"Non più reticolati nel mondo" Lo studio dell' Internamento come strumento per contrastare la violenza e la violenza bellica, in ogni tipo di società del secolo breve e del secolo in corso.. Come base di studio per affrontare il problema delle migrazioni e dello spostamento di massa delle popolazioni. E' spazio di ricerca su questi temi del CESVAM - Istituto Nastro Azzurro ( Massimo Coltrinari) info:centrostudicescam@istitutonastroazzurro.org
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sabato 25 aprile 2020
lunedì 13 aprile 2020
Hitler e l'Occultismo I Parte
di Alessa Biasiolo
L’Illuminismo rinascimentale ebbe una grande
influenza in Germania, soprattutto sul Romanticismo. Albert Béguin ricorda come
diverse correnti letterarie prepararono quella manifestazione d’irrazionalismo
che non fu, secondo lui, né brusca né nuova come si potrebbe pensare. L’Illuminismo
secondo l’Autore, aveva già affermato qualcuna di quelle idee fondamentali che saranno
comuni alla maggior parte dei fisici romantici. Keplero, Nicolò Cusano,
Giordano Bruno, pensavano che l’universo fosse un essere vivente provvisto di
un’anima. Che un’identità essenziale unisse tutti gli esseri particolari che
sono un’emanazione del Tutto. In nome di questo, ciascun essere è legato
all’altro, nulla è isolato e ogni manifestazione può raggiungere chiunque
nell’universo, soprattutto grazie alla magia, mezzo per mettere tutto e tutti
in comunicazione. Anche l’astrologia è fondamentale, per questi filosofi,
perché l’analogia essenziale tra la natura e l’uomo permette di concepire che
ciascun destino è legato al corpo degli astri e delle costellazioni. L’uomo è
al centro della creazione in un posto privilegiato nella catena degli esseri, perché
è un essere pensante, specchio in cui l’universo si riflette e si riconosce. La
conoscenza del reale, dunque, si opera attraverso la pura contemplazione
interiore, grazie all’esperienza vissuta. In molti casi, l’esperienza al tempo non
era del singolo, ma di piccoli gruppi che si riunivano intorno ad un Maestro e
che, condividendola, la propagavano con pubblicazioni o condivisioni con altri
studiosi, viaggi e anche conversazioni segrete per evitare l’interesse
dell’Inquisizione. Sembra che una pre-Massoneria si sia così formata a partire
dal XVI secolo estendendosi in Inghilterra, Germania, Francia e Italia.
Francesco Bacone ipotizzava assemblee di studiosi che potevano esaminare e
perfezionare tutte le conoscenze umane, coloro che definiva i tesorieri della
scienza. Proprio a Bacone si fa risalire la Framassoneria, tesi sostenuta sin
dal 1870, oltre a ricondurre molti interessi ai circoli artistici e filosofici
di Norimberga, soprattutto ruotanti intorno ad Albrecht Dührer. Erano anni in
cui la Chiesa si dimostrava scettica dinanzi ai circoli scientifici, compresa
la Royal Society inglese che venne tacciata di empietà nel 1639. A suo carico
si parlava di una società segreta, detta Macaria, e di un Invisible College, ma
non si trovarono prove, fatto sempre molto difficile nei casi di sette segrete.
Si parlava anche di Johannes Valentinus Andreae o Andrewas, creatore della
Rosa-Croce, come appartenente ad una società segreta detta della Palma, fondata
a Weimar nel 1617. Uno studio sulla Rosa-Croce lo si deve a Paul Arnold che
indica come la Germania luterana conobbe una notevole intransigenza dinanzi al
fiorire di sette ed eresie, tanto che una minima parola poteva essere oggetto
di accuse, di conclusioni di carriere ecclesiastiche protestanti, di cadere in
disgrazia agli occhi dei principi. Soprattutto i membri della Rosa-Croce
subirono repressioni, anche per gli stretti legami con l’alchimia. I
rosacrociani asserivano di comunicare con il pensiero, di poter operare per
parlare la lingua di ogni popolo presso cui risiedevano e che, se qualcuno li
voleva avvicinare sinceramente, li avrebbero incontrati sempre nei luoghi del
pensiero, inaccessibili agli altri. Essi si dichiaravano discendenti da mistici
tedeschi e fiamminghi, con nozioni ellenistiche ed ermetiche sulla divinità
dell’essere umano e una concezione esoterica dell’emanazione divina, la
capacità di utilizzare i simboli esoterici già adoperati dai framassoni, tra i
quali soprattutto la scala di Giacobbe, il Sole, la Luna. Influirono molto sui
sistemi rosacrociani il pensiero di Cartesio e Spinoza, anche se non risulta
che i due filosofi si siano mai iscritti alla setta; risulta, però, che in
occasione dei 250 anni dalla morte di Spinoza, nel 1927, la Framassoneria
olandese ufficialmente partecipò alle celebrazioni con un omaggio alla tomba di
colui che aveva contribuito alla creazione della Massoneria speculativa e al
suo ideale di tolleranza e libertà.
Arriviamo così al 1776 quando viene costituito
il cosiddetto Ordine degli Illuminati di Baviera, accusato addirittura di avere
tramato per la preparazione della Rivoluzione Francese. In quegli anni si
rincorrevano gli editti di divieto di alcune logge e di altre no, oppure di
appartenenza: spesso era vietato appartenere a logge umanitarie contemporaneamente
a quelle dette antico-prussiane, ad esempio.
Alcuni Ordini, nella Germania di inizi Novecento, si dichiaravano
nazionalisti, fedeli al cristianesimo dogmatico e al razzismo, molto prima
dell’avvento delle ideologie hitleriane. Questo perché si rifacevano a
posizioni specialmente settecentesche rispetto alla divisione interna alle
Chiese cristiane, alla volontà di portare un punto fermo nella dottrina,
secondo il punto di vista settario. C’erano allora regole di stretta osservanza
che prevedevano negli Ordini l’esclusione delle donne e degli ebrei, mentre prevedevano
per ciascun adepto un severo programma di studio e di vita quotidiana, sotto il
vigile controllo dell’Ordine stesso. Il rito di iniziazione variava da Ordine a
Ordine, ma aveva all’incirca le stesse regole: l’iniziato veniva accolto di
notte in una stanza dalle finestre ermeticamente chiuse, poco illuminata, in
presenza dei suoi padrini. Domande e risposte rituali ricordavano all’iniziato
i suoi obblighi e la sua volontà; quindi venivano espressi i voti, o rinnovati,
soprattutto di segretezza e di obbedienza. Nell’Ordine di Minerva,
rappresentato da una civetta che stringeva tra gli artigli un libro con le
iniziali P.M.C.V. dalla frase Per me
caeci vident, Grazie a me i ciechi vedono,
durante la seconda metà del Settecento vennero introdotte delle variazioni e
gerarchizzazioni a completamento dell’organizzazione preesistente. Una di
questa comprendeva i nuovi gradi di Illuminatus
major e Illuminator dirigens. Il
grado si Illuminato minor
corrispondeva all’insegnamento dell’arte di governare gli uomini per dirigerli
verso il bene e la luce. Si sviluppavano i talenti dell’osservazione e del
retto giudizio del neofita, oltre alla persuasione e convinzione degli spiriti
ribelli. Dopo attenta osservazione dei difetti e delle qualità dell’Illuminator minor, poteva essere
condotto ad accedere ai gradi superiori. Abbiamo allora gli Illuminati di Baviera, Ordine che
esercitò influenza politica fino al 1784: secondo alcune fonti dei servizi segreti
austriaci, essi diressero occultamente il governo bavarese fino agli inizi
dell’800. Lo stesso Massimiliano Giuseppe, re di Baviera, sembra fosse
framassone, appartenente alla Stretta Osservanza con il nome di Cavaliere
dell’Aquila di Giove. Comunque emanò il rinnovo dell’editto di interdizione di
tutte le società segrete il 5 marzo 1804. La vicenda del Re dimostra, vista
nella sua interezza, come fosse complesso appartenere ad un Ordine e come fosse
delicato il meccanismo di ingresso, uscita, carriera. L’Ordine degli Illuminati
rimase dormiente fino al 1906, quando un tale Theodor Reuss lo riportò in vita
attiva. Prima della Grande Guerra riapparve a Dresda un bollettino dell’Ordine,
mentre nel 1912 a Berlino esisteva una loggia all’opera per costituire una
Grande Loggia degli Illuminati Framassoni per la Germania. Reuss importò molte
pratiche dall’Inghilterra, creando molta confusione sui riti dell’Ordine
stesso, mentre il movimento gioannita diventava sempre più potente emigrando in
Austria, dove la sua influenza divenne molto forte. Sempre nel 1912, André
Chéradame pubblicò un articolo dal titolo “Tra la pace e la guerra” in cui
metteva in guardia dalla Germania che, malgrado l’attitudine apparentemente
pacifica, sarebbe stata pronta ad attaccare la Francia. Chéradame aveva
intrapreso studi sul movimento pangermanico politico e militare nelle sue
ripercussioni internazionali, cercandone le ramificazioni in quasi tutto il mondo.
La presenza di dottrine pangermaniche era nota in molti circoli, ma nessuno
avrebbe mai pensato che ci fosse un piano per l’egemonia tedesca. Secondo lo
studioso, i tedeschi si muovono sempre con metodo e ogni piano d’azione si basa
su una dottrina che si sono fatti. “A partire da questa concezione, essi
marciano in seguito con tenace risoluzione”, affermava Chéradame. L’intento era
che i tedeschi governassero il nuovo impero che si sarebbe costituito dal
piano, con la coscienza di essere un popolo padrone, mentre i sottomessi avrebbero
svolto i compiti inferiori, specialmente gli stranieri sottomessi dalla
dominazione tedesca. Il piano pangermanista, pertanto, sembra avere trovato nel
razzismo hitleriano un’espressione atta a portare a termine i propri progetti.
Soprattutto, l’evidente antisemitismo hitleriano avrebbe giocato a favore della
strategia di coalizzare intorno al piano le persone che non vedevano di buon
occhio gli ebrei in Europa, e in Germania in modo particolare. Dopo il crollo
della Borsa di Wall Street nel 1929 e la successiva crisi economica,
l’antisemitismo fu un modo come un altro per catalizzare l’attenzione delle
persone contro ebrei e marxisti, a contenere l’ondata di demoralizzazione e
rabbia conseguenti alla spaventosa crisi economica che, ancora una volta,
colpiva il popolo tedesco. Il progetto hitleriano cavalcò, allora, la borghesia
già antiebraica che viveva un clima da affare Dreyfus in Francia, con una legge
di emancipazione prussiana entrata in vigore nel 1869 e mai revocata, che aveva
notevolmente aumentato la minoranza
ebraica e di conseguenza le recriminazioni dei non ebrei. In questo quadro, non
va dimenticato che non fu solo la società tedesca a sviluppare circoli, e
circoli esoterici, o idee di dominio, che la accumunavano ad altri Stati
europei. Inoltre, l’opera di Ramée aveva svolto un’importante azione in molti
circoli francesi, proponendo una teologia di governo fondata sulla superiorità
dell’uomo di razza caucasica sulla razza semitica mediterranea, considerata
iniqua. Argomenti che non devono stupire, dato che in quegli anni erano alla base
del pensiero soprattutto europeo e “giustificazione” per un imperialismo che
portò, per varie cause, al primo conflitto mondiale. Pare che Hitler ignorasse
l’opera di Ramée, ma molti passaggi del Mein
Kampf rassomigliano al lavoro del francese. Ramée sosteneva la necessità di
una ideologia e di una politica razziste, nell’interesse generale, con
prevalenza della legge del legame di sangue e personalità forti in grado di
governare, con uno strano legame con il divino di cui si è immagine. E se Dio è
Padre dell’Universo, il capo dello Stato doveva essere immagine del divino, quindi
Padre dello Stato. Chi governava assumeva i contorni di una sorta di Dio in
terra, quindi. Si crea intorno al razzismo una falsa comunità nel male,
tuttavia non si deve confondere questa posizione con la gnosi razzista
hitleriana e dei suoi accoliti. Secondo i nazisti, infatti, la religione del
sangue ariana doveva costituire una nuova nobiltà alla quale aspiravano uomini
senza un lignaggio e che, appartenenti alla medio bassa borghesia, sognavano di
accedere alla classe degli aristocratici in questo modo. Hitler riuscì, con la
sua ideologia, a distinguere la comunità del partito nazionalsocialista tedesco
dei lavoratori dalle comunità nazionali e religiose tedesche comuni. In questo modo,
i suoi seguaci venivano affrancati dalle leggi di moralità proprie della plebe,
sottraendoli nel contempo dalle legge umanistica considerata “giudeo-cristiana”
e poco virile.
Chi rivendicava di avere “seminato ciò che il
Fuhrer aveva raccolto” fu, senza mai alcuna smentita, il barone Rudolf von
Sebottendorff nel suo Prima che Hitler
venisse. Secondo Maser, la Thule-Gesellschaft era un’organizzazione
clandestina dell’Ordine dei Germani, fondata nel 1912 con a capo, per la
provincia di Baviera, il barone von Sebottendorff dal 1918, un uomo tornato in
Germania dalla Turchia misteriosamente molto ricco. Pur essendo stato protetto
da un commerciante ebreo, divenne fortemente contrario agli ebrei europei e,
sotto la sua direzione, la Thule-Gesellschaft divenne fortemente razzista e
nazionalista soprattutto operando a Monaco, dove il barone conobbe Hitler ed
insieme misero a punto le basi per il nuovo partito Nazionalsocialista. Nelle
liste della Thule-Gesellschaft, come pubblicate da von Sebottendorff nel 1933, Adolf
Hitler risulta nato il 20 aprile 1889 a Braunau-am-Inn; dopo gli studi alla
Realschule, studiò alla scuola di architettura di Vienna. È indicato come
“Manovale e pittore”, dal 1912 risiedente a Monaco. Arruolatosi volontario allo
scoppio della prima guerra mondiale nel 16° Reggimento bavarese di fanteria List, fu gravemente colpito dai gas
tossici a Ypres il 14 ottobre 1918. Il 10 maggio 1919, agli ordini del capitano
Roehm in qualità di ufficiale istruttore, fu nel 4° Reggimento di fanteria a
Monaco. Sempre in quell’anno, Hitler inizia ad impegnarsi nella lotta politica.
Nella stessa lista si trovavano Rudolf Hess (condannato all’ergastolo a
Norimberga nel 1946), Hans Riemann (che esercitò una forte influenza ideologica
sull’NSDAP), Alfred Rosenberg (capo dei servizi di politica estera dell’NSDAP),
Michel Hans Frank (criminale di guerra giudicato a Norimberga e impiccato nel
1946), tra gli altri. Tutta la trattazione del barone von Sebottendorff nella
Thule era fortemente antiebraica, fino alla reinterpretazione della storia di
Israele. L’Ordine dei Germani, che aveva come simbolo la croce gammata e spesso
il dio Wotan, nel 1912 divenne una società segreta razzista, di cui la
Thule-Gesellschaft era la Gran Loggia bavarese. Pertanto l’idea della croce
gammata, così come del saluto “Sieg Heil”, proviene dalla Thule e
precedentemente alla nascita dell’NSDAP, che scelse il simbolo come segnatura
araldica. Sembra che la croce gammata, o artigliata hitleriana, sia poi stata
scelta segretamente per i suoi rapporti simbolici con le armi degli
Hohenzoller. Essi, davanti al progredire dei valori cristiani, abbandonarono
temporaneamente la tradizionale genealogia solare pagana rossa e oro della
Ruota Solare, sacrificandosi al nero e bianco in attesa che la vera antica
gerarchia venisse ristabilita. Il ristabilimento si sarebbe prodotto quando i
portatori dello scudo della Ruota Solare avrebbero rivelato che la croce
equilatera nella ruota altri non è che un disegno occulto della croce
artigliata, nel momento in cui la superiore razza germanica si fosse liberata
dagli Ebrei, così come dai loro Rabbini e dai Gesuiti, portando la Germania ad
un nuovo avvenire e ristabilendo la religione antica di Wotan (o Wuotan).
Rimaneva la tradizione di un rapporto religioso tra un avo degli Hohenzollern e
il culto di Odino: gli Hohenzollern erano i depositari delle conoscenze pagane
e la religione solare era una delle più antiche credenze della Svevia sulla
quale dominavano. Plinio affermava che la Thule era la più lontana delle terre
conosciute, sulla quale non c’erano notti al solstizio d’estate e dove le
tenebre rimanevano tutto l’inverno. Della Thule scrissero Tacito, Plutarco, ma nella
tradizione esoterica, la Thule era l’isola sacra per eccellenza della
rivelazione primordiale, il primo dei centri iniziatici difeso da una
cavalleria mistica e dove risiederebbe il re del mondo. Secondo la simbologia,
tuttavia, i nazisti non sembravano così profondi conoscitori del reale
significato della svastica e della croce gammata, pertanto bisogna separare il
senso tradizionale della Thule con il senso razziale e nazionalista che von
Sebottendorff, e i suoi accoliti, accordarono all’allegoria della loro società
segreta.
Per la cerimonia di inaugurazione dei nuovi
locali della Thule di Monaco, nell’agosto 1918, il barone von Sebottendorff
venne eletto Gran Maestro e si decise che ogni sabato sarebbe stato consacrato
alla creazione di nuove logge. Infatti, sabato è il giorno di Saturno dal segno
simbolico molto simile alla firma di Hitler. Nel novembre dello stesso anno, le
logge in Baviera contavano 1500 membri, riconoscibili dalla croce gammata
incrociata a due lance. In quel mese, il barone annunciò la lotta contro gli
ebrei, giurando sulla croce gammata, invocando il dio Sole, ricordando la runa
dell’aquila simbolo degli Ariani, quell’aquila rossa che ricordava che bisogna
passare dalla morte per poter rivivere. Quasi una strofa di un canto delle SS
future. La mitologia viene costantemente richiamata, così come la necessità di
un partito politico razzista che, tuttavia, non poteva essere dichiarato per
non incorrere nell’attenzione dei nemici e attirarsi contro le leggi. Nasce,
intanto, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP),
evoluzione del DAP del 1919 (fondato da Harrer, delegato della
Thule-Gesellschaft), al quale Hitler era iscritto proprio dal 1919 e di cui
divenne presidente nel 1921, mentre von Sebottendorff fu costretto a dimettersi
e ad emigrare per le accuse di aver usurpato il titolo baronale che, di fatto,
aveva ereditato dal padre adottivo. In occasione del putsch hitleriano, il
tentativo di colpo di stato di Monaco dell’8 e 9 novembre 1923, vi partecipò
attivamente il nuovo capo della Thule, Sesselmann, setta che venne poi
perseguitata, come il partito, a seguito della vicenda. Durante la stesura del Mein Kampf, avvenuta mentre Hitler era
agli arresti nella fortezza di Landsberg per soli nove mesi, dei cinque anni di
condanna, Hitler venne aiutato da Rudolf Hess, membro attivo della
Thule-Gesellschaft e iniziato ai riti germanici. Hess, come un altro capo
nazionalsocialista, Himmler, era un profondo conoscitore dell’esoterismo e
delle dottrine segrete e utilizzavano spesso simboli precisi come le edizioni
di lusso del Mein Kampf e una matita
verde, quest’ultima molto cara a molti capi dell’NSDAP. Durante la prigionia di
Hitler, nel 1924, von Sebottendorff pubblicò a Lipsia un opuscoletto dal titolo
rivelatore: “La pratica operativa dell’antica Framassoneria turca. La chiave
per la comprensione dell’Alchimia. Un’esposizione del rituale, della dottrina e
dei segni di riconoscimento della Framassoneria orientale”, un modo per rendere
noti i segreti per ottenere la forza, rivelare i misteri, gli stessi dei
Rosa-Croce e degli alchimisti, cioè una sorta di pietra filosofale per
raggiungere il Sapere. Lo stesso barone, esperto di astrologia, dirigeva
un’importante rivista chiamata “Rivista astrologica” alla quale collaboravano
eminenti studiosi della materia. Apprendiamo, ad esempio, dal diario di Schwerin
von Krosigk che Goebbels e Hitler, due tra i capi del nazionalsocialismo che si
affidavano agli oroscopi per il loro vivere quotidiano, avevano fatto cercare
due oroscopi che venivano accuratamente aggiornati da uno degli uffici di
ricerca di Himmler. Uno era l’oroscopo del Führer disposto per il giorno 30
gennaio 1933, e l’altro l’oroscopo della Repubblica, disposto per il giorno 9
settembre 1918. Questi testi, considerati praticamente sacri, vennero fatti
esaminare e si scoprì un fatto “stupefacente”. Entrambi annunciavano la guerra
del 1939, le vittorie fino al 1941 e quindi una serie di disfatte fino al 1945,
soprattutto fino ad aprile. Gli oroscopi prevedevano, poi, la pace a partire da
agosto, quindi tre anni difficili, poi ancora la grandezza della Germania a
partire dal 1948. Nel diario di Schwerin von Krosigk risulta che egli stesso
non riuscì a leggere tutte quelle profezie negli oroscopi, tuttavia racconta
che Goebbels ci credeva al punto che, alla morte di Roosevelt, andò da Hitler a
dirgli che era scritto negli astri che in aprile si avrebbe avuta una rivincita
a suo favore. (continua con post in data 12 maggio 2020 II Parte)
Alessia
Biasiolo
Bibliografia
Albert Bégiun: “L’anima romantica e il sogno”,
Garzanti, Milano, 1975
Norman Cohn: “I fanatici dell’Apocalisse”,
Edizioni di Comunità, Milano, 1980
Adolf Hitler:
“Mein Kampf”, Monaco, 1942
Jacopo Mordenti: “I cavalieri teutonici”,
Storica n. 86, aprile 2016
Rudolf von Sebottendorff: “Prima che Hitler
venisse”, Edizioni Delta-Arktos, Torino, 1987
Trover-Roper: “Gli ultimi giorni di Hitler”,
Mondadori, Milano
domenica 12 aprile 2020
domenica 5 aprile 2020
Il nazismo e l’alimentazione
di Alessia Biasiolo
Le
teorie alimentari tedesche relativamente al cancro, consideravano che si
trattasse di una malattia dovuta meno a germi o agenti chimici (gli studi
venivano comunque condotti lo stesso per cercare di trovare, o di escludere,
qualche possibile causa patogena) che a processi disfunzionali dell’organismo.
L’insorgenza del cancro, infatti, era messa in relazione allo stress e alla
cattiva alimentazione, qualcosa cioè che, indebolendo l’organismo, favoriva
l’insorgenza della terribile malattia. Per molti scienziati, come Liek, il
cancro era una malattia del corpo nel suo complesso: le cause potevano allora
essere genetiche, alimentari, appunto, stressogene, eccetera. Chi sosteneva,
con Liek, questa teoria, ed erano in molti, caldeggiavano un’alimentazione
povera in proteine e zuccheri e ricca di fibre e frutta. Il timore più grande,
infatti, era evidenziare come il cancro colpisse persone in buona salute,
pertanto venivano consigliati periodi di digiuno e la riduzione del consumo di
carne. Anche per la gioventù hitleriana era stato prodotto un manuale dal
titolo “La salute attraverso una corretta alimentazione” e, tra i vari
consigli, quello più interessante proponeva l’uso della soia come sostituto
della carne. Altro interesse riguardava la lotta alla stitichezza, condotta con
l’utilizzo soprattutto di pane integrale. L’uso della carne era stato
ripetutamente demonizzato, come già abbiamo scritto, soprattutto alla luce
dell’alto consumo che si praticava nella Germania nazista e del fatto che
Hitler fosse vegetariano. Si pensava che la carne fosse causa di aggressività,
di golosità pericolosa e lesiva della salute fisica e morale, tanto come alla generazione
precedente di tedeschi era stato insegnato che l’utilizzo di frutta e verdura
fosse dannoso. Allo stesso tempo, la campagna di Hermann Göring contro la
vivisezione, aveva portato al maggiore rispetto degli animali: annunciata
nell’agosto 1933, la fine della pratica della vivisezione aveva condotto ad
un’intensa campagna a favore della posizione salutistica del maresciallo, che
minacciava di inviare ai campi di concentramento quanti avessero ancora
torturato gli animali per studi ed esperimenti scientifici. Il dibattito
alimentarista, però, non si quietò, anzi. Da un lato la scuola di pensiero che
aveva sostenuto come frutta e verdura portassero al cancro, opinione
controbattuta da quanti analizzavano come popolazioni asiatiche come quella
indiana avessero una bassissima percentuale di cancro, malgrado il forte uso di
verdura; dall’altra parte c’era chi considerava, ancora nel 1942, che la
popolazione “pura” della Groenlandia avesse una bassissima incidenza di cancro
malgrado il consumo quasi esclusivo di carne. A questo si affiancavano studi
effettuati in Francia, secondo i quali i macellai, che maneggiavano
costantemente la carne, non era quasi mai malati di cancro, quasi che (come per
il vaccino) diventassero immuni alla malattia grazie al proprio lavoro. Naturalmente,
queste considerazioni andavano di pari passo all’approvvigionamento tedesco di
derrate alimentari. Infatti, negli anni Trenta veniva deplorato l’utilizzo di
tanto terreno per produrre cereali adatti all’alimentazione del bestiame, quando
si sarebbero potuti utilizzare i campi per l’alimentazione umana. E c’era anche
chi denunciava questa politica, e la relativa campagna pubblicitaria per la
popolazione, alla luce della scarsità di cibo circolante, dovuto alla necessità
di scorte per i militari e alla politica di autosufficienza agricola che aveva
notevolmente ridotto le scorte della Germania.
Tornando
comunque alla necessità di imitare il capo, soprattutto fra coloro che gli
volevano essere più vicini, era risaputo che Hitler fosse vegetariano e che non
bevesse né fumasse. Il suo stile di vita era studiato anche prima del suo
avvento al governo, ad imitazione del suo essere nazista da parte soprattutto
degli adepti. I giornali del tempo, comunque, riportavano come talvolta il
Führer si concedesse qualche fettina di prosciutto, degli gnocchetti di fegato
bavaresi, del piccione, del caviale e dei cioccolatini, malgrado i suoi
interessi, citati anche in conversazioni con amici e altri intimi, vertessero
sulla possibilità di cibarsi solo di frutta, verdura e cereali crudi, perché la
cottura, sterilizzando gli alimenti, li privava del loro naturale potere
benefico. Si interessava dell’uso delle erbe e dei bagni terapeutici di acqua
fredda; sosteneva la necessità di utilizzare olio d’oliva, molto salutare,
limitando l’uso del grasso di balena, anche per evitare la decimazione dei
cetacei. Sembra che la maggiore influenza sugli usi alimentari di Hitler
l’avesse avuta Richard Wagner, sostenitore di come e quando la razza umana si
fosse mescolata e contaminata proprio per l’utilizzo di carne. Le teorie sulle
abitudini alimentari di Hitler sono molte: alcune sostengono che la motivazione
vera alla rinuncia alla carne derivasse dall’aver preso alla lettera l’appello
wagneriano; altri sostengono che avesse problemi digestivi derivanti dalla
difficoltà di metabolizzare la carne, da cui il relativo privarsene; altri
ancora sostengono che la propaganda contro l’uccisione degli animali a scopo di
alimentare l’uomo, non fosse altro che una modalità per dipingere il capo
supremo della Germania nazista come buono e premuroso, per sfatare l’idea del
persecutore senza scrupoli. Non ci sono prove certe che Hitler temesse di
contrarre il cancro, mentre è certo che altri gerarchi fossero fautori delle
terapie naturali, come Himmler che sosteneva l’uso di verdure crude, la
medicina naturale, il prendere esempio dalle diete orientali. Himmler odiava
l’obesità e lanciò una campagna per combatterla tra le SS che dirigeva. Fu sua
l’idea di piantumare nei campi di concentramento e in alcune caserme orti di
erbe, così come si oppose alla distribuzione di miele artificiale alle SS, e
all’adulterazione degli alimenti. Himmler era fautore di una pubblicità rivolta
alle casalinghe affinché si abituassero a salvaguardare la salute partendo dal
cibo che preparavano per i figli e in casa in genere. Anche Rudolf Hess
sosteneva l’omeopatia e l’uso di erbe medicinali e sembra che fosse
vegetariano, al punto di infastidire Hitler perché alle riunioni si portava il
pasto da scaldare, disdicendo di consumare i pasti della cuoca dietologa di
Hitler stesso. La risposta era relativa agli alimenti biodinamici del pasto di
Hess che, comunque, ottenne di essere invitato più raramente a pranzo con
Hitler. Le abitudini alimentari di Hitler divennero importanti perché egli
incarnava gli ideali della Germania nazista, quindi egli rappresentava il
tedesco ideale: a lui, dunque, bisognava rifarsi per essere, o diventare, bravi
nazisti. Il corpo di Hitler divenne oggetto di venerazione ed emulazione, tanto
che tantissimi uomini tedeschi del tempo portavano baffetti come il Führer il
quale, secondo i detrattori, si era fatto crescere i baffi per nascondere delle
narici “ebraiche”, mentre delle canzoncine inglesi scherzavano sulla
malformazione dei suoi genitali. Hitler decise, quindi, con una deliberazione
del 1937, di vietare l’attenzione sul suo corpo, forse anche perché le sue
abitudini vegetariane erano diventate pretesto per la pubblicità di una
fabbrica; molto più probabilmente per non essere messo in ridicolo.
L’astenersi
dal bere alcol di Hitler diede forza a tutte le associazioni che già da tempo
si battevano, in Germania e in Austria, contro l’abuso di alcol. Pertanto si
approfittò della situazione per sostenere con i giovani che la loro virilità si
sarebbe misurata non dalla capacità di bere birra, ma di rimanere sobri. Anche
l’alcol venne imputato di causare il cancro, così come Lehmann aveva indicato
in un suo studio del 1919, secondo il quale birrai, baristi e similari
presentavano un’alta incidenza di cancro. Lo stesso Liek, astemio da prima
della Grande Guerra, sosteneva che l’alcol fosse causa di gravi malattie, dai
problemi ai nervi a molto altro. Per questo motivo, l’ascesa al potere di
Hitler venne vista di buon occhio da tutti coloro che si battevano contro l’uso
di alcolici, anche grazie alle esternazioni dello stesso pubblicate su molti
periodici già dagli anni Venti. Egli sosteneva, infatti, che il popolo si
dovesse liberare da quel veleno, in modo da poter essere il forte popolo tedesco
che le sue teorie profetizzavano. Già nel 1933 venne vietato di bere durante la
celebrazione della festa nazionale del lavoro, la festa che sostituiva le
celebrazioni del primo maggio. Se era difficile sradicare dai tedeschi l’idea
di bere birra, si doveva cercare di rafforzarne il carattere e anche di
risparmiare miliardi di marchi l’anno, spesi in alcol anziché in altri
acquisti. Varie leggi, sempre dal 1933 in avanti, vietavano le pubblicità di
alcolici, e questo soprattutto per cercare di arginare un’altra piaga tedesca:
il numero di incidenti stradali, i più dei quali erano da imputare proprio
all’uso e abuso di alcolici. Nel 1940 venne lanciata “l’operazione tè” nei
luoghi di lavoro: notevoli quantità di tè vennero distribuite in tutte le
fabbriche in cui gli operai si trovassero a lavorare a temperature alte, per
favorire il bere bevande meno pericolose della birra o di altri alcolici. Si
incentivò anche la campagna a favore delle tisane, dei succhi di frutta, del
succo di pomodoro e similari. Nel 1938, il sidro venne nominato ufficialmente
“bevanda del popolo”, mentre nell’ottobre del 1939 venne vietata la vendita di
alcol nelle osterie. Gli studi affermano, tuttavia, che se i tedeschi
consumavano meno alcol era per l’effetto della contrazione del potere
d’acquisto, più che per le campagne messe in atto, tanto che i livelli di
consumo di alcolici furono praticamente costanti, se si considera flessioni e
ripresa. Ad esempio, la produzione di vino aumentò dell’80% nei primi cinque
anni di governo nazista, così come aumentò la produzione di spumanti;
aumentarono anche le produzioni di alcolici (per quanto vietate) da prodotti
succedanei.
giovedì 2 aprile 2020
domenica 29 marzo 2020
Una data da ricordare: lo sbarco di Anzio. Cerimonie
Commemorazioni del 76esimo anniversario dello Sbarco
Alleato
L’OMAGGIO DI “UN RICORDO PER LA PACE” AL MEMORIALE
E.F.WATERS
Si sono svolte
martedì 21 gennaio ad Aprilia e Lanuvio le commemorazioni del 76esimo
anniversario dello Sbarco Alleato. Le cerimonie inserite nel circuito
celebrativo dello Sbarco Alleato, avvenuto sul litorale di Anzio e Nettuno il
22 gennaio 1944.
Dopo la
cerimonia a Campo di Carne presso il Monumento “Graffio della Vita” la seconda
tappa del cerimoniale si è tenuta in località Pontoni presso il Memoriale
dedicato al Tenente dei Fucilieri Britannici Eric Fletcher Waters ed ai Caduti
senza sepoltura del 1944. Le celebrazioni si sono concluse a Lanuvio presso il
Monumento ai Caduti.
ll Memoriale in
località Pontoni di Aprilia è dedicato al Tenente dei Fucilieri Britannici Eric
Fletcher Waters ed ai Caduti senza sepoltura del 1944 e venne inaugurato il 17
febbraio 2014 in una cerimonia privata cui partecipò il figlio, la rockstar
Roger Waters, che ivi piantò una pianta di ulivo, simbolo di pace. Eric morì ad
Aprilia il 18 febbraio 1944 nel corso dei cruenti combattimenti avvenuti
intorno al fosso della Moletta; il corpo disperso come quello di molti altri
soldati degli opposti schieramenti..
Come
consuetudine a termine della cerimonia istituzionale Elisa Bonacini presidente
di “Un ricordo per la pace” ha deposto un omaggio floreale presso il memoriale;
sul nastro anche il nome del veterano britannico Harry Shindler rappresentante
in Italia della “ITALY STAR ASSOCIATION 1943-1945”.
Shindler e
Bonacini di “Un ricordo per la pace” sono i promotori dell’iniziativa dei due
monumenti ad Aprilia in memoria di Eric Fletcher Waters e dei Caduti dello
Sbarco rimasti senza sepoltura. Realizzati dal Comune di Aprilia, il primo in
via dei Pontoni, l’altro in via Carroceto nel piazzale dell’I.I.S. “C. e N.
Rosselli” (ora Liceo “A. Meucci”) istituto che già ospitava dal 2013
l’esposizione “Un ricordo per la pace”(collezione Bonacini) sul tema “Aprilia
in guerra: la Battaglia di Aprilia”, mostra patrocinata dal Comune di Aprilia.
I memoriali
vennero inaugurati il 17 e 18 febbraio 2014 alla presenza delle autorità locali
e di rappresentanti delle Ambasciate britanniche, statunitensi e canadesi.
L’ORIGINE DEI
MEMORIALI E. F. WATERS AD APRILIA
Già promotori
nel 2012 dell’istituzione della giornata commemorativa della Battaglia di
Aprilia, identificata al Comune di Aprilia nel 28 maggio di ogni anno, il
veterano britannico Harry Shindler, classe 1921, ed Elisa Bonacini di “Un
ricordo per la pace” svilupparono a fine 2013 il progetto dei memoriali
dedicati a E.F.Waters ed ai Caduti senza sepoltura del 1944.
L’idea prese
corpo dopo che Shindler, grazie al ritrovamento della documentazione militare
britannica individuò il punto nelle campagne di Aprilia in cui Eric perse la
vita il 18 febbraio 1944. Alle ricerche ed alla localizzazione del punto X
diede un forte contributo l’Associazione “Un ricordo per la pace” in
collaborazione con il Comune di Aprilia, che mise a disposizione le odierne
carte territoriali.
Era stata Elisa
Bonacini ad iniziare nei primi mesi del 2012 le indagini su Eric Fletcher
Waters, erroneamente ritenuto morto ad Anzio. L’input era stata una
segnalazione pervenutale da R.C. anziana signora di Anzio, testimone dello
Sbarco. La signora sosteneva di conoscere il luogo di sepoltura di Eric
indicando un punto preciso del litorale anziate; la testimonianza raccolta in
un filmato. Ne parlò con Harry Shindler con il quale stava organizzando un
convegno. Nonostante le dichiarazioni della signora di Anzio si fossero
rivelate di poco fondamento, la Bonacini il 20 aprile 2012 volle comunicare la
notizia al figlio Roger Waters con una e-mail sul suo forum ed un twitt in cui
segnalava l’attività dell’amico Harry Shindler, da molti anni impegnato nelle ricerche
sui soldati alleati dispersi in guerra. La risposta arrivò presto, il 22 aprile
2012 alle ore 15:04. È Elisa a raccontare quei momenti : “ Mi arrivò una e-mail
da un certo J. da New York, che si qualificò essere parte dello staff di Roger
Waters. Comunicava di avere ricevuto la nota relativa al padre di Roger e di
volere i miei contatti telefonici per maggiori informazioni. Dopo avere
verificato l'attendibilità di quella e- mail risposi: “J.., ho informato Harry
Shindler, veterano inglese di 91 anni che si impegna nella ricerca di
informazioni sui soldati dispersi. Aspetta la tua telefonata”. Sebbene la
motivazione fosse solo un pretesto, quella telefonata ad Harry avvenne e ne
seguirono molte altre dello stesso Roger Waters che gli diede il consenso ad
indagare sul padre ed a richiedere le documentazioni militari custodite negli
archivi britannici a Londra. Ero così soddisfatta di essere riuscita nel mio
intento di mettere in contatto le due parti ed ero sicura che Harry, che non
conosceva neppure una canzone di quegli strani “FLUIDI ROSA”, come li aveva
definiti, avrebbe preso a cuore il “caso Waters”, così come accadeva per tutti
gli altri, di persone comuni intendo.
Tra i due si creò un bel rapporto di amicizia tanto da convincere la
rockstar a presenziare alle cerimonie di inaugurazione dei memoriali ad
Aprilia, un evento di clamore mondiale. Un po’ quello che sognavo io”.
mercoledì 18 marzo 2020
giovedì 12 marzo 2020
Il disarmo dei soldati italiani all’estero. Francia
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
L’esigenza tedesca di sfruttare la
situazione italiana per avere non soldati ma lavoratori, si applicò anche alle
divisioni italiane all’estero.[1]
I soldati italiani disarmati andranno ad aumentare i numero di quelli catturati
in Italia e quindi a completare il quadro generale degli Internati Militari
italiani in Germania.
Nella Francia meridionale, in cui
operava la 19a Armata, i soldati italiani disarmati furono affidati alla
custodia del Comandante della Regione Militare Francia meridionale, In totale,
da fonte tedesche[2],
risulta essere stati disarmati e catturati 58722 militari italiani, di cui solo 24.203
cosiddetti internati militari. La situazione nella Francia meridionale era
particolare. Il 30 settembre una disposizione dell’Intendente di Armata
prescriveva che i soldati italiani catturati dovevano essere considerati come
prigionieri di guerra in base alla Convenzione dell’Aja del 1929. Su queste
basi, molti Comandi tedeschi richiedevano soldati italiani per esigenze
logistiche, soprattutto costruzioni. Berlino, peraltro, non era di avviso di
lasciare questi lavoratori in Francia in quanto la direttiva generale era
quella di attenersi al criterio di procurare il maggior numero possibile di ex
soldati italiani all’industria bellica tedesca. Il Comando Supremo della
Wehrmacht autorizzò solo la formazione di soli 6 battaglioni lavoratori al
posto dei 13 richiesti con lavoratori fedeli all’alleanza a favore e della 19a
Armata e della 3a Flotta aerea.
Lo sgombero dei soldati italiani
ebbe inizio l’11 settembre ed in generale non si verificarono incidenti, tranne
uno, in ottobre, quando in uno scontro avvenuto nei pressi di Chalon sur Saone
fra un treno merci ed un convoglio di prigionieri persero la vita 80 internati
italiani. A settembre furono trasferiti dalla Francia meridionale in Germania 6
generale, 843 ufficiali e 11323 sottufficiali e truppa. Nel mese di ottobre si
aggiunsero a questi altri 479 ufficiali 4763 sottufficiali e truppa, per un
totale di 17414 militari. Rimanevano in Francia alla fine di ottobre 6789
militari internati. Questi vennero successivamente inviati in Germania, insieme
ai lavoratori fedeli all’alleanza, agli ausiliari ed ai combattenti volontari.
In totale quindi si può dire che dalla Francia meridionale gli internati militari
furono poco più di 24.000, mentre oltre 35.000 soldati italiani accettarono le
proposte tedesche e si integrarono nella organizzazione logistica tedesca.
[1]
Per gli avvenimenti che videro protagoniste queste divisioni, vds. il capitolo
seguente, che è dedicato al IV fronte della Guerra di Liberazione, ovvero la
resistenza dei militari italiani fuori dal territorio della madrepatria. In
questo capitolo indichiamo solo la
consistenza dei soldati che furono disarmati ed inviati nei campi di
concentramento in Germania
[2]
Schreiber, G., cit., pag. 309
giovedì 5 marzo 2020
San Saba
Campo di internamento tedesco a Trieste. Il Friuli Venezia Giulia era stato annesso al Reich in data 12 settembre 1943 insieme all'Alto Adige. Per questa ragione i tedeschi costruirono questo campo di concentramento a Triste. Una legge ferrea voleva che tutti i campi di concentramento che erano segreti fossero costruiti entro il territorio del Reich e non nei territori occupati.
venerdì 28 febbraio 2020
Tesi di Laurea.
Tesi sostenuta dl Dott. Sergio benedetto Sabetta al Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960 Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma Anno Accademica 2018-2019. E' trattato in chiave di ricostruzione di eventi del nucleo familiare anche l?internamento in Germania considerato uno dei fronti della Guerra di Liberazione. La tesi è consultabile previa autorizzazione dell'Autore presso l'Emeroteca dell'Istituto del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeno 1 (segrteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)
venerdì 21 febbraio 2020
venerdì 14 febbraio 2020
L'ultima vittoria della Whermacht
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
Presso il Gruppo Armate B, ovvero
nell’Italia settentrionale, caddero in mano tedesca 236 carri armati ed
autoblindo, 1138 pezzi di artiglieria, 536 cannoni controcarro, 797 cannoni
contraerei, 2558 mortai, 5926 mitragliatrici e 386.900 fucili. Inoltre si
devono aggiungere 35 navi da guerra, oltre a navi mercantili pronte all’impiego
pari a 385.600 tonnellate di stazza lorda.
Nell’Italia meridionale l’Esercito tedesco entrò in possesso di 326 carri
armati, 57 autoblindo, 113 cannoni semoventi, 1562 pezzi di artiglieria, 70
cannoni controcarro, 459 cannoni contraerei, 501 mortai, 173 lanciafiamme,
16.597 mitragliatrici, di cui 10.000 nuove trovate nei depositi, e 598206
fucili mitra e pistole. Inoltre 1769 autocarri, 309 autoveicoli, 409 motocicli
e 6000 quadrupedi fra cavalli e muli. Vennero anche prese 40.000 tonnellate di
munizioni, 13.400 tonnellate di esplosivi, 24.500 tonnellate di materiali del
genio, 50.000 tonnellate di apparati vari, 18150 metri cubi di carburante, 2500
metri cubi di lubrificanti per motori, 12119 tonnellate di prodotti chimici,
1600 tonnellate di materiale sanitario, 3500 tonnellate di vestiario, 7000
tonnellate di viveri, 1600 tonnellate di materiali non ferrosi e 200 tonnellate
di pellami .
Per avere una idea della entità del materiale
entrato in possesso dei tedeschi dal sud Italia verso nord fino al 10 ottobre
1943 furono inviati 12.034 carri ferroviari con materiale militare o da
utilizzare nella produzione bellica. Una cifra che qualora riferita a tutto il
territorio italiano risultò essere sino al 19 novembre quasi triplicata. Keitel
asserì che dall’Italia erano giunti in Germania 36110 carri ferroviari con
materiale militare e beni economici.
mercoledì 5 febbraio 2020
Il Terzo Reich e la scienza
di Alessia Biasiolo
I
medici generici aderirono ampiamente al partito nazista, accanto al 60% dei
biologi e all’80% dei professori di antropologia, molti dei quali erano medici.
Nella Germania nazista i progressi tecnologico-scientifici furono molti,
assieme al perfezionamento di molti studi e ricerche. E molti furono i tedeschi
emigrati, soprattutto negli Stati Uniti nel primo dopoguerra, che chiesero di
rientrare nella patria d’origine dopo l’avvento al governo di Hitler, essendo
diventati scienziati e lavorando in America in campi correlati alla scienza.
Durante il periodo nazista, in Germania ci fu la fissione nucleare scoperta da
Otto Hahn e Lisa Meitner nel 1938; la ricerca sugli ormoni e le vitamine;
un’ampia ricerca farmacologica; innovazioni per la benzina, la gomma,
l’automobile, il gas nervino sarin, il tabun usato per la guerra chimica, il
metadone sintetizzato nel 1941. Venne progettato il primo missile balistico
intercontinentale e negli anni ’40 furono i tedeschi a progettare il primo
sedile a espulsione. La prima registrazione al mondo su nastro magnetico fu di
un discorso di Hitler. Accanto alla complicità dei medici nelle campagne di
sterilizzazione, o di eutanasia in epoca nazista, molto si fece anche per la
ricerca, soprattutto contro il cancro, uno dei principali interessi di Hitler
in campo medico. La storiografia si è concentrata maggiormente sul razzismo
della Germania dell’epoca, spesso omettendo i successi ottenuti con studi seri
e deontologicamente irreprensibili sui coloranti alimentari, il tabacco o la
polvere. Spesso l’omissione più radicale è avvenuta proprio in Germania, dove i
ricercatori contemporanei non vogliono ammettere di non essere i primi nel campo
della ricerca su quello che era stato chiamato il male del secolo ventesimo, a
causa della naturale avversione nei confronti di tutto ciò che è accaduto in
Germania tra gli anni Trenta e Quaranta di quel secolo.
Eppure,
gli attivisti nazisti hanno messo a punto il programma di prevenzione più
aggressivo ed efficace contro il cancro, essendo la ricerca tedesca sulla
malattia la più avanzata a quel tempo. Ad esempio, gli scienziati tedeschi
furono i primi a scoprire i tumori della pelle causati dai distillati di
catrame minerale e dimostrarono, già nel 1870, che l’estrazione dell’uranio
poteva causare i tumori al polmone, tanto che fu la Germania il primo Paese al
mondo a riconoscere il tumore polmonare come malattia professionale
indennizzabile per i minatori che estraevano l’uranio. Identificarono per primi
i rischi di tumore alla vescica collegati al colorante all’anilina (dato che la
Germania era il maggior produttore mondiale di coloranti sintetici) già nel
1895, o i rischi di tumore alla pelle collegati all’esposizione solare già nel
1894. Sempre i medici tedeschi furono i primi a diagnosticare una forma
tumorale indotta dai raggi X nel 1902, mentre nel 1906 dimostrarono che i raggi
X possono provocare la leucemia. Furono sempre scienziati tedeschi a utilizzare
per primi coloranti istologici come agenti chemioterapici nel 1922, così come
genetisti tedeschi dimostrarono che il cancro al colon può essere ereditario
come carattere dominante. La Germania fu sede del primo congresso
internazionale della ricerca sul cancro nel 1906, ed essendo la patria dei
raggi X, del colposcopio e dell’endoscopio rettale, fu anche pioniera nella
diagnosi ottica del cancro. Sempre i tedeschi furono i primi a ipotizzare, già
nel 1928, che il fumo passivo di tabacco potesse causare il tumore polmonare.
Con il Terzo Reich, fu ampliato il Comitato per la lotta contro il cancro, nato
nel 1931; istituiti archivi per registrare l’incidenza e la mortalità causati
dalla malattia; implementate le misure di prevenzione; varate leggi contro
l’adulterazione alimentare e medicinale, vietato di fumare e ridotto l’uso di
cosmetici cancerogeni. Il motivo di tanto interesse è dato dall’indice di
mortalità causata dal cancro tra le più alte al mondo, dato l’alto grado di
industrializzazione della Germania. I partiti socialisti avevano da tempo
chiesto più sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, ottenendo il sistema
previdenziale più elaborato del mondo e varato già nel 1883, anche in risposta
alle insistenze dei sindacati. Così, la Medicina tedesca era diventata potente
e politicizzata, con forti movimenti di ritorno alla natura che cavalcavano il
cancro come esempio di ciò che poteva portare il tendere solo al profitto.
Inoltre, anche le assicurazioni trovavano più vantaggioso interessarsi alla
prevenzione che non pagare per le terapie, così la lotta contro il cancro
divenne sempre più precisa e accanita. E il nazismo non si lasciò sfuggire
l’interesse politico di mantenere la stessa determinazione. Hitler stesso era
vegetariano, non fumava e non beveva alcolici e non permetteva a nessuno di
farlo in sua presenza, se non di tanto in tanto alle donne. La propaganda
nazista insistette molto su questo punto, celebrando il salutismo del Führer contro
l’accanimento di fumatori di Stalin, Roosevelt e Churchill, ad esempio; del
resto anche Benito Mussolini e Francisco Franco non fumavano. Il salutismo del
regime fece sì che gli Avventisti del Settimo Giorno appoggiassero il nazismo
sin dal 1933, perché finalmente la nazione era affidata ad un uomo che aveva
ricevuto il suo incarico direttamente dalle mani di Dio e che, appunto essendo
vegetariano e senza vezzi di fumo e alcol, era senz’altro più vicino di
chiunque altro alla concezione di salute degli Avventisti stessi. Gli omeopati
si schierarono con il nazismo sempre per identità di vedute su alcuni elementi
chimici dannosi. Ecco allora che la lotta contro il cancro doveva essere forte,
determinata come tutto era tale per i nazisti del Terzo Reich. La prevenzione
divenne determinante perché nell’epoca dell’obbedienza e del salutismo
esasperati, arrivare dal medico con un cancro in stadio avanzato era indice di
poca idoneità all’epoca in cui si viveva. Soprattutto le donne venivano
guardate con disprezzo se avevano un cancro all’utero o alla mammella, proprio
per la forte convinzione che la diagnosi precoce poteva curarle e salvarle.
Dopo la scoperta del colposcopio, che veniva utilizzato per diagnosi al collo
dell’utero e della cervice, il suo inventore Hinselmann sostenne che i medici
che non lo adoperavano si rendevano responsabili della morte di 400mila donne
all’anno in tutto il mondo. La campagna di prevenzione per le donne era stata
organizzata capillarmente, utilizzando soprattutto giornali e radio, volantini
e addirittura film. Iniziarono le lezioni di autoesame del seno (che negli
Stati Uniti, ad esempio, iniziarono soltanto negli anni Sessanta) e si
incentivarono visite anche semestrali per la diagnosi precoce del cancro. La
campagna rallentò soltanto durante la guerra, nel 1942, ma non venne mai meno
del tutto. Sembra che molti medici, però, contestassero ad esempio la validità
di alcuni strumenti come il colposcopio, affermando che poteva bastare uno
speculo e l’occhio del ginecologo per diagnosticare il cancro al collo
dell’utero. Forse fu per rispondere alle critiche sulla sua invenzione, che
Hinselmann mise a punto ad Auschwitz con Wirths, il medico comandante del
campo, un progetto che veniva realizzato utilizzando il colposcopio per raccogliere
campioni di tessuti cervicali dalle prigioniere del campo, per poi inviarli ad
Amburgo per essere esaminati. Non è ben chiaro quali fossero i reali intenti
del progetto, anche se forse dovevano appunto testimoniare sulla bontà dell’uso
del colposcopio. A molte prigioniere, non essendo ben chiara ai medici la
tecnica di utilizzo dello strumento, venne asportata tutta la cervice, causando
emorragie e infezioni che le portavano alla morte. Alla fine della guerra, un
testimone definì gli esperimenti di Hinselmann crudeli come molti altri
riferiti nel campo di Auschwitz.
I
provvedimenti legislativi nazisti, tuttavia, inficiarono la ricerca sul cancro,
impedendo ad esempio, come a seguito della legge del 7 febbraio 1933, a molti
ebrei, o comunisti, di continuare a lavorare. Al più celebre istituto di
ricerca, presso l’ospedale Charité di Berlino, dodici ricercatori su tredici
persero il lavoro e non poterono lavorare nemmeno per continuare ricerche così
basilari per la salute pubblica. Vennero a mancare ricerche sull’immunologia o
l’istologia che non sarebbero più state allo stello livello di prima delle
leggi naziste, essendosi specializzati in alcuni ambiti soltanto scienziati
ebrei.
I
ricercatori che persero il lavoro a seguito delle leggi naziste furono circa un
centinaio, ebrei secondo la definizione nazista dell’ascendenza. Rimase al suo
posto, tra i pochi, Otto Warburg, biochimico e premio Nobel, che continuò a
dirigere l’Istituto di fisiologia cellulare malgrado i vari tentativi di
rimuoverlo, sembra perché Hitler credeva che fosse prossimo a scoprire una cura
per il cancro. È vero, tuttavia, che l’Istituto contava su potenti appoggi,
oltre ad essere una fondazione privata sulla quale le leggi potevano poco,
oltre che godendo dei fondi della Rockefeller Foundation. In ogni caso, la
ricerca sul cancro venne nazionalizzata in Germania, perché la “rivoluzione
nazionalsocialista aveva creato opportunità del tutto nuove” anche in quel
settore. Ciò non toglie che, anche secondo il direttore del registro dei casi
di cancro di Norimberga, uno dei centri di schedatura obbligatoria dei casi
della malattia istituiti, lamentasse come le leggi antisemite avessero
ostacolato la raccolta dei dati relativi al cancro. I medici ebrei potevano
operare soltanto su ebrei e in Germania uno su otto aveva ascendenza ebrea;
pertanto aggiornare i registri dopo il 1938 sarebbe stato molto difficile, dati
anche i trasferimenti di pazienti, oltre che di medici e ricercatori, in quanto
appartenenti alla razza ebraica. Gli stessi registri medici, inoltre, vennero
utilizzati come utile e rapido sistema per identificare la popolazione ebraica
da deportare, quindi gli studi scientifici ebbero un forte rallentamento. Allo
stesso tempo, le malattie classificate come ereditarie avevano portato a
risultati pratici terribili. Nel 1933 venne varata, come abbiamo scritto, la
legge sulla sterilizzazione in caso di molti difetti genetici e anche in caso
di cancro familiare. Nel 1936 si ritenne che bambini affetti da un cancro agli
occhi dovessero essere sterilizzati, tutto al fine di impedire la procreazione
di razze umane cancerose. Tra gli aspetti pratici di queste teorie, vi erano le
credenze che il fumo di tabacco fosse più comune nei tipi sclerotici, e
naturalmente ci si riferiva anche a Winston Churchill, mentre i consumatori di
tabacco da fiuto, snelli e astenici, erano tipicamente gli agricoltori
bavaresi. Era diffusa la credenza che gli ebrei fossero più predisposti al
cancro e non solo, che lo diffondessero in vari modi. Infatti, gli ebrei vennero
accusati, nel 1941, di avere introdotto il consumo di tabacco in Germania e che
dominassero i centri d’importazione di tabacco di Amsterdam, così come
commerciassero con elementi pericolosi al fine di indurre malattie. Gli ebrei
non solo erano immuni dal cancro, ma lavoravano per alterare i cibi tedeschi e
portare malattie al “popolo eletto”.
L’alimentazione
per i nazisti era fondamentale. Per avere persone sane e vigorose bisognava
avere e consumare cibi sani ed energetici. I nutrizionisti tedeschi del tempo
cominciarono a demonizzare la carne, i dolci e i grassi, in favore di alimenti
più sani come i cereali, la frutta fresca e la verdura. Si pubblicizzava
l’alimentazione sbagliata come originaria del cancro, anche alla luce
dell’estrema incidenza del cancro allo stomaco degli anni Venti e Trenta non
solo in Germania, ma in altre parti d’Europa e negli Stati Uniti, per motivi
non ben chiari. Di certo i cibi molto salati, spesso fermentati o avariati, le
frequenti contaminazioni di muffe della carne che veniva consumata, ma anche
delle verdure e dei cereali dell’epoca, doveva avere contribuito alla
diffusione della malattia. Tuttavia i nazisti demonizzavano alcuni alimenti
anche per ragioni simboliche. Ad esempio, la panna montata veniva associata alla
golosità, il pane integrale lo si associava alla cultura contadina; il colore
del burro falsamente biondo veniva associato dai nazisti a chi si decolorava i
capelli per assomigliare meglio al cliché di ariano di moda al tempo, e così
via. Lo slogan era che l’alimentazione non fosse una faccenda privata: il corpo
apparteneva allo Stato e si doveva operare per averlo al massimo grado di
efficienza; quindi lo Stato si preoccupava di avere cittadini vigorosi per
motivi politici, più che per il loro bene.
Chiedersi
quale fosse l’alimentazione migliore era
un dovere di ogni bravo nazista, ma il dibattito sull’alimentazione naturale
era acceso. Agli inizi dell’Ottocento i tedeschi consumavano 14 chili di carne
e 250 chili di cerali all’anno, per passare a 56 chili di carne e 86 di cereali
nel 1830. Negli anni Trenta del Novecento, il consumo tedesco di zucchero era
passato da 4 a 24 chili pro capite all’anno, con aumento delle carie dentali,
di malattie gastriche, nervose, digestive, cardiache e vascolari. Nel 1937,
molte reclute erano state scartate per motivi odontoiatrici e questo veniva
ritenuto assolutamente riprovevole. Bisognava ridurre i consumi assolutamente,
non solo e forse non tanto per la salute, ma anche (e forse soprattutto) per
motivi di risparmio economico. Il cancro veniva utilizzato come spauracchio per
indurre ad un’alimentazione migliore, visto che non era ancora isolato il
“germe” che lo causava.
lunedì 20 gennaio 2020
Giovanni Carlo Rossi, Internato
MEDAGLIA D’ONORE IN ARRIVO PER IL PAPÀ DI
VASCO ROSSI
In
arrivo la Medaglia d'Onore alla memoria del papà di Vasco, Giovanni Carlo
Rossi, internato militare nei lager nazisti durante la seconda
guerra mondiale. L’onorificenza conferita su Decreto del Presidente della
Repubblica tra pochi giorni perverrà alla Prefettura di Modena che ne
programmerà la data di consegna, forse intorno al 27 gennaio,
Giornata della Memoria.
Se il Prefetto acconsentirà alla richiesta della famiglia, la
cerimonia potrebbe svolgersi presso il Municipio di Zocca, cittadina
dell’appennino emiliano ove risiede la vedova, sig,ra Novella Corsi, che qualche mese ha firmato l’istanza per la richiesta
dell’onorificenza.
Le pratiche necessarie sono state curate dall’associazione “Un ricordo per la pace” promotrice
dell’iniziativa in collaborazione con il Comune di Zocca.
Giovanni Carlo Rossi era tra i 650.000 soldati italiani che dopo
l’armistizio dell’8 settembre 1943 dissero NO al nazismo e pagarono sulla
propria pelle la fedeltà alla Patria. Con legge n. 296 del 27 dicembre 2006 la
Repubblica Italiana ha previsto per gli ex deportati (ormai rarissimi i
viventi) ed alla loro memoria la concessione della Medaglia d’Onore a titolo di
risarcimento morale per quanto patito in Germania. Catturati dai tedeschi sui
vari fronti vennero deportati nei campi di concentramento ed obbligati al
lavoro coatto; sottoposti a vessazioni morali, a maltrattamenti fisici ed a
forti privazioni alimentari. Migliaia di IMI (Internati Militari Italiani) morirono nei lager e migliaia al
rientro in Italia per le gravi malattie contratte in prigionia.
Era
stato Vasco a raccontare sui social le vicissitudini del padre, deceduto nel
1979. Catturato dai tedeschi all’isola d’Elba il 17 settembre 1943 e deportato
a Dortmund, costretto a lavorare per la Germania nazista. Riuscì a
ricongiungersi con i famigliari solo nell’ottobre 1945.
Vasco:
il nome scelto dal padre “Carlino” per l’unico figlio in segno di gratitudine
per il compagno di prigionia che gli aveva salvato la vita in Germania durante
“il bombardamento finale”.
Una
storia che non è sfuggita all’Associazione “Un ricordo per la pace” di Aprilia
impegnata da anni nel progetto “MEMORIA
AGLI IMI 1943-1945”. A luglio 2019 la presidente dell’associazione Elisa
Bonacini aveva scritto una lettera pubblica a Vasco per invitarlo a richiedere
la medaglia in memoria del padre. Il messaggio pubblicato da alcune testate
giornalistiche è stato accolto
positivamente dal cantante che domenica 28 luglio ha pubblicato in Instagram
alcune storie dedicate al papà prigioniero in Germania con l’esplicito
riferimento alla Medaglia d’Onore ed al alcuni stralci lettera
dell’Associazione “Un ricordo per la pace”.
Elisa Bonacini presidente di “Un
ricordo per la pace”: “Una storia quella del padre di Vasco che non potevamo
ignorare. La lettera che abbiamo inviato ai giornali il 19 luglio dell’anno
scorso ha avuto grande riscontro
mediatico: il messaggio pubblicato da alcune testate giornalistiche tra cui il
“Resto del Carlino” di Modena è pervenuto a Vasco in vacanza a Zocca. Avevamo
scritto: “Caro Vasco, seppur inconsapevolmente, sei il più celebre dei
testimonial per accendere i riflettori sulla storia degli IMI. Troppi anni di
oblio. Chi meglio di te può farlo?”. E Vasco lo ha fatto. Siamo stati
piacevolmente sorpresi dalla risposta in Instagram pochi giorni dopo, domenica
28 luglio, il giorno del compleanno del padre. Vasco ha pubblicato due storie
dedicate al papà prigioniero in Germania e alcuni stralci della nostra lettera.
Successivamente siamo stati contattati da una collaboratrice del cantante e ci
siamo subito attivati per la richiesta dell’onorificenza, in collaborazione con
il Comune di Zocca. E l’esito non poteva essere che positivo.
Tanto
lavoro in questi mesi: grazie alla risposta di Vasco ed alla diffusione della
notizia decine e decine di figli e nipoti di Imi, tra cui molti suoi fan, ci
hanno contattato per avere informazioni sulla Medaglia d’Onore ed essere
seguiti nell’iter. Moltissimi tra loro stanno per ricevere l’onorificenza già
il prossimo 27 gennaio, Giornata della Memoria. Tra le telefonate pervenuteci
alcune segnalazioni sono state di stimolo ad ulteriori ricerche sul percorso
militare e di prigionia di Giovanni Carlo Rossi. In particolare stiamo cercando
di identificare il militare di nome “Vasco” che gli salvò la vita in
Germania.
Esprimo
a nome della mia associazione le più fervide congratulazioni alla sig.ra
Novella e alla famiglia Rossi. Spero di poter incontrare presto Vasco nella sua
Zocca o magari all’inaugurazione del “Museo per la pace”, un progetto cui la
nostra associazione sta lavorando da molti anni qui ad Aprilia ove nel 1944 si
sono tenuti tra i più cruenti combattimenti della seconda guerra mondiale per
la liberazione di Roma. È nostra intenzione riservare una sezione della mostra
agli Internati Militari Italiani. Se Vasco acconsentirà, saremmo felici di
poterla intitolare al padre Giovanni Carlo in rappresentanza di tutti gli IMI
1943-1945. Ci sono valori che è necessario trasmettere alle giovani
generazioni! Vasco, non dire no! ”
martedì 14 gennaio 2020
Il disarmo dei soldati italiani nell'Italia centro-meridionale. 102.340 disarmati, 24292 internati
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
La
chiave di tutto era Roma e le divisioni italiane stanziate attorno a Roma.
Questa non è la sede per analizzare gli avvenimenti che si svolsero nella
capitale dall’8 al 10 settembre. L’unica cosa che si può dire, è che la
reazione italiana a Roma impegno alcune divisioni tedesche che sarebbero state
utili a Salerno.
A Roma, come noto, si arrivò ad un accordo, condotto dl Ten.
Col Giaccone e dal gen. Westphal, che, a fronte del disarmo delle truppe
italiane, con le armi custodite da elementi misti italo-tedeschi, si assicurava
che i tedeschi avrebbero rinunciato ad atti ostili nei confronti e dei civili e
soldati italiani, e quest’ultimi poteva ritornare alle loro case.
Si arresero
per questi accordi le Divisioni Ariete, Centauro, Granatieri di Sardegna, Piave
e i resti della Divisione Sassari, Piacenza e le truppe di supporto del Corpo
d’Armata corazzato.
Nel rapporto conclusivo stilato il 17
settembre 1943, Kesserling comunicò che nell’area di sua responsabilità erano
stati disarmati 102.340 soldati italiani, dei quali, a loro volta 24.292 erano da
considerarsi internati militari
domenica 5 gennaio 2020
Il disarmo dei soldati italiani all'estero: Balcani e Isole dell'Egeo.
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
Per quanto concerne il numero dei
militari italiani disarmati in Croazia, nel Balcani, a Creta, e nelle isole
dell’Egeo, secondo l’Ufficio Eserciti stranieri Ovest dello Stato Maggiore
dell’Esercito (tedesco) risultano esser stati catturati circa 380.000 soldati
italiani dei 500.000 ipotizzati presenti in queste regioni. A questi vanno
aggiunti altri 2200 soldati italiani che avevano raggiunto i partigiani e
successivamente catturati, 1200 prigionieri già appartenenti alla Divisione
Pinerolo, catturati in dicembre in Grecia, 9700 uomini delle divisioni Cuneo e
Regina catturato nei combattimenti di Lero, Samo, e Santorino. Inoltre, secondo
Schreiber[,
che ha come riferimento i dati profferti dal Comando della 2a Armata
Corazzata e dal Comando del gruppo
Armate E, i soldati italiani disarmati furono 429.986.
Una volta catturati e disarmati
rimaneva ai tedeschi il problema del trasporto in Germania. Secondo il Generale
direttore dei trasporti per l’area del Sud-Est di questi 429.986 ne vennero trasportati 297.217 in Germania, a
cui si devono aggiungere altri 8000 italiani destinati a lavorare come prigionieri
di guerra nell’Est europeo, e 216 ufficiali destinati a lavorare nel Lager di
Mappen nello Jutland. In totale, quindi, si trattò di 305.432 soldati italiani
avviati nei campi di concentramento della Germania o del “Governatorato
Generale”.
Rimanevano nei Balcani e sulle isole 124.554 soldati italiani della
cui sorte tratteremo nel volume. Compendio dedicato al 1944
giovedì 2 gennaio 2020
lunedì 23 dicembre 2019
sabato 21 dicembre 2019
Una propaganda irreale.
LA CRISI ARMISTIZIALE DEL 1943
L'APPELLO DI KESSERLING AI SOLDATI ITALIANI
E’
interessante notare che in nella prospettiva di invogliare i soldati italiani ad entrare nelle fila tedescheKesserling rivolge un appello ai
soldati italiani nel quale, oltre a stigmatizzare il comportamento del governo
italiano, demonizzava le truppe anglo-americane, le quali non si sarebbero
fermate davanti a niente né di fronte al patrimonio artistico-culturale
dell’Italia né davanti alle famiglie, alle mogli ed alle figlie degli italiani
e quindi occorreva aiutare i tedeschi a fermarle. Kesserling non esitò a
parlare di nausea e ripugnanza verso il governo dei traditori dell’alleanza
italo-tedesca, e sottolineò che in conseguenza i soldati non erano più
vincolati al giuramento prestato al Re e quindi avrebbero potuto combattere con
i tedeschi che avevano le armi più efficaci e belle del mondo, tutto per una
Italia libera e bella. Un tedesco che parla in questi termini può solo lui
sperare di essere seguito e, come ben noto, questo tipo di propaganda non ebbe
alcun effetto sugli italiani che ne rimasero completamente indifferenti, anche
se in molte coscienze vi erano molti dubbi.
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