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domenica 10 febbraio 2019

La Germania e la repressione antipartigiana



di Sandra Milani*
Partigiani in Italia delle formazioni di Giustizia e Libertà



Nota all’articolo sulla repressione dei partigiani da parte della Germania con atroci violenze commesse anche sulle famiglie e sui fiancheggiatori dei partigiani:

In questo caso di specie si rileva una forte commistione tra le tecniche di guerra e l’ideologia nazista. Se da un lato le tecniche di guerra venivano applicate pur sempre nel rispetto di un codice “deontologico” (ad esempio le azioni di repressione violenta non dovevano interessare le famiglie dei nemici di guerra e quindi i “civili” dovevano essere coinvolti nelle repressioni solo in modo più marginale), dall’altro l’ideologia nazista consentiva di porre in essere le violenze fisiche più atroci attraverso il meccanismo psicologico del convincimento dell’inferiorità del nemico. Tale meccanismo psicologico portava ad un’idea del nemico come “essere inferiore” e quindi in quanto tale assoggettabile a torture o violenze di elevata entità che in nessun caso sarebbero state giustificate e nemmeno pensabili nei confronti degli appartenenti alla propria nazione.
L’appartenenza al gruppo della Potenza vincitrice viene sentita e condivisa come appartenenza ad un gruppo di “prescelti”, con la conseguenza che, per il raggiungimento del bene comune del gruppo, i singoli membri sono autorizzati a compiere qualunque atto di violenza nei confronti dei “non appartenenti al gruppo” considerati, appunto, come “altro” rispetto al gruppo e quindi come “esseri inferiori”.
Il carattere autoritario dell’ordine dato e, insieme ad esso, il convincimento dell’inferiorità del nemico, hanno portato al compimento di atti moralmente inaccettabili ed eticamente discutibili.
In Germania, l’atteggiamento di supina accettazione ed esecuzione di ogni ordine, anche il più criminale, è stato definito “kadavergehorsam”, termine che indica un’obbedienza cieca, paragonabile a quella di un cadavere. Questo concetto è stato sovente utilizzato per cercare di spiegare la mentalità dei soldati semplici delle S.S..

*Sandra Milani, collaboratrice CESVAM, master in Antiterrorismo e Terrorismo, Unicusano Roma

mercoledì 6 febbraio 2019

Internamento. Definizioni 3


  1. Internamento. 
  2. Metodologia e Definizioni 3. 
  3. Campo di concentramento: a che cosa serve?
La ricerca mira a presentare un lavoro il più esaustivo possibile di dare una risposta alla domanda di ricerca: a che cos serve un campo di concentramento? L’approccio che si propone è che i campi di concentramento assolvono globalmente a sei funzioni, che possono combinarsi in modo diverso. I campi di concentramento, quindi, vengono costruiti allo scopo di:
    1. isolare a titolo preventivo elementi sospetti e nocivi, non colpevoli, dal corpo sociale.
    2. Punire e corregge i cittadini sviati da ideologie fallaci, nocive, nefaste
    3. Terrorizzare la popolazione civile, che si inquadra nel progetto globale del controllo sociale
    4. Sfruttare mano d’opera non retribuita, attraverso il lavoro forzato o schiavizzato
    5. Rifondare il scoiale, come strumento di epurazione raziale, sociale, sanitario
    6. Eliminare, o nel medio o lungo periodo, gli elementi giudicati dannosi dal punto di vista razziale, sociale, sanitario
La ricerca può essere estea a tutte le epoceh storiche, oppure al solo novecento. Può essere messa in sistema con la successiva, che ha come scopo l’individuazione di quali tipi di campi di concentramento possono esistere.Bibliografia