morte per poter rivivere. Quasi una strofa di un canto delle SS future. La mitologia viene costantemente richiamata, così come la necessità di un partito politico razzista che, tuttavia, non poteva essere dichiarato per non incorrere nell’attenzione dei nemici e attirarsi contro le leggi. Nasce, intanto, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP), evoluzione del DAP del 1919 (fondato da Harrer, delegato della Thule-Gesellschaft), al quale Hitler era iscritto proprio dal 1919 e di cui divenne presidente nel 1921, mentre von Sebottendorff fu costretto a dimettersi e ad emigrare per le accuse di aver usurpato il titolo baronale che, di fatto, aveva ereditato dal padre adottivo. In occasione del putsch hitleriano, il tentativo di colpo di stato di Monaco dell’8 e 9 novembre 1923, vi partecipò attivamente il nuovo capo della Thule, Sesselmann, setta che venne poi perseguitata, come il partito, a seguito della vicenda. Durante la stesura del Mein Kampf, avvenuta mentre Hitler era agli arresti nella fortezza di Landsberg per soli nove mesi, dei cinque anni di condanna, Hitler venne aiutato da Rudolf Hess, membro attivo della Thule-Gesellschaft e iniziato ai riti germanici. Hess, come un altro capo nazionalsocialista, Himmler, era un profondo conoscitore dell’esoterismo e delle dottrine segrete e utilizzavano spesso simboli precisi come le edizioni di lusso del Mein Kampf e una matita verde, quest’ultima molto cara a molti capi dell’NSDAP. Durante la prigionia di Hitler, nel 1924, von Sebottendorff pubblicò a Lipsia un opuscoletto dal titolo rivelatore: “La pratica operativa dell’antica Framassoneria turca. La chiave per la comprensione dell’Alchimia. Un’esposizione del rituale, della dottrina e dei segni di riconoscimento della Framassoneria orientale”, un modo per rendere noti i segreti per ottenere la forza, rivelare i misteri, gli stessi dei Rosa-Croce e degli alchimisti, cioè una sorta di pietra filosofale per raggiungere il Sapere. Lo stesso barone, esperto di astrologia, dirigeva un’importante rivista chiamata “Rivista astrologica” alla quale collaboravano eminenti studiosi della materia. Apprendiamo, ad esempio, dal diario di Schwerin von Krosigk che Goebbels e Hitler, due tra i capi del nazionalsocialismo che si affidavano agli oroscopi per il loro vivere quotidiano, avevano fatto cercare due oroscopi che venivano accuratamente aggiornati da uno degli uffici di ricerca di Himmler. Uno era l’oroscopo del Führer disposto per il giorno 30 gennaio 1933, e l’altro l’oroscopo della Repubblica, disposto per il giorno 9 settembre 1918. Questi testi, considerati praticamente sacri, vennero fatti esaminare e si scoprì un fatto “stupefacente”. Entrambi annunciavano la guerra del 1939, le vittorie fino al 1941 e quindi una serie di disfatte fino al 1945, soprattutto fino ad aprile. Gli oroscopi prevedevano, poi, la pace a partire da agosto, quindi tre anni difficili, poi ancora la grandezza della Germania a partire dal 1948. Nel diario di Schwerin von Krosigk risulta che egli stesso non riuscì a leggere tutte quelle profezie negli oroscopi, tuttavia racconta che Goebbels ci credeva al punto che, alla morte di Roosevelt, andò da Hitler a dirgli che era scritto negli astri che in aprile si avrebbe avuta una rivincita a suo favore.  (continua con post in data 12 maggio 2020 II Parte)
Alessia Biasiolo

Bibliografia
Albert Bégiun: “L’anima romantica e il sogno”, Garzanti, Milano, 1975
Norman Cohn: “I fanatici dell’Apocalisse”, Edizioni di Comunità, Milano, 1980
Adolf Hitler: “Mein Kampf”, Monaco, 1942
Jacopo Mordenti: “I cavalieri teutonici”, Storica n. 86, aprile 2016
Rudolf von Sebottendorff: “Prima che Hitler venisse”, Edizioni Delta-Arktos, Torino, 1987
Trover-Roper: “Gli ultimi giorni di Hitler”, Mondadori, Milano

domenica 5 aprile 2020

Il nazismo e l’alimentazione

di Alessia Biasiolo
Le teorie alimentari tedesche relativamente al cancro, consideravano che si trattasse di una malattia dovuta meno a germi o agenti chimici (gli studi venivano comunque condotti lo stesso per cercare di trovare, o di escludere, qualche possibile causa patogena) che a processi disfunzionali dell’organismo. L’insorgenza del cancro, infatti, era messa in relazione allo stress e alla cattiva alimentazione, qualcosa cioè che, indebolendo l’organismo, favoriva l’insorgenza della terribile malattia. Per molti scienziati, come Liek, il cancro era una malattia del corpo nel suo complesso: le cause potevano allora essere genetiche, alimentari, appunto, stressogene, eccetera. Chi sosteneva, con Liek, questa teoria, ed erano in molti, caldeggiavano un’alimentazione povera in proteine e zuccheri e ricca di fibre e frutta. Il timore più grande, infatti, era evidenziare come il cancro colpisse persone in buona salute, pertanto venivano consigliati periodi di digiuno e la riduzione del consumo di carne. Anche per la gioventù hitleriana era stato prodotto un manuale dal titolo “La salute attraverso una corretta alimentazione” e, tra i vari consigli, quello più interessante proponeva l’uso della soia come sostituto della carne. Altro interesse riguardava la lotta alla stitichezza, condotta con l’utilizzo soprattutto di pane integrale. L’uso della carne era stato ripetutamente demonizzato, come già abbiamo scritto, soprattutto alla luce dell’alto consumo che si praticava nella Germania nazista e del fatto che Hitler fosse vegetariano. Si pensava che la carne fosse causa di aggressività, di golosità pericolosa e lesiva della salute fisica e morale, tanto come alla generazione precedente di tedeschi era stato insegnato che l’utilizzo di frutta e verdura fosse dannoso. Allo stesso tempo, la campagna di Hermann Göring contro la vivisezione, aveva portato al maggiore rispetto degli animali: annunciata nell’agosto 1933, la fine della pratica della vivisezione aveva condotto ad un’intensa campagna a favore della posizione salutistica del maresciallo, che minacciava di inviare ai campi di concentramento quanti avessero ancora torturato gli animali per studi ed esperimenti scientifici. Il dibattito alimentarista, però, non si quietò, anzi. Da un lato la scuola di pensiero che aveva sostenuto come frutta e verdura portassero al cancro, opinione controbattuta da quanti analizzavano come popolazioni asiatiche come quella indiana avessero una bassissima percentuale di cancro, malgrado il forte uso di verdura; dall’altra parte c’era chi considerava, ancora nel 1942, che la popolazione “pura” della Groenlandia avesse una bassissima incidenza di cancro malgrado il consumo quasi esclusivo di carne. A questo si affiancavano studi effettuati in Francia, secondo i quali i macellai, che maneggiavano costantemente la carne, non era quasi mai malati di cancro, quasi che (come per il vaccino) diventassero immuni alla malattia grazie al proprio lavoro. Naturalmente, queste considerazioni andavano di pari passo all’approvvigionamento tedesco di derrate alimentari. Infatti, negli anni Trenta veniva deplorato l’utilizzo di tanto terreno per produrre cereali adatti all’alimentazione del bestiame, quando si sarebbero potuti utilizzare i campi per l’alimentazione umana. E c’era anche chi denunciava questa politica, e la relativa campagna pubblicitaria per la popolazione, alla luce della scarsità di cibo circolante, dovuto alla necessità di scorte per i militari e alla politica di autosufficienza agricola che aveva notevolmente ridotto le scorte della Germania.
Tornando comunque alla necessità di imitare il capo, soprattutto fra coloro che gli volevano essere più vicini, era risaputo che Hitler fosse vegetariano e che non bevesse né fumasse. Il suo stile di vita era studiato anche prima del suo avvento al governo, ad imitazione del suo essere nazista da parte soprattutto degli adepti. I giornali del tempo, comunque, riportavano come talvolta il Führer si concedesse qualche fettina di prosciutto, degli gnocchetti di fegato bavaresi, del piccione, del caviale e dei cioccolatini, malgrado i suoi interessi, citati anche in conversazioni con amici e altri intimi, vertessero sulla possibilità di cibarsi solo di frutta, verdura e cereali crudi, perché la cottura, sterilizzando gli alimenti, li privava del loro naturale potere benefico. Si interessava dell’uso delle erbe e dei bagni terapeutici di acqua fredda; sosteneva la necessità di utilizzare olio d’oliva, molto salutare, limitando l’uso del grasso di balena, anche per evitare la decimazione dei cetacei. Sembra che la maggiore influenza sugli usi alimentari di Hitler l’avesse avuta Richard Wagner, sostenitore di come e quando la razza umana si fosse mescolata e contaminata proprio per l’utilizzo di carne. Le teorie sulle abitudini alimentari di Hitler sono molte: alcune sostengono che la motivazione vera alla rinuncia alla carne derivasse dall’aver preso alla lettera l’appello wagneriano; altri sostengono che avesse problemi digestivi derivanti dalla difficoltà di metabolizzare la carne, da cui il relativo privarsene; altri ancora sostengono che la propaganda contro l’uccisione degli animali a scopo di alimentare l’uomo, non fosse altro che una modalità per dipingere il capo supremo della Germania nazista come buono e premuroso, per sfatare l’idea del persecutore senza scrupoli. Non ci sono prove certe che Hitler temesse di contrarre il cancro, mentre è certo che altri gerarchi fossero fautori delle terapie naturali, come Himmler che sosteneva l’uso di verdure crude, la medicina naturale, il prendere esempio dalle diete orientali. Himmler odiava l’obesità e lanciò una campagna per combatterla tra le SS che dirigeva. Fu sua l’idea di piantumare nei campi di concentramento e in alcune caserme orti di erbe, così come si oppose alla distribuzione di miele artificiale alle SS, e all’adulterazione degli alimenti. Himmler era fautore di una pubblicità rivolta alle casalinghe affinché si abituassero a salvaguardare la salute partendo dal cibo che preparavano per i figli e in casa in genere. Anche Rudolf Hess sosteneva l’omeopatia e l’uso di erbe medicinali e sembra che fosse vegetariano, al punto di infastidire Hitler perché alle riunioni si portava il pasto da scaldare, disdicendo di consumare i pasti della cuoca dietologa di Hitler stesso. La risposta era relativa agli alimenti biodinamici del pasto di Hess che, comunque, ottenne di essere invitato più raramente a pranzo con Hitler. Le abitudini alimentari di Hitler divennero importanti perché egli incarnava gli ideali della Germania nazista, quindi egli rappresentava il tedesco ideale: a lui, dunque, bisognava rifarsi per essere, o diventare, bravi nazisti. Il corpo di Hitler divenne oggetto di venerazione ed emulazione, tanto che tantissimi uomini tedeschi del tempo portavano baffetti come il Führer il quale, secondo i detrattori, si era fatto crescere i baffi per nascondere delle narici “ebraiche”, mentre delle canzoncine inglesi scherzavano sulla malformazione dei suoi genitali. Hitler decise, quindi, con una deliberazione del 1937, di vietare l’attenzione sul suo corpo, forse anche perché le sue abitudini vegetariane erano diventate pretesto per la pubblicità di una fabbrica; molto più probabilmente per non essere messo in ridicolo.
L’astenersi dal bere alcol di Hitler diede forza a tutte le associazioni che già da tempo si battevano, in Germania e in Austria, contro l’abuso di alcol. Pertanto si approfittò della situazione per sostenere con i giovani che la loro virilità si sarebbe misurata non dalla capacità di bere birra, ma di rimanere sobri. Anche l’alcol venne imputato di causare il cancro, così come Lehmann aveva indicato in un suo studio del 1919, secondo il quale birrai, baristi e similari presentavano un’alta incidenza di cancro. Lo stesso Liek, astemio da prima della Grande Guerra, sosteneva che l’alcol fosse causa di gravi malattie, dai problemi ai nervi a molto altro. Per questo motivo, l’ascesa al potere di Hitler venne vista di buon occhio da tutti coloro che si battevano contro l’uso di alcolici, anche grazie alle esternazioni dello stesso pubblicate su molti periodici già dagli anni Venti. Egli sosteneva, infatti, che il popolo si dovesse liberare da quel veleno, in modo da poter essere il forte popolo tedesco che le sue teorie profetizzavano. Già nel 1933 venne vietato di bere durante la celebrazione della festa nazionale del lavoro, la festa che sostituiva le celebrazioni del primo maggio. Se era difficile sradicare dai tedeschi l’idea di bere birra, si doveva cercare di rafforzarne il carattere e anche di risparmiare miliardi di marchi l’anno, spesi in alcol anziché in altri acquisti. Varie leggi, sempre dal 1933 in avanti, vietavano le pubblicità di alcolici, e questo soprattutto per cercare di arginare un’altra piaga tedesca: il numero di incidenti stradali, i più dei quali erano da imputare proprio all’uso e abuso di alcolici. Nel 1940 venne lanciata “l’operazione tè” nei luoghi di lavoro: notevoli quantità di tè vennero distribuite in tutte le fabbriche in cui gli operai si trovassero a lavorare a temperature alte, per favorire il bere bevande meno pericolose della birra o di altri alcolici. Si incentivò anche la campagna a favore delle tisane, dei succhi di frutta, del succo di pomodoro e similari. Nel 1938, il sidro venne nominato ufficialmente “bevanda del popolo”, mentre nell’ottobre del 1939 venne vietata la vendita di alcol nelle osterie. Gli studi affermano, tuttavia, che se i tedeschi consumavano meno alcol era per l’effetto della contrazione del potere d’acquisto, più che per le campagne messe in atto, tanto che i livelli di consumo di alcolici furono praticamente costanti, se si considera flessioni e ripresa. Ad esempio, la produzione di vino aumentò dell’80% nei primi cinque anni di governo nazista, così come aumentò la produzione di spumanti; aumentarono anche le produzioni di alcolici (per quanto vietate) da prodotti succedanei.

Comm. Alessia Biasiolo  

domenica 29 marzo 2020

Una data da ricordare: lo sbarco di Anzio. Cerimonie


Commemorazioni del 76esimo anniversario dello Sbarco Alleato

L’OMAGGIO DI “UN RICORDO PER LA PACE” AL MEMORIALE E.F.WATERS
  di Elisa Bonacini

Si sono svolte martedì 21 gennaio ad Aprilia e Lanuvio le commemorazioni del 76esimo anniversario dello Sbarco Alleato. Le cerimonie inserite nel circuito celebrativo dello Sbarco Alleato, avvenuto sul litorale di Anzio e Nettuno il 22 gennaio 1944.
Dopo la cerimonia a Campo di Carne presso il Monumento “Graffio della Vita” la seconda tappa del cerimoniale si è tenuta in località Pontoni presso il Memoriale dedicato al Tenente dei Fucilieri Britannici Eric Fletcher Waters ed ai Caduti senza sepoltura del 1944. Le celebrazioni si sono concluse a Lanuvio presso il Monumento ai Caduti.
ll Memoriale in località Pontoni di Aprilia è dedicato al Tenente dei Fucilieri Britannici Eric Fletcher Waters ed ai Caduti senza sepoltura del 1944 e venne inaugurato il 17 febbraio 2014 in una cerimonia privata cui partecipò il figlio, la rockstar Roger Waters, che ivi piantò una pianta di ulivo, simbolo di pace. Eric morì ad Aprilia il 18 febbraio 1944 nel corso dei cruenti combattimenti avvenuti intorno al fosso della Moletta; il corpo disperso come quello di molti altri soldati degli opposti schieramenti..
Come consuetudine a termine della cerimonia istituzionale Elisa Bonacini presidente di “Un ricordo per la pace” ha deposto un omaggio floreale presso il memoriale; sul nastro anche il nome del veterano britannico Harry Shindler rappresentante in Italia della “ITALY STAR ASSOCIATION 1943-1945”.
Shindler e Bonacini di “Un ricordo per la pace” sono i promotori dell’iniziativa dei due monumenti ad Aprilia in memoria di Eric Fletcher Waters e dei Caduti dello Sbarco rimasti senza sepoltura. Realizzati dal Comune di Aprilia, il primo in via dei Pontoni, l’altro in via Carroceto nel piazzale dell’I.I.S. “C. e N. Rosselli” (ora Liceo “A. Meucci”) istituto che già ospitava dal 2013 l’esposizione “Un ricordo per la pace”(collezione Bonacini) sul tema “Aprilia in guerra: la Battaglia di Aprilia”, mostra patrocinata dal Comune di Aprilia.
I memoriali vennero inaugurati il 17 e 18 febbraio 2014 alla presenza delle autorità locali e di rappresentanti delle Ambasciate britanniche, statunitensi e canadesi.

L’ORIGINE DEI MEMORIALI E. F. WATERS AD APRILIA

Già promotori nel 2012 dell’istituzione della giornata commemorativa della Battaglia di Aprilia, identificata al Comune di Aprilia nel 28 maggio di ogni anno, il veterano britannico Harry Shindler, classe 1921, ed Elisa Bonacini di “Un ricordo per la pace” svilupparono a fine 2013 il progetto dei memoriali dedicati a E.F.Waters ed ai Caduti senza sepoltura del 1944.
L’idea prese corpo dopo che Shindler, grazie al ritrovamento della documentazione militare britannica individuò il punto nelle campagne di Aprilia in cui Eric perse la vita il 18 febbraio 1944. Alle ricerche ed alla localizzazione del punto X diede un forte contributo l’Associazione “Un ricordo per la pace” in collaborazione con il Comune di Aprilia, che mise a disposizione le odierne carte territoriali.
Era stata Elisa Bonacini ad iniziare nei primi mesi del 2012 le indagini su Eric Fletcher Waters, erroneamente ritenuto morto ad Anzio. L’input era stata una segnalazione pervenutale da R.C. anziana signora di Anzio, testimone dello Sbarco. La signora sosteneva di conoscere il luogo di sepoltura di Eric indicando un punto preciso del litorale anziate; la testimonianza raccolta in un filmato. Ne parlò con Harry Shindler con il quale stava organizzando un convegno. Nonostante le dichiarazioni della signora di Anzio si fossero rivelate di poco fondamento, la Bonacini il 20 aprile 2012 volle comunicare la notizia al figlio Roger Waters con una e-mail sul suo forum ed un twitt in cui segnalava l’attività dell’amico Harry Shindler, da molti anni impegnato nelle ricerche sui soldati alleati dispersi in guerra. La risposta arrivò presto, il 22 aprile 2012 alle ore 15:04. È Elisa a raccontare quei momenti : “ Mi arrivò una e-mail da un certo J. da New York, che si qualificò essere parte dello staff di Roger Waters. Comunicava di avere ricevuto la nota relativa al padre di Roger e di volere i miei contatti telefonici per maggiori informazioni. Dopo avere verificato l'attendibilità di quella e- mail risposi: “J.., ho informato Harry Shindler, veterano inglese di 91 anni che si impegna nella ricerca di informazioni sui soldati dispersi. Aspetta la tua telefonata”. Sebbene la motivazione fosse solo un pretesto, quella telefonata ad Harry avvenne e ne seguirono molte altre dello stesso Roger Waters che gli diede il consenso ad indagare sul padre ed a richiedere le documentazioni militari custodite negli archivi britannici a Londra. Ero così soddisfatta di essere riuscita nel mio intento di mettere in contatto le due parti ed ero sicura che Harry, che non conosceva neppure una canzone di quegli strani “FLUIDI ROSA”, come li aveva definiti, avrebbe preso a cuore il “caso Waters”, così come accadeva per tutti gli altri, di persone comuni intendo.  Tra i due si creò un bel rapporto di amicizia tanto da convincere la rockstar a presenziare alle cerimonie di inaugurazione dei memoriali ad Aprilia, un evento di clamore mondiale. Un po’ quello che sognavo io”.









giovedì 12 marzo 2020

Il disarmo dei soldati italiani all’estero. Francia


LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943



L’esigenza tedesca di sfruttare la situazione italiana per avere non soldati ma lavoratori, si applicò anche alle divisioni italiane all’estero.[1] I soldati italiani disarmati andranno ad aumentare i numero di quelli catturati in Italia e quindi a completare il quadro generale degli Internati Militari italiani in Germania.
Nella Francia meridionale, in cui operava la 19a Armata, i soldati italiani disarmati furono affidati alla custodia del Comandante della Regione Militare Francia meridionale, In totale, da fonte tedesche[2], risulta essere stati disarmati e catturati 58722  militari italiani, di cui solo 24.203 cosiddetti internati militari. La situazione nella Francia meridionale era particolare. Il 30 settembre una disposizione dell’Intendente di Armata prescriveva che i soldati italiani catturati dovevano essere considerati come prigionieri di guerra in base alla Convenzione dell’Aja del 1929. Su queste basi, molti Comandi tedeschi richiedevano soldati italiani per esigenze logistiche, soprattutto costruzioni. Berlino, peraltro, non era di avviso di lasciare questi lavoratori in Francia in quanto la direttiva generale era quella di attenersi al criterio di procurare il maggior numero possibile di ex soldati italiani all’industria bellica tedesca. Il Comando Supremo della Wehrmacht autorizzò solo la formazione di soli 6 battaglioni lavoratori al posto dei 13 richiesti con lavoratori fedeli all’alleanza a favore e della 19a Armata e della 3a Flotta aerea.
Lo sgombero dei soldati italiani ebbe inizio l’11 settembre ed in generale non si verificarono incidenti, tranne uno, in ottobre, quando in uno scontro avvenuto nei pressi di Chalon sur Saone fra un treno merci ed un convoglio di prigionieri persero la vita 80 internati italiani. A settembre furono trasferiti dalla Francia meridionale in Germania 6 generale, 843 ufficiali e 11323 sottufficiali e truppa. Nel mese di ottobre si aggiunsero a questi altri 479 ufficiali 4763 sottufficiali e truppa, per un totale di 17414 militari. Rimanevano in Francia alla fine di ottobre 6789 militari internati. Questi vennero successivamente inviati in Germania, insieme ai lavoratori fedeli all’alleanza, agli ausiliari ed ai combattenti volontari. In totale quindi si può dire che dalla Francia meridionale gli internati militari furono poco più di 24.000, mentre oltre 35.000 soldati italiani accettarono le proposte tedesche e si integrarono nella organizzazione logistica tedesca.



[1] Per gli avvenimenti che videro protagoniste queste divisioni, vds. il capitolo seguente, che è dedicato al IV fronte della Guerra di Liberazione, ovvero la resistenza dei militari italiani fuori dal territorio della madrepatria. In questo capitolo indichiamo solo  la consistenza dei soldati che furono disarmati ed inviati nei campi di concentramento in Germania
[2] Schreiber, G., cit., pag. 309

giovedì 5 marzo 2020

San Saba

Campo di internamento tedesco a Trieste. Il Friuli Venezia Giulia era stato annesso al Reich in data 12 settembre 1943 insieme all'Alto Adige. Per questa ragione i tedeschi costruirono questo campo di concentramento a Triste. Una legge ferrea voleva che tutti i campi di concentramento che erano segreti fossero costruiti entro il territorio del Reich e non nei territori occupati.

venerdì 28 febbraio 2020

Tesi di Laurea.

Tesi sostenuta dl Dott. Sergio benedetto Sabetta al Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960 Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma Anno Accademica 2018-2019. E' trattato in chiave di ricostruzione di eventi del nucleo familiare anche l?internamento in Germania considerato uno dei fronti della Guerra di Liberazione. La tesi è consultabile previa autorizzazione dell'Autore presso l'Emeroteca dell'Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeno 1 (segrteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

venerdì 14 febbraio 2020

L'ultima vittoria della Whermacht


LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943

Presso il Gruppo Armate B, ovvero nell’Italia settentrionale, caddero in mano tedesca 236 carri armati ed autoblindo, 1138 pezzi di artiglieria, 536 cannoni controcarro, 797 cannoni contraerei, 2558 mortai, 5926 mitragliatrici e 386.900 fucili. Inoltre si devono aggiungere 35 navi da guerra, oltre a navi mercantili pronte all’impiego pari a 385.600 tonnellate di stazza lorda.

Nell’Italia meridionale l’Esercito tedesco entrò in possesso di 326 carri armati, 57 autoblindo, 113 cannoni semoventi, 1562 pezzi di artiglieria, 70 cannoni controcarro, 459 cannoni contraerei, 501 mortai, 173 lanciafiamme, 16.597 mitragliatrici, di cui 10.000 nuove trovate nei depositi, e 598206 fucili mitra e pistole. Inoltre 1769 autocarri, 309 autoveicoli, 409 motocicli e 6000 quadrupedi fra cavalli e muli. Vennero anche prese 40.000 tonnellate di munizioni, 13.400 tonnellate di esplosivi, 24.500 tonnellate di materiali del genio, 50.000 tonnellate di apparati vari, 18150 metri cubi di carburante, 2500 metri cubi di lubrificanti per motori, 12119 tonnellate di prodotti chimici, 1600 tonnellate di materiale sanitario, 3500 tonnellate di vestiario, 7000 tonnellate di viveri, 1600 tonnellate di materiali non ferrosi e 200 tonnellate di pellami .
 Per avere una idea della entità del materiale entrato in possesso dei tedeschi dal sud Italia verso nord fino al 10 ottobre 1943 furono inviati 12.034 carri ferroviari con materiale militare o da utilizzare nella produzione bellica. Una cifra che qualora riferita a tutto il territorio italiano risultò essere sino al 19 novembre quasi triplicata. Keitel asserì che dall’Italia erano giunti in Germania 36110 carri ferroviari con materiale militare e beni economici.






mercoledì 5 febbraio 2020

Il Terzo Reich e la scienza


di Alessia Biasiolo 
I medici generici aderirono ampiamente al partito nazista, accanto al 60% dei biologi e all’80% dei professori di antropologia, molti dei quali erano medici. Nella Germania nazista i progressi tecnologico-scientifici furono molti, assieme al perfezionamento di molti studi e ricerche. E molti furono i tedeschi emigrati, soprattutto negli Stati Uniti nel primo dopoguerra, che chiesero di rientrare nella patria d’origine dopo l’avvento al governo di Hitler, essendo diventati scienziati e lavorando in America in campi correlati alla scienza. Durante il periodo nazista, in Germania ci fu la fissione nucleare scoperta da Otto Hahn e Lisa Meitner nel 1938; la ricerca sugli ormoni e le vitamine; un’ampia ricerca farmacologica; innovazioni per la benzina, la gomma, l’automobile, il gas nervino sarin, il tabun usato per la guerra chimica, il metadone sintetizzato nel 1941. Venne progettato il primo missile balistico intercontinentale e negli anni ’40 furono i tedeschi a progettare il primo sedile a espulsione. La prima registrazione al mondo su nastro magnetico fu di un discorso di Hitler. Accanto alla complicità dei medici nelle campagne di sterilizzazione, o di eutanasia in epoca nazista, molto si fece anche per la ricerca, soprattutto contro il cancro, uno dei principali interessi di Hitler in campo medico. La storiografia si è concentrata maggiormente sul razzismo della Germania dell’epoca, spesso omettendo i successi ottenuti con studi seri e deontologicamente irreprensibili sui coloranti alimentari, il tabacco o la polvere. Spesso l’omissione più radicale è avvenuta proprio in Germania, dove i ricercatori contemporanei non vogliono ammettere di non essere i primi nel campo della ricerca su quello che era stato chiamato il male del secolo ventesimo, a causa della naturale avversione nei confronti di tutto ciò che è accaduto in Germania tra gli anni Trenta e Quaranta di quel secolo.
Eppure, gli attivisti nazisti hanno messo a punto il programma di prevenzione più aggressivo ed efficace contro il cancro, essendo la ricerca tedesca sulla malattia la più avanzata a quel tempo. Ad esempio, gli scienziati tedeschi furono i primi a scoprire i tumori della pelle causati dai distillati di catrame minerale e dimostrarono, già nel 1870, che l’estrazione dell’uranio poteva causare i tumori al polmone, tanto che fu la Germania il primo Paese al mondo a riconoscere il tumore polmonare come malattia professionale indennizzabile per i minatori che estraevano l’uranio. Identificarono per primi i rischi di tumore alla vescica collegati al colorante all’anilina (dato che la Germania era il maggior produttore mondiale di coloranti sintetici) già nel 1895, o i rischi di tumore alla pelle collegati all’esposizione solare già nel 1894. Sempre i medici tedeschi furono i primi a diagnosticare una forma tumorale indotta dai raggi X nel 1902, mentre nel 1906 dimostrarono che i raggi X possono provocare la leucemia. Furono sempre scienziati tedeschi a utilizzare per primi coloranti istologici come agenti chemioterapici nel 1922, così come genetisti tedeschi dimostrarono che il cancro al colon può essere ereditario come carattere dominante. La Germania fu sede del primo congresso internazionale della ricerca sul cancro nel 1906, ed essendo la patria dei raggi X, del colposcopio e dell’endoscopio rettale, fu anche pioniera nella diagnosi ottica del cancro. Sempre i tedeschi furono i primi a ipotizzare, già nel 1928, che il fumo passivo di tabacco potesse causare il tumore polmonare. Con il Terzo Reich, fu ampliato il Comitato per la lotta contro il cancro, nato nel 1931; istituiti archivi per registrare l’incidenza e la mortalità causati dalla malattia; implementate le misure di prevenzione; varate leggi contro l’adulterazione alimentare e medicinale, vietato di fumare e ridotto l’uso di cosmetici cancerogeni. Il motivo di tanto interesse è dato dall’indice di mortalità causata dal cancro tra le più alte al mondo, dato l’alto grado di industrializzazione della Germania. I partiti socialisti avevano da tempo chiesto più sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, ottenendo il sistema previdenziale più elaborato del mondo e varato già nel 1883, anche in risposta alle insistenze dei sindacati. Così, la Medicina tedesca era diventata potente e politicizzata, con forti movimenti di ritorno alla natura che cavalcavano il cancro come esempio di ciò che poteva portare il tendere solo al profitto. Inoltre, anche le assicurazioni trovavano più vantaggioso interessarsi alla prevenzione che non pagare per le terapie, così la lotta contro il cancro divenne sempre più precisa e accanita. E il nazismo non si lasciò sfuggire l’interesse politico di mantenere la stessa determinazione. Hitler stesso era vegetariano, non fumava e non beveva alcolici e non permetteva a nessuno di farlo in sua presenza, se non di tanto in tanto alle donne. La propaganda nazista insistette molto su questo punto, celebrando il salutismo del Führer contro l’accanimento di fumatori di Stalin, Roosevelt e Churchill, ad esempio; del resto anche Benito Mussolini e Francisco Franco non fumavano. Il salutismo del regime fece sì che gli Avventisti del Settimo Giorno appoggiassero il nazismo sin dal 1933, perché finalmente la nazione era affidata ad un uomo che aveva ricevuto il suo incarico direttamente dalle mani di Dio e che, appunto essendo vegetariano e senza vezzi di fumo e alcol, era senz’altro più vicino di chiunque altro alla concezione di salute degli Avventisti stessi. Gli omeopati si schierarono con il nazismo sempre per identità di vedute su alcuni elementi chimici dannosi. Ecco allora che la lotta contro il cancro doveva essere forte, determinata come tutto era tale per i nazisti del Terzo Reich. La prevenzione divenne determinante perché nell’epoca dell’obbedienza e del salutismo esasperati, arrivare dal medico con un cancro in stadio avanzato era indice di poca idoneità all’epoca in cui si viveva. Soprattutto le donne venivano guardate con disprezzo se avevano un cancro all’utero o alla mammella, proprio per la forte convinzione che la diagnosi precoce poteva curarle e salvarle. Dopo la scoperta del colposcopio, che veniva utilizzato per diagnosi al collo dell’utero e della cervice, il suo inventore Hinselmann sostenne che i medici che non lo adoperavano si rendevano responsabili della morte di 400mila donne all’anno in tutto il mondo. La campagna di prevenzione per le donne era stata organizzata capillarmente, utilizzando soprattutto giornali e radio, volantini e addirittura film. Iniziarono le lezioni di autoesame del seno (che negli Stati Uniti, ad esempio, iniziarono soltanto negli anni Sessanta) e si incentivarono visite anche semestrali per la diagnosi precoce del cancro. La campagna rallentò soltanto durante la guerra, nel 1942, ma non venne mai meno del tutto. Sembra che molti medici, però, contestassero ad esempio la validità di alcuni strumenti come il colposcopio, affermando che poteva bastare uno speculo e l’occhio del ginecologo per diagnosticare il cancro al collo dell’utero. Forse fu per rispondere alle critiche sulla sua invenzione, che Hinselmann mise a punto ad Auschwitz con Wirths, il medico comandante del campo, un progetto che veniva realizzato utilizzando il colposcopio per raccogliere campioni di tessuti cervicali dalle prigioniere del campo, per poi inviarli ad Amburgo per essere esaminati. Non è ben chiaro quali fossero i reali intenti del progetto, anche se forse dovevano appunto testimoniare sulla bontà dell’uso del colposcopio. A molte prigioniere, non essendo ben chiara ai medici la tecnica di utilizzo dello strumento, venne asportata tutta la cervice, causando emorragie e infezioni che le portavano alla morte. Alla fine della guerra, un testimone definì gli esperimenti di Hinselmann crudeli come molti altri riferiti nel campo di Auschwitz.
I provvedimenti legislativi nazisti, tuttavia, inficiarono la ricerca sul cancro, impedendo ad esempio, come a seguito della legge del 7 febbraio 1933, a molti ebrei, o comunisti, di continuare a lavorare. Al più celebre istituto di ricerca, presso l’ospedale Charité di Berlino, dodici ricercatori su tredici persero il lavoro e non poterono lavorare nemmeno per continuare ricerche così basilari per la salute pubblica. Vennero a mancare ricerche sull’immunologia o l’istologia che non sarebbero più state allo stello livello di prima delle leggi naziste, essendosi specializzati in alcuni ambiti soltanto scienziati ebrei.
I ricercatori che persero il lavoro a seguito delle leggi naziste furono circa un centinaio, ebrei secondo la definizione nazista dell’ascendenza. Rimase al suo posto, tra i pochi, Otto Warburg, biochimico e premio Nobel, che continuò a dirigere l’Istituto di fisiologia cellulare malgrado i vari tentativi di rimuoverlo, sembra perché Hitler credeva che fosse prossimo a scoprire una cura per il cancro. È vero, tuttavia, che l’Istituto contava su potenti appoggi, oltre ad essere una fondazione privata sulla quale le leggi potevano poco, oltre che godendo dei fondi della Rockefeller Foundation. In ogni caso, la ricerca sul cancro venne nazionalizzata in Germania, perché la “rivoluzione nazionalsocialista aveva creato opportunità del tutto nuove” anche in quel settore. Ciò non toglie che, anche secondo il direttore del registro dei casi di cancro di Norimberga, uno dei centri di schedatura obbligatoria dei casi della malattia istituiti, lamentasse come le leggi antisemite avessero ostacolato la raccolta dei dati relativi al cancro. I medici ebrei potevano operare soltanto su ebrei e in Germania uno su otto aveva ascendenza ebrea; pertanto aggiornare i registri dopo il 1938 sarebbe stato molto difficile, dati anche i trasferimenti di pazienti, oltre che di medici e ricercatori, in quanto appartenenti alla razza ebraica. Gli stessi registri medici, inoltre, vennero utilizzati come utile e rapido sistema per identificare la popolazione ebraica da deportare, quindi gli studi scientifici ebbero un forte rallentamento. Allo stesso tempo, le malattie classificate come ereditarie avevano portato a risultati pratici terribili. Nel 1933 venne varata, come abbiamo scritto, la legge sulla sterilizzazione in caso di molti difetti genetici e anche in caso di cancro familiare. Nel 1936 si ritenne che bambini affetti da un cancro agli occhi dovessero essere sterilizzati, tutto al fine di impedire la procreazione di razze umane cancerose. Tra gli aspetti pratici di queste teorie, vi erano le credenze che il fumo di tabacco fosse più comune nei tipi sclerotici, e naturalmente ci si riferiva anche a Winston Churchill, mentre i consumatori di tabacco da fiuto, snelli e astenici, erano tipicamente gli agricoltori bavaresi. Era diffusa la credenza che gli ebrei fossero più predisposti al cancro e non solo, che lo diffondessero in vari modi. Infatti, gli ebrei vennero accusati, nel 1941, di avere introdotto il consumo di tabacco in Germania e che dominassero i centri d’importazione di tabacco di Amsterdam, così come commerciassero con elementi pericolosi al fine di indurre malattie. Gli ebrei non solo erano immuni dal cancro, ma lavoravano per alterare i cibi tedeschi e portare malattie al “popolo eletto”.
L’alimentazione per i nazisti era fondamentale. Per avere persone sane e vigorose bisognava avere e consumare cibi sani ed energetici. I nutrizionisti tedeschi del tempo cominciarono a demonizzare la carne, i dolci e i grassi, in favore di alimenti più sani come i cereali, la frutta fresca e la verdura. Si pubblicizzava l’alimentazione sbagliata come originaria del cancro, anche alla luce dell’estrema incidenza del cancro allo stomaco degli anni Venti e Trenta non solo in Germania, ma in altre parti d’Europa e negli Stati Uniti, per motivi non ben chiari. Di certo i cibi molto salati, spesso fermentati o avariati, le frequenti contaminazioni di muffe della carne che veniva consumata, ma anche delle verdure e dei cereali dell’epoca, doveva avere contribuito alla diffusione della malattia. Tuttavia i nazisti demonizzavano alcuni alimenti anche per ragioni simboliche. Ad esempio, la panna montata veniva associata alla golosità, il pane integrale lo si associava alla cultura contadina; il colore del burro falsamente biondo veniva associato dai nazisti a chi si decolorava i capelli per assomigliare meglio al cliché di ariano di moda al tempo, e così via. Lo slogan era che l’alimentazione non fosse una faccenda privata: il corpo apparteneva allo Stato e si doveva operare per averlo al massimo grado di efficienza; quindi lo Stato si preoccupava di avere cittadini vigorosi per motivi politici, più che per il loro bene.
Chiedersi   quale fosse l’alimentazione migliore era un dovere di ogni bravo nazista, ma il dibattito sull’alimentazione naturale era acceso. Agli inizi dell’Ottocento i tedeschi consumavano 14 chili di carne e 250 chili di cerali all’anno, per passare a 56 chili di carne e 86 di cereali nel 1830. Negli anni Trenta del Novecento, il consumo tedesco di zucchero era passato da 4 a 24 chili pro capite all’anno, con aumento delle carie dentali, di malattie gastriche, nervose, digestive, cardiache e vascolari. Nel 1937, molte reclute erano state scartate per motivi odontoiatrici e questo veniva ritenuto assolutamente riprovevole. Bisognava ridurre i consumi assolutamente, non solo e forse non tanto per la salute, ma anche (e forse soprattutto) per motivi di risparmio economico. Il cancro veniva utilizzato come spauracchio per indurre ad un’alimentazione migliore, visto che non era ancora isolato il “germe” che lo causava.

Comm. Alessia Biasiolo

lunedì 20 gennaio 2020

Giovanni Carlo Rossi, Internato


MEDAGLIA D’ONORE IN ARRIVO PER IL PAPÀ DI VASCO ROSSI    


 di Elisa Bonacini

In arrivo la Medaglia d'Onore alla memoria del papà di Vasco, Giovanni Carlo Rossi, internato militare nei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale. L’onorificenza conferita su Decreto del Presidente della Repubblica tra pochi giorni perverrà alla Prefettura di Modena che ne programmerà la  data  di consegna, forse intorno al 27 gennaio, Giornata della Memoria.
Se il Prefetto acconsentirà alla richiesta della famiglia, la cerimonia potrebbe svolgersi presso il Municipio di Zocca, cittadina dell’appennino emiliano ove risiede la vedova, sig,ra Novella Corsi,  che qualche mese  ha firmato l’istanza per la richiesta dell’onorificenza.
Le pratiche necessarie sono state curate dall’associazione  “Un ricordo per la pace” promotrice dell’iniziativa  in  collaborazione con il Comune di Zocca.
Giovanni Carlo Rossi era tra i 650.000 soldati italiani che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 dissero NO al nazismo e pagarono sulla propria pelle la fedeltà alla Patria. Con legge n. 296 del 27 dicembre 2006 la Repubblica Italiana ha previsto per gli ex deportati (ormai rarissimi i viventi) ed alla loro memoria la concessione della Medaglia d’Onore a titolo di risarcimento morale per quanto patito in Germania. Catturati dai tedeschi sui vari fronti vennero deportati nei campi di concentramento ed obbligati al lavoro coatto; sottoposti a vessazioni morali, a maltrattamenti fisici ed a forti privazioni alimentari. Migliaia di IMI (Internati Militari Italiani) morirono nei lager e migliaia al rientro in Italia per le gravi malattie contratte in prigionia.
Era stato Vasco a raccontare sui social le vicissitudini del padre, deceduto nel 1979. Catturato dai tedeschi all’isola d’Elba il 17 settembre 1943 e deportato a Dortmund, costretto a lavorare per la Germania nazista. Riuscì a ricongiungersi con i famigliari solo nell’ottobre 1945.
Vasco: il nome scelto dal padre “Carlino” per l’unico figlio in segno di gratitudine per il compagno di prigionia che gli aveva salvato la vita in Germania durante “il bombardamento finale”.
Una storia che non è sfuggita all’Associazione “Un ricordo per la pace” di Aprilia impegnata da  anni nel progetto “MEMORIA AGLI IMI 1943-1945”. A luglio 2019 la presidente dell’associazione Elisa Bonacini aveva scritto una lettera pubblica a Vasco per invitarlo a richiedere la medaglia in memoria del padre. Il messaggio pubblicato da alcune testate giornalistiche è stato  accolto positivamente dal cantante che domenica 28 luglio ha pubblicato in Instagram alcune storie dedicate al papà prigioniero in Germania con l’esplicito riferimento alla Medaglia d’Onore ed al alcuni stralci lettera dell’Associazione “Un ricordo per la pace”.
Elisa Bonacini presidente di “Un ricordo per la pace”: “Una storia quella del padre di Vasco che non potevamo ignorare. La lettera che abbiamo inviato ai giornali il 19 luglio dell’anno scorso ha  avuto grande riscontro mediatico: il messaggio pubblicato da alcune testate giornalistiche tra cui il “Resto del Carlino” di Modena è pervenuto a Vasco in vacanza a Zocca. Avevamo scritto: “Caro Vasco, seppur inconsapevolmente, sei il più celebre dei testimonial per accendere i riflettori sulla storia degli IMI. Troppi anni di oblio. Chi meglio di te può farlo?”. E Vasco lo ha fatto. Siamo stati piacevolmente sorpresi dalla risposta in Instagram pochi giorni dopo, domenica 28 luglio, il giorno del compleanno del padre. Vasco ha pubblicato due storie dedicate al papà prigioniero in Germania e alcuni stralci della nostra lettera. Successivamente siamo stati contattati da una collaboratrice del cantante e ci siamo subito attivati per la richiesta dell’onorificenza, in collaborazione con il Comune di Zocca. E l’esito non poteva essere che positivo.
Tanto lavoro in questi mesi: grazie alla risposta di Vasco ed alla diffusione della notizia decine e decine di figli e nipoti di Imi, tra cui molti suoi fan, ci hanno contattato per avere informazioni sulla Medaglia d’Onore ed essere seguiti nell’iter. Moltissimi tra loro stanno per ricevere l’onorificenza già il prossimo 27 gennaio, Giornata della Memoria. Tra le telefonate pervenuteci alcune segnalazioni sono state di stimolo ad ulteriori ricerche sul percorso militare e di prigionia di Giovanni Carlo Rossi. In particolare stiamo cercando di identificare il militare di nome “Vasco” che gli salvò la vita in Germania. 
Esprimo a nome della mia associazione le più fervide congratulazioni alla sig.ra Novella e alla famiglia Rossi. Spero di poter incontrare presto Vasco nella sua Zocca o magari all’inaugurazione del “Museo per la pace”, un progetto cui la nostra associazione sta lavorando da molti anni qui ad Aprilia ove nel 1944 si sono tenuti tra i più cruenti combattimenti della seconda guerra mondiale per la liberazione di Roma. È nostra intenzione riservare una sezione della mostra agli Internati Militari Italiani. Se Vasco acconsentirà, saremmo felici di poterla intitolare al padre Giovanni Carlo in rappresentanza di tutti gli IMI 1943-1945. Ci sono valori che è necessario trasmettere alle giovani generazioni! Vasco, non dire no! ”

martedì 14 gennaio 2020

Il disarmo dei soldati italiani nell'Italia centro-meridionale. 102.340 disarmati, 24292 internati

LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943


La chiave di tutto era Roma e le divisioni italiane stanziate attorno a Roma. Questa non è la sede per analizzare gli avvenimenti che si svolsero nella capitale dall’8 al 10 settembre. L’unica cosa che si può dire, è che la reazione italiana a Roma impegno alcune divisioni tedesche che sarebbero state utili a Salerno. 

A Roma, come noto, si arrivò ad un accordo, condotto dl Ten. Col Giaccone e dal gen. Westphal, che, a fronte del disarmo delle truppe italiane, con le armi custodite da elementi misti italo-tedeschi, si assicurava che i tedeschi avrebbero rinunciato ad atti ostili nei confronti e dei civili e soldati italiani, e quest’ultimi poteva ritornare alle loro case. 

Si arresero per questi accordi le Divisioni Ariete, Centauro, Granatieri di Sardegna, Piave e i resti della Divisione Sassari, Piacenza e le truppe di supporto del Corpo d’Armata corazzato.


 Nel rapporto conclusivo stilato il 17 settembre 1943, Kesserling comunicò che nell’area di sua responsabilità erano stati disarmati 102.340 soldati italiani, dei quali, a loro volta 24.292 erano da considerarsi internati militari






domenica 5 gennaio 2020

Il disarmo dei soldati italiani all'estero: Balcani e Isole dell'Egeo.

LA  CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943



Per quanto concerne il numero dei militari italiani disarmati in Croazia, nel Balcani, a Creta, e nelle isole dell’Egeo, secondo l’Ufficio Eserciti stranieri Ovest dello Stato Maggiore dell’Esercito (tedesco) risultano esser stati catturati circa 380.000 soldati italiani dei 500.000 ipotizzati presenti in queste regioni. A questi vanno aggiunti altri 2200 soldati italiani che avevano raggiunto i partigiani e successivamente catturati, 1200 prigionieri già appartenenti alla Divisione Pinerolo, catturati in dicembre in Grecia, 9700 uomini delle divisioni Cuneo e Regina catturato nei combattimenti di Lero, Samo, e Santorino. Inoltre, secondo Schreiber[, che ha come riferimento i dati profferti dal Comando della 2a Armata Corazzata  e dal Comando del gruppo Armate E, i soldati italiani disarmati furono 429.986.
Una volta catturati e disarmati rimaneva ai tedeschi il problema del trasporto in Germania. Secondo il Generale direttore dei trasporti per l’area del Sud-Est di questi 429.986  ne vennero trasportati 297.217 in Germania, a cui si devono aggiungere altri 8000 italiani destinati a lavorare come prigionieri di guerra nell’Est europeo, e 216 ufficiali destinati a lavorare nel Lager di Mappen nello Jutland. In totale, quindi, si trattò di 305.432 soldati italiani avviati nei campi di concentramento della Germania o del “Governatorato Generale”.
Rimanevano nei Balcani  e sulle isole 124.554 soldati italiani della cui sorte tratteremo nel volume. Compendio dedicato al 1944


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sabato 21 dicembre 2019

Una propaganda irreale.


LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943


L'APPELLO DI KESSERLING AI SOLDATI ITALIANI

E’ interessante notare che in nella prospettiva di invogliare i soldati italiani ad entrare nelle fila tedescheKesserling rivolge un appello ai soldati italiani nel quale, oltre a stigmatizzare il comportamento del governo italiano, demonizzava le truppe anglo-americane, le quali non si sarebbero fermate davanti a niente né di fronte al patrimonio artistico-culturale dell’Italia né davanti alle famiglie, alle mogli ed alle figlie degli italiani e quindi occorreva aiutare i tedeschi a fermarle. Kesserling non esitò a parlare di nausea e ripugnanza verso il governo dei traditori dell’alleanza italo-tedesca, e sottolineò che in conseguenza i soldati non erano più vincolati al giuramento prestato al Re e quindi avrebbero potuto combattere con i tedeschi che avevano le armi più efficaci e belle del mondo, tutto per una Italia libera e bella. Un tedesco che parla in questi termini può solo lui sperare di essere seguito e, come ben noto, questo tipo di propaganda non ebbe alcun effetto sugli italiani che ne rimasero completamente indifferenti, anche se in molte coscienze vi erano molti dubbi.