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sabato 13 maggio 2017

"Il mio magone albanese" di Aldo Terrusi . Foto del Carcere di Burrelj


Il carcere di Burrelj do ve fu rinchiuso Giuseppe Terrusi, 
Governatore della Banca d'Albania ed ove mori nel 1952

 Il ciliegio del carcere di Burrelj



venerdì 5 maggio 2017

"Il Mio magone albanese" di Aldo Terrusi. Poesia

Albania terra natia
(sul campo di Burrel)


Terra natia,
accogliente e crudele.
Terra di fede e d’onore.
Terra di eroi e di martiri,
di eccidi e vendette.
Terra conquistata, straziata, sconvolta, liberata.
Terra amara, custode matrigna delle spoglie di mio padre!
Terra benedetta e maledetta,
rendimi le sue ossa, vittima innocente di una dittatura infame!

Padre, hai condiviso con i tuoi amici Angjel e Petrit *,
per sette anni, le torture dei vigliacchi carnefici,
lo sgomento della morte,
la speranza del futuro,
sei stato sepolto in questo arido campo.
Io so che sei qui,
accanto al ciliegio, saturo di sangue dei morti,
che ti protegge nella pietosa ombra.
Il vento sibila tra gli arbusti incolti,
porta le voci confuse e i lamenti delle anime erranti.
Tu padre fammi sentire la tua voce,
indicami la via per riportarti in patria!
Nell’oblio mortale, un grido di dolore ed una lacrima,
un pensiero per Aurelia ed Aldo
sono stati l’ultimo atto della tua vita terrena.
Un grido che ora esplode in me,
accompagnato da un pianto infinito:
perché, perché?
Perché il Dio degli uomini permette che uno di essi
 sia padrone di vita e di morte sugli altri?



                                                                                      Burrel, marzo 1993

                                                                                   Aldo Renato Terrusi
* Angjel Kokoshi, Petrit Velai
   compagni di cella a Burrel                                                           


mercoledì 26 aprile 2017

All'indomani del 25 aprile 2017

Se coloro
 che sono stati nei campi di concentramento nazisti
 avessero immaginato che 72 anni dopo
 in Italia
 si fosse svolta una giornata come quella di ieri, 

quale sarebbe stato il loro comportamento?

Sono proprio valsi tutti i sacrifici sopportati per dei posteri di tal fatta? 

Al rientro in Italia perchè non si è svolto un processo, come quello di Norimberga in Germania e quello di Tokio in Giappone, per chiamare alla sbarra a rispondere delle loro decisioni chi fu causa di tanti sacrifici?

Conversando con un Internato, 26 aprile 2017

Massimo Coltrinari 

mercoledì 19 aprile 2017

.“Wannsee”. La soluzione finale del popolo ebraico


 Continuando la nostra trattazione partita dalla passione per l’occultismo dei gerarchi nazisti, andiamo ad analizzare alcuni legami tra questa e le soluzioni pratiche adottate dagli stessi, in particolar modo Hitler, Himmler e Heydrich. La maggior parte delle riunioni programmatiche dei capi nazisti, infatti, avvenivano seguendo un rituale settario, come si evince dai diari pervenutici, soprattutto per l’argomento che andiamo a trattare.
È interessante notare come la “soluzione finale del popolo ebraico” fosse stata “varata” durante la famosa riunione del 20 gennaio 1942, in una palazzina della periferia di Berlino, e di come la decisione concludesse il progetto elaborato piano piano di passare dalla deportazione ebraica lontano dallo spazio vitale tedesco, all’isola del Madagascar.
Essendo tutto questo evidentemente troppo dispendioso, i gerarchi nazisti furono “costretti” a pensare ad una soluzione più pratica e quindi allo sterminio.
Conosciamo i dettagli dell’operazione da un personaggio molto preciso che ha fatto stilare un dettagliato diario degli eventi, Reinhard Heydrich. Abilissimo manager, aveva saputo fondare i servizi segreti delle SS nel 1931, aveva assunto la direzione della polizia politica e aveva messo a punto una sorta di Ministero del terrore tra il 1936 e il 1937, tramutato nel 1939 nel Reichssicherheitshauptamt o Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich.
Fu, dunque, uno dei principali artefici della gestione pratica della politica anti ebraica del Terzo Reich, fino alla sua uccisione a Praga, per mano di due partigiani cecoslovacchi, nel 1942. Eppure, la descrizione della riunione che ha portato alla decisione finale, scritta per ordine di Heydrich da Adolf Eichmann, non convince pienamente, se si pensa che alla data del gennaio 1942 le operazioni delle Waffen SS e degli Einsatzgruppen avevano già comportato il massacro di centinaia di migliaia di ebrei, mentre il centro di sterminio di Chelmno era già in funzione e si stava costruendo quello di Belzec. La riunione di Wannsee doveva convincere tutti i gerarchi nazisti della necessità di una soluzione finale già avviata da Hitler da mesi, eppure tanti aspetti della questione non sono stati trascritti nel resoconto di Eichmann per rispettare il segreto di Stato. Allo stesso tempo, ci si chiede perché, se le decisioni di Hitler non si discutevano, c’era bisogno di indire riunioni di convincimento, mentre lo stesso Heydrich voleva fare rivedere le leggi di Norimberga al fine di includere nella soluzione finale anche chi aveva soltanto uno dei genitori o dei nonni ebrei.
Hitler fu profeta, come lui stesso più volte si definirà, quando, in un discorso del 30 gennaio 1939, a celebrazione del sesto anniversario della salita al potere, ipotizzò una guerra dovuta alla consorteria ebraica, quel nemico che agitava davanti agli occhi dei suoi ascoltatori dal 1919.
Gli ebrei, come abbiamo letto nell’articolo precedente, erano diventati il vero centro dell’attenzione hitleriana e per essi i fiumi di pagine e di parole furono molti, a indicare tre tappe fondamentali della politica nazista. La proclamazione dell’intenzione di cancellare gli ebrei dallo spazio vitale germanico, il periodo necessario a iniziare il processo e ad elaborarne le fasi di sviluppo e, infine, la soluzione finale del popolo ebraico al quale per certi versi i nazisti finsero di essere stati costretti ad arrivare.
Eppure, pare che quasi nessuno avesse preso sul serio le parole del dittatore. Disse egli stesso: “Al momento della conquista del potere, soprattutto è stato il popolo ebreo che ha riso delle mie profezie, quando annunciavo che avrei assunto il comando dello Stato, e dunque del popolo in Germania, e che allora avrei risolto il problema ebraico”.
Nemmeno le potenze mondiali avevano tenuto conto delle sue intenzioni: alla conferenza di Evian del luglio 1938, indetta per raggiungere un’intesa sull’accoglienza degli ebrei espulsi dal Reich, i Paesi occidentali compresi gli Stati Uniti (dove solo il dieci per cento dei trecentomila ebrei richiedenti asilo avrebbe trovato accoglienza alla fine dello stesso anno), non erano pronti a larga generosità e, nel novembre dello stesso anno, meno della metà degli ebrei tedeschi e austriaci aveva lasciato il territorio tedesco. Tanto da fare dire ad Hitler: “è uno spettacolo assolutamente vergognoso vedere che le democrazie, da un lato, sbavano di pietà per il povero popolo ebreo e, dall’altro, si fanno di ghiaccio quando si tratta di compiere il dovere che a loro evidentemente spetta, cioè aiutare quello stesso popolo”.
In ogni caso, colpa degli ebrei era tutto quanto accaduto dalla fine della prima guerra mondiale, dalla perdita coloniale, all’inflazione, alla miseria tornata dopo la crisi economica americana, fino alle soluzioni dovute e da loro stessi sempre causate (sempre secondo l’ottica nazista), come la Notte dei Cristalli del novembre 1938.
La situazione intorno a quella terribile notte, è da ricondurre alla volontà di ogni accolito di Hitler di dimostrargli il proprio zelo. Il 26 ottobre Himmler aveva ordinato di arrestare tutti gli ebrei di nazionalità polacca e di ricacciarli in Polonia prima del 29 dello stesso mese. Contemporaneamente, un decreto polacco cercava di mettere un freno a tutti gli ebrei che chiedevano di entrare in Polonia per sfuggire alla persecuzione tedesca. Molti ebrei vennero così fermati alla frontiera polacca. Un uomo, i cui genitori avevano cercato rifugio in Polonia, ma erano stati ricacciati in Germania, sparò ad un diplomatico dell’ambasciata tedesca a Parigi. Questo fu il pretesto atteso per ribadire che era in atto un’ennesima cospirazione ebraica ai danni dei tedeschi e per offrire a Himmler la possibilità di iniziare quella politica di antisemitismo lontana dall’emotività, come chiedeva Hitler stesso, secondo la quale i pogrom non bastavano più e non erano adatti al popolo tedesco. Bisognava agire in modo organizzato, senza dare spazio all’emozione momentanea. Così l’8 novembre vennero riunite le squadre delle SS alle quali Himmler annunciò che la questione ebraica avrebbe acquisito sempre più importanza negli anni a venire, mentre il 9 venne annunciata la morte del funzionario tedesco dell’attentato parigino. Hitler diede il via libera a Goebbels per agire, mentre pronunciava un discorso nel quale si dissociava dalla punizione di partito degli ebrei colpevoli dell’attentato, ma non avrebbe impedito al popolo tedesco di vendicare la morte del proprio compatriota.
Himmler rimase stupefatto del fatto che Hitler appoggiasse il vero e proprio pogrom che ne scaturì, senza che ci fosse intervento delle SS, proprio perché in quel modo il partito sarebbe rimasto neutro nei confronti di un’azione attuata di fatto dal capo della propaganda. La Gestapo doveva arrestare tra le venti e le trentamila persone ebree e vegliare sulla rabbia dei cittadini tedeschi che, finalmente, avrebbero smesso di applaudire Hitler come colui che aveva salvato la pace. Non doveva esserci pace. Soprattutto contro gli ebrei. La Notte dei Cristalli permise, inoltre, di affidare alle SS, la nuova forma di stato che si andava organizzando, la gestione razionale della questione ebraica.
Proprio il 9 novembre 1938, Hitler aveva espresso a Göring l’intenzione di riposizionare gli ebrei in Madagascar, e quell’idea doveva diventare un accordo con le potenze mondiali comodo agli ebrei stessi, perché poteva diventare per loro merce di scambio per ottenere i salvacondotti. Nel frattempo, gli ebrei continuavano ad essere il nemico, non soltanto della Germania, ma di tutti i popoli, assieme ai loro alleati, spesso ebrei anch’essi, bolscevichi.
Nemici da combattere e annientare, nell’ipotesi non tanto lontana di una guerra. Se, allora, le potenze mondiali non avessero aiutato la Germania hitleriana a risolvere la questione ebraica, Hitler ci avrebbe pensato in Europa, in modo da spazzarli via inesorabilmente. Le intenzioni erano chiare, dunque, mentre soprattutto Francia e Gran Bretagna speravano che non sarebbero mai state messe in atto. Un prendere tempo che si rivelerà fatale. All’interno dei Reich cominciò ad essere praticata l’Operazione Eutanasia già dall’autunno 1939, utilizzando soprattutto lo schedario messo a punto da Heydrich, fissando al 20% le eliminazioni dei soggetti “indesiderati”.
Era evidente che, anche se l’operazione di spostamento degli ebrei fuori dallo spazio vitale tedesco fosse riuscita, rimanevano gli ebrei nel resto dei territori europei. Con l’inizio della guerra data dall’invasione della Polonia del primo settembre 1939, divenne poi evidente ai tedeschi, anche ai gerarchi nazisti meno propensi a pensare di eliminare sistematicamente interi gruppi di persone, che il numero di ebrei che si sarebbe dovuto gestire con l’appropriarsi di buona parte della Polonia, sarebbe stato immensamente alto. Fu così sempre più chiaro che si doveva trovare una soluzione definitiva della questione ebraica in Europa.
Se Hitler non aveva pensato di aggredire immediatamente gli ebrei europei con i propri gruppi d’assalto, era soltanto per evitare di fare alimentare una propaganda antitedesca internazionale che avrebbe soltanto nuociuto alla Germania. Infatti, Himmler gli sottoponeva ogni decisione riguardante le persecuzioni, proprio per evitare ripercussioni internazionali. Allo stesso tempo, Hitler era consapevole che non tutti erano davvero pronti ad accettare la necessaria soluzione eliminatoria definitiva degli ebrei, pertanto era opportuno essere cauti anche con la truppa e con tutti i reparti dell’esercito, in modo che arrivassero alla convinzione della giustezza delle decisioni e che fossero pronti a metterle in atto. Spesso, infatti, i nazisti venivano paragonati ai bolscevichi in quanto ad azioni violente, repressive e sanguinose, tanto che in discorsi del 1940, Himmler e Heydrich parleranno dei metodi nazisti come estranei alla metodologia bolscevica. Bisognava adottare metodi più “umani” di eliminazione delle sole elite, come infatti avvenne nelle prime settimane di settembre, quando in Polonia le squadre tedesche eliminarono circa settantamila persone, delle quali almeno ventimila delle classi superiori. Tuttavia, il metodo tedesco di selezionare per razza e deportare lo “scarto” era di gran lunga preferibile, come aveva infatti proclamato Hitler, così la selezione razziale prese avvio dall’autunno 1939. Dal 27 settembre di quell’anno, Heydrich raccomandò che le città vedessero la deportazione degli ebrei, che dovevano essere al più presto incamminati verso la Polonia assieme ai circa trentamila zingari presenti nel Reich. Per farlo dovevano essere utilizzati vagoni ferroviari per trasporto merci. Entro un anno doveva essere portato a termine il progetto di trasformare le vecchie provincie germanofone in veri distretti tedeschi, mentre chi non era di lingua tedesca doveva confluire nel distretto per la popolazione non tedesca che aveva come capitale Cracovia. Il progetto dovette essere modificato nel giro di pochissime settimane perché, mentre il territorio di deportazione si restringeva, il numero degli ebrei da deportare era triplicato in sole tre settimane. E i soldati si opponevano alla creazione di una riserva vicino a Cracovia, su modello delle riserve degli indiani d’America. Allo stesso tempo, lo spostamento della popolazione doveva garantire che, nell’imminenza della guerra contro l’URSS, alcune popolazioni tedesche non rimanessero intrappolate e ostaggio del nemico. Insomma, lo spazio diventava sempre più esiguo e le persone che “davano fastidio” sempre di più, quindi i responsabili nazisti locali erano sempre più impazienti di sbarazzarsi di tutta quella gente. Il 10 ottobre 1939 fu necessario tranquillizzare il commissario del Reich a Vienna che non vedeva l’ora di fare partire gli ottantamila ebrei che ancora risiedevano in Austria, ad esempio. La programmazione delle deportazioni seguiva un programma ferreo che doveva essere rispettato a qualsiasi costo, malgrado le proteste che si levavano continuamente per varie motivazioni, comprese quelle di ordine organizzativo pratico.
I gerarchi nazisti erano consapevoli che i loro progetti e il loro programma spesso erano fallimentari, come si può leggere in alcuni diari nazisti scritti a seguito di riunioni notturne che non mancavano di un certo rituale settario, anche se dalla parte delle vittime tutto sembrava organizzato alla perfezione. La deportazione di circa un milione di ebrei era davvero problematica e necessitava di continui aggiustamenti dei piani d’azione. Soprattutto se, in tutto questo, Hitler si rifiutava di agire e di prendere decisioni, senza le quali era impossibile procedere con l’attuazione pratica. Negli ultimi mesi del 1939 e nei primi mesi del 1940, allora, molti governatori locali si “arrangiarono” cercando di provocare la morte degli ebrei, oppure facendo loro sparare, in modo da eliminarli dalle zone tedesche ma, soprattutto, da togliersi il problema della loro gestione sempre più problematica. Nella primavera del 1940, Hitler si complimentò con i suoi perché l’attuazione di una serie di ordini aveva fatto sì che in Polonia non si stesse costituendo un sentimento polacco, sentimento nazionale che sarebbe stato molto pericoloso e difficile da gestire, possibile causa di rivolte.
La violenta repressione contro gli ebrei andava di pari passo con le conquiste belliche: già prima della possente avanzata tedesca della primavera 1940, c’era stato un aumento negli eccidi, per preparare il terreno alla gestione di un numero sempre maggiore di “nemici” ebrei. Il 13 maggio 1940, un decreto di Hitler vietava di punire, salvo in rari casi, la violenza dei militari contro i civili. Nel marzo 1941, Himmler ordinò l’apertura di un secondo campo ad Auschwitz, accanto a Birkenau, ma ancora non era un campo di sterminio: gli ebrei erano necessari come forza lavoro; ben presto vi ci sarebbero stati trasferiti anche migliaia di sovietici. Con l’Operazione Barbarossa, infatti, le cose si complicarono ulteriormente per la gestione non solo degli ebrei da deportare, quanto anche dei bolscevichi che dovevano essere eliminati. La lotta continua contro il tempo che sembrava essere stata ingaggiata dai gerarchi nazisti, era soprattutto incentrata ad impedire l’avanzata del comunismo perché, secondo Hitler, proprio il tempo avrebbe giocato a suo favore. Nel pieno svolgimento della seconda guerra mondiale che, rispettando le profezie del Führer, era stata scatenata nuovamente dalla consorteria ebraica ai danni della Germania, la parte profetica che prevedeva l’annientamento degli ebrei andava mantenuta, come sembrava infatti, così come si doveva non dare requie all’annientamento comunista bolscevico.
Già nell’estate del 1941, Eichmann parla della preparazione dell’imminente soluzione finale e dal settembre, infatti, la situazione degli ebrei europei va peggiorando a seguito della decisione di Hitler di deportarli dai territori del Reich all’Est europeo.
Dirà Himmler: “Il Führer desidera che, al più presto, il Vecchio Reich e il Protettorato siano liberati dai loro ebrei, procedendo da ovest verso est”. Era sua intenzione alloggiare entro l’inverno sessantamila ebrei nel ghetto di Lodz perché gli avevano riferito che c’era ancora posto. Sempre secondo Himmler, la deportazione verso l’Unione Sovietica, che sarebbe stata il coronamento della deportazione generale, doveva iniziare nella primavera del 1942. Heyndrich precisò il programma, suggerendo di mandare gli ebrei nei campi di concentramento di Stalin perché erano stati costruiti da ebrei, come suggeriva Goebbels, pertanto era da ritenersi assolutamente “naturale” che venissero “popolati da ebrei”.
Gli storici Jäckel e Burrin hanno affermato praticamente entrambi che il lungo dibattimento sulla “soluzione finale” dal punto di vista per lo meno teorico, dovesse avere avuto luogo durante i lunghi momenti trascorsi insieme tra Hitler, Himmler e Heydrich tra il 21 e il 24 settembre 1941.
A seguito delle decisioni prese, tra il 15 ottobre e il 5 novembre 1941 furono organizzati 24 trasporti verso Lodz, comprendenti diecimila vittime tedesche, cinquemila dal protettorato Boemia-Moravia e cinquemila da Vienna; vennero stipati nel ghetto in attesa di essere inviati più ad Est. Secondo Heydrich, i deportati avrebbero dovuto essere cinquantamila entro dicembre. Numeri che non vennero rispettati per mancanza di convogli di trasporto, anche se i dati e i numeri delle deportazioni variano da zona a zona.
Allo stesso tempo, dalle zone di deportazione arrivavano rapporti che sottolineavano, ovviamente dal punto di vista nazista, alcuni problemi organizzativi. Non essendo riusciti ad impossessarsi delle risorse alimentari sovietiche, i tedeschi vedevano eccessive pressioni sulle proprie riserve di provviste, pertanto era un problema pensare di cibare tutti quegli ebrei che venivano inviati ad Est. Le truppe cominciavano a dare segni di nervosismo, di insonnia e allucinazioni dopo migliaia di esecuzioni di persone, operate in vario modo, pertanto era “necessario” pensare ad altre soluzioni.
La tecnica della gasatura era già stata sperimentata, ad esempio, sugli alienati mentali e gli handicappati, circa settantamila persone, nella stragrande maggioranza tedeschi, tra il 1939 e il 1941, in quella che venne nominata operazione T4. Si trattava, dunque, di applicare le tecniche di eutanasia all’eliminazione degli ebrei.
L’operazione avveniva con grande riservatezza, per impedire che ci fosse la ribellione e la protesta dei cristiani praticanti che di certo non avrebbero accettato l’eliminazione programmata dei “malati incurabili” o degli “indesiderati”. Comunque, cominciò a diffondersi il principio della camera a gas, sperimentata in presenza di Himmler nel 1939, contemporaneamente alla sperimentazione dei camion a gas. Durante l’operazione T4, vennero eliminati anche degli ebrei non appartenenti alle categorie delle quote di eliminazione regionale per eutanasia. Ancora, però, non si procedeva secondo un piano programmatico e sistematico, quello che ricordiamo come Shoa.
Nello stesso periodo, si utilizzavano le paludi del Pripjet per sbarazzarsi degli ebrei, mentre Hitler cominciava a pensare ad un’altra terra inospitale dove spedire gli ebrei, come la Siberia o il Circolo Polare. Hitler sosteneva che “d’altra parte non è male che l’opinione pubblica ci attribuisca l’intenzione di sterminare gli ebrei. Il terrore è una cosa salutare”.
Si passò tra il 25 ottobre 1941 e il 20 gennaio 1942, data della conferenza di Wannsee, all’organizzazione da parte di Himmler e Heydrich, di un genocidio non più lento e “alla spicciolata”, ad un progetto di eliminazione su vasta scala.
Heydrich aveva conteggiato 11 milioni di ebrei in Europa che non andavano più deportati e lasciati morire, ma eliminati direttamente. Hitler, direttamente o indirettamente, appoggiava il progetto, affermando ad esempio, come fece il 5 novembre in un discorso privato con Himmler, che non avrebbe potuto oltre tollerare che la sana gioventù hitleriana morisse al fronte, permettendo di vivere alla popolazione criminale, cioè a quegli ebrei che avevano rubato la vittoria alla Germania nel 1918.
Le riunioni di Hitler con i suoi più stretti e fidati collaboratori avvenivano spesso di notte, iniziando a cavallo della mezzanotte, seguendo una sorta di rituale che ci fa avere dichiarazioni e affermazioni del Führer, ad esempio, nella notte tra il 9 e il 10 agosto 1941, o nella notte tra il 19 e il 20 dello stesso mese: “Se mi si rimprovera d’aver sacrificato cento o duecentomila uomini a causa della guerra, posso rispondere che, grazie alla mia attività, la nazione tedesca ha guadagnato fino a oggi più di due milioni e cinquecentomila esseri umani”, intendendo l’inserimento dei tedeschi etnici.
Dai diari degli accoliti che partecipavano alle riunioni, si evince il clima spesso etereo che si respirava alla presenza del Führer il quale curava nei dettagli posti assegnati ai presenti, parole, intenzioni, molte delle quali poi, come abbiamo scritto, venivano interpretate dai suoi gerarchi alla luce dell’emulazione che volevano mettere in atto del loro capo, oppure della volontà di compiacerlo, anche quando egli non pronunciava discorsi consoni a quanto essi avevano in mente.
In ogni caso, è bene sottolineare come ogni organizzazione, compresa la riunione del 20 gennaio 1942, preparata con l’invio degli inviti da parte di Heydrich dal 29 novembre 1941, dovesse servire a convincere il personale dello Stato che il genocidio che si andava decidendo fosse una decisione di Hitler presa durante un piano precedente, come si usava spesso retrodatare decisioni per fini politico-militari. E che la direzione del progetto dovesse essere interamente nelle mani delle SS, autorità suprema dell’operazione.
A seguito della conferenza di Wannsee, il 25 gennaio 1942 Hitler dirà che: “L’ebreo deve sloggiare dall’Europa” perché con la sua presenza, ogni intesa tra europei sarebbe stata impossibile essendo “L’ebreo che blocca tutto”.
Sarà la morte di Heydrich a scatenare l’accelerazione dell’operazione decisa a Wannsee; la sera del funerale di Heydrich, nel giugno 1942, infatti, Himmler incaricò di sterminare gli ebrei sotto il dominio diretto del Reich entro un anno. Iniziò l’operazione Reinhard soprattutto nei centri di Belzec, Sobibor e Treblinka dove morirono un milione e settecentocinquantamila persone entro l’ottobre 1943.
La morte di Heydrich non aveva fermato il progetto nazista, perché ogni gerarca agiva per prestigio e per decisione personale, spesso mettendo in atto rituali che non erano di pura emulazione, pertanto molti nomi volevano emergere agli occhi di Hitler e dell’opinione pubblica futura per la loro azione di sterminio programmato, continuandolo com’era stato ipotizzato, nominando, ad esempio, Auschwitz il maggior campo di sterminio in Europa.
Alla fine, per credenze, politica, ossessioni, i nazisti avevano messo in atto la più mostruosa organizzazione possibile in Europa: eliminare, o cercare di eliminare, la coscienza morale dell’Europa stessa e dell’Occidente, eliminando gli ebrei.

Comm. Alessia Biasiolo
Vice Presidente Federazione di Bresca
Istituto del Nastro Azzurro

Bibliografia essenziale
Edouard Husson: “Endlösung. Soluzione finale”, San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano, 2007
Arno Mayer: “Soluzione finale: lo sterminio degli ebrei nella storia europea”, Mondadori, Milano, 1990
Hans Mommsen: “La soluzione finale. Come s’è giunti allo sterminio degli ebrei”, il Mulino, Bologna, 2005

Mark Roseman: “Il protocollo di Wannsee. La soluzione finale”, Corbaccio, Milano, 2002

mercoledì 29 marzo 2017

Da Duce a Prigioniero

di
 Alessa Biasiolo*

Sbarcati gli anglo-americani in Sicilia, la scelta alleata fu quella di uccidere Mussolini, in modo che, fuori gioco il Duce, gli italiani si sarebbero resi conto che il fascismo non poteva continuare ad essere la scelta politica giusta per il Paese. Le missive segrete o segretissime correvano da un comando all’altro e, mentre gli Americani erano convinti di continuare a bombardare Roma allo scopo di arrivare non solo a piegare la resistenza dei nervi degli Italiani, ma anche a radere al suolo, possibilmente, Palazzo Venezia e Villa Torlonia, Churchill era perplesso sulla necessità di una soluzione così drastica. Poco importava ai comandanti come Harris di dover distruggere monumenti storici unici al mondo, perché in quel momento risultava imperativo soltanto piegare la dittatura italiana. Churchill si consultò con il ministro degli Esteri Anthony Eden che, il 14 luglio 1943, gli rispose di non essere d’accordo sull’operazione denominata “Dux”, in quanto non era sicuro che Mussolini sarebbe stato nei suoi due siti (Palazzo Venezia e la Villa), non era certo che il bombardamento ne avrebbe causato la morte e, in caso l’operazione non fosse riuscita, si rischiava di tramutare la causa dei problemi in un idolo ulteriore. Il rischio, inoltre, di causare pesanti danni al patrimonio storico di Roma senza successi militari e politici, oltre all’estrema sofferenza inferta alla popolazione civile, avrebbe tramutato i “liberatori” in nemici assoluti del popolo italiano. Questo era il clima dei nemici, mentre Mussolini e Hitler si incontravano a Feltre e, come abbiamo letto, i bombardamenti su Roma non smettevano. Infatti, se si fermavano a terra gli aerei inglesi, recuperavano terreno quelli americani, che a loro volta organizzarono bombardamenti sulla Città Eterna per il 19 luglio, pur senza l’intento di colpire Mussolini, fatto comunque inutile, dato che era a Feltre per l’incontro con l’alleato tedesco. I risultati furono, invece, di distruggere numerosi siti, in modo particolare intorno a Ciampino, mentre i quartieri civili distrutti furono molti, inutilmente. Gli anglo-americani, inoltre, avevano abbandonato l’operazione “Brimstone” sulla Sardegna, per concentrarsi nell’avanzata verso Napoli e Salerno. Alternativamente, inglesi e americani organizzavano incursioni aeree che sfiancavano la resistenza italiana, sia sul piano militare che psicologico.
Rientrato a Roma, Mussolini si trovò a dover affrontare un clima pessimo. Il generale Vittorio Ambrosio si era già incontrato con il Re prima dell’incontro di Feltre, per discutere della destituzione di Mussolini. Ambrosio era convinto che, a fronte dell’iniziativa di sganciarsi dall’alleato tedesco, sostituendo all’occorrenza Mussolini con Badoglio o Caviglia, sarebbe riuscito a convincere il Duce a dichiarare una pace separata con gli aglo-americani, ma dopo l’incontro di Feltre, rivelatosi infruttuoso, era evidente che l’unica soluzione possibile era destituire Mussolini. Nel frattempo, un’iniziativa simile venne presa dal Partito Fascista, nella persona dei componenti del Gran Consiglio del Fascismo. Vittorio Ambrosio dal 20 luglio 1943 seppe che, essendo stato vano ai fini delle mire reali l’incontro con Hitler, Vittorio Emanuele III voleva sostituirlo con il Maresciallo Badoglio, ma non seppe rompere gli indugi fino alla decisione del Gran Consiglio.
Il 20 luglio, Mussolini si recò a visitare le zone di Roma colpite dai bombardamenti soprattutto americani del giorno prima. Al mattino verificò gli esiti del raid aereo all’aeroporto del Littorio e all’Università, nel pomeriggio all’aeroporto di Ciampino, dove non mancarono manifestazioni in suo favore. Quindi dovette recarsi dal Re a riferirgli dei colloqui di Feltre con l’alleato. Il clima non era dei migliori. Trovò il Re accigliato, nervoso, gli disse che la situazione era tesa e: “Non può più a lungo durare”. La Sicilia perduta, il morale delle truppe scaduto, tanto che gli avieri di Ciampino erano fuggiti a Velletri durante l’attacco, sostenne: “I Tedeschi ci giocheranno un colpo mancino”, ma del resto era stato chiesto loro di inviare truppe per contenere l’avanzata nemica. Aggiunse: “L’attacco dell’altro giorno io l’ho seguito da Villa Ada, sulla quale le ondate sono passate. Non credo che fossero come si è detto quattrocento gli apparecchi incursori. Erano la metà. Volavano in perfetta formazione”, ciò a dire che nessuno li aveva in qualsiasi modo infastiditi, contrastati da terra. “La storia della ‘città santa’ è finita. Bisogna porre il dilemma ai Tedeschi…”. Questo fu l’ultimo colloquio di lavoro tra il Re e Mussolini, che si incontravano regolarmente due volte la settimana dal novembre 1922 al Quirinale, il lunedì e il giovedì, Mussolini accompagnato dal Sottosegretario alla Presidenza. Altri incontri avvenivano in altre giornate, e in estate praticamente tutti i giorni, come quel mercoledì; il rapporto tra i due era cordiale, ma non divenne mai amichevole. Vittorio Emanuele III si era sempre dimostrato restio nelle scelte di guerra, tranne per la dichiarazione del 1940, da come ne scrisse Mussolini. Quello stesso mercoledì, a mezzogiorno, il segretario del partito Scorza portò a Mussolini l’ordine del giorno del Gran Consiglio del Fascismo di Grandi. Il Duce lo lesse e lo considerò inammissibile e vile. Scorza parlò a Mussolini di un “giallo”, ma non fu ben chiaro. Nel pomeriggio, Mussolini ricevette Grandi che trattò diversi argomenti, ma non affrontò quello dell’ordine del giorno.
L’indomani, Scorza parlò ancora a Mussolini di giallo in corso, ma sempre senza precisazioni, tanto che di nuovo il Duce pensò si trattasse di una delle solite voci di cambio ai vertici; verso sera, Grandi ipotizzò di rinviare la riunione del Gran Consiglio, come manovra ennesima e, forse, tentativo di crearsi un valido alibi, ma Scorza non ebbe conferma del rinvio quando telefonò a Mussolini. Questi sostenne che, ad inviti diramati e giorno fissato, si doveva arrivare ad un chiarimento. E così fu.
La riunione del Gran Consiglio ebbe luogo a Palazzo Venezia il 24 luglio, sabato, alle ore 17, alla presenza di 28 membri, su ordine del giorno di Grandi che recitava queste parole, dattiloscritte: “Il Gran Consiglio del Fascismo riunendosi in questi giorni di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattimenti d’ogni arma che, fianco a fianco con la fiera gente di Sicilia in cui più alta risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovano le nobili tradizioni di strenuo valore e l’indomito spirito di sacrificio della nostre gloriose Forze Armate.
Esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra:
proclama
il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano:
afferma
la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest’ora grave e decisiva per i destini della Nazione;
dichiara
che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali;
invita
il Governo a pregare la Maestà del re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e per la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5° dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”.
Seguono la data e le firme dei partecipanti: Grandi, Presidente della Camera; Federzoni, Presidente dell'Accademia; De Bono, quadrumviro; De Vecchi, quadrumviro; il genero di Mussolini Ciano, membro a titolo personale; De Marsico, Ministro della Giustizia; Acerbo, Ministro delle Finanze; Pareschi, Ministro dell'Agricoltura; Cianetti, Ministro per le Corporazioni; Balella, della Confederazione dei Datori di Lavoro dell'Industria; Gottardi, Confederazione dei Lavoratori dell'Industria; Bignardi, Confederazione degli Agricoltori; De Stefani, Alfieri, Rossoni, Bottai membri a titolo personale; Marinelli, ex-segretario amministrativo del Partito fascista; Albini, Sottosegretario agli Interni; Bastianini, Sottosegretario agli Esteri. Albini e Bastianini erano stati invitati, pur non appartenendo al Gran Consiglio. Mentre Farinacci, membro a titolo personale non firmò, ma si astenne anche di presentare il suo ordine del giorno in difesa del regime. Non firmarono il documento Scorza, Segretario del Partito fascista; Biggini, Ministro dell'Educazione; Polverelli, Ministro della Cultura Popolare; Tringali Casanova, Presidente del Tribunale Speciale; Frattari, della Confederazione dei Datori di Lavoro dell'Agricoltura; Buffarini, membro a titolo personale; Galbiati, Comandante della Milizia. Si astenne il Presidente del Senato Suardo. Anche l’ordine del giorno di Scorza, che voleva difendere l’operato del regime, non venne preso in considerazione.
In realtà, il documento riporta il principale ruolo italiano al Re, ma senza citare la cancellazione del regime. Sembra che i membri del Gran Consiglio non si fossero resi conto che, volendo deporre Mussolini come scelta per cercare di migliorare le sorti dell’Italia, sarebbero stati strumento del Re che aveva già preso le sue decisioni e che non aspettava fors’altro che il momento opportuno per attuarle. Sembra che ognuno riponesse fiducia in ciò che doveva fare qualcun altro, nell’intento forse di creare un triunvirato o di cercare il modo di salvare il partito e l’Italia, sacrificando soltanto la posizione di Mussolini. Il quale viene messo in minoranza dal Gran Consiglio per 19 voti a sfavore, 8 a favore e 1 astenuto. Sono quasi le tre di notte del 25 luglio. L’ordine del giorno Grandi viene approvato, Mussolini deve rimettere il mandato al Re. Cianetti cambiò idea di lì a poche ore, ma il risultato non cambiava lo stesso. Grandi affidò al Ministro della Real Casa Pietro d’Acquarone, lo stesso portavoce tra il re e il generale Ambrosio, il compito di informare il Re della decisione del Gran Consiglio.
Cos’era accaduto? Intanto, la riunione si doveva tenere come al solito alle 22, e invece era stata debitamente anticipata, prevedendo che la discussione sarebbe stata lunga. Negli intenti di Mussolini, doveva essere quasi una riunione segreta per chiarirsi tra loro, invece tutti i membri del Gran Consiglio erano puntuali, in uniforme, la classica sahariana nera. Non mancava nessuno. Il discorso iniziò da Mussolini, che espose una serie di documenti.
Mussolini dichiarò che la guerra era giunta ad una fase critica, dato che l’ipotesi che sembrava assurda di invasione del territorio metropolitano si era avverata. La vera guerra era iniziata dalla perdita di Pantelleria.
“In una situazione come questa tutte le correnti ufficiali, non ufficiali, palesi e sotterranee ostili al Regime fanno massa contro di noi e hanno già provocato sintomi di demoralizzazione nelle stesse file del Fascismo, specialmente tra gli ‘imborghesiti’, cioè fra coloro che vedono in pericolo le loro personali posizioni”.
E aggiunse: “In questo momento io sono certamente l’uomo più detestato, anzi odiato in Italia, il che è perfettamente logico, da parte della masse ignare, sofferenti, sinistrate, denutrite, sottoposte alla terribile usura fisica e morale dei bombardamenti ‘liberatori’ e dalle suggestioni della propaganda nemica”.
Egli era il responsabile della guerra ed era anche stato delegato al comando delle Forze Armate dal Re, ma su idea di Badoglio. A quel punto, Mussolini ricordò le varie fasi della decisione del Re, la volontà di Badoglio di avere un ruolo di primo piano nel conflitto, e molti altri dettagli della sua attività politica ultima, mettendo infine in chiaro che l’ordine del giorno Grandi sarebbe stato un pericoloso passo per l’esistenza del Fascismo stesso. Grandi prese la parola con notevole violenza, come volesse sfogarsi da tempo per ruoli interni. La discussione divenne accesa, fino a quando, verso mezzanotte, il Segretario Scorza propose il rinvio, che venne negato, e anche Mussolini era di quell’avviso. Dopo una pausa di un quarto d’ora, necessaria alla lettura dei telegrammi dalle zone operative, la seduta riprese, continuando la discussione, che finì con le parole di Mussolini stesso, alla lettura dell’esito della votazione dell’ordine del giorno Grandi da parte di Scorza: “Voi avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta!”. Dispensò anche i presenti dal saluto al Duce che Scorza voleva chiamare e si ritirò nel suo studio, dove venne raggiunto dai membri del Gran Consiglio che avevano votato in suo favore. Mussolini lasciò Palazzo Venezia verso le 3, accompagnato a Villa Torlonia da Scorza stesso.
La mattina della domenica, 25 luglio, Mussolini si recò come al solito al lavoro a Palazzo Venezia, dove arrivò per le 9. Alle 11 gli portarono il mattinale con la brutta notizia del bombardamento di Bologna. Arrivò notizia del ripensamento di Cianetti, mentre Grandi era irreperibile e Albini venne interrogato direttamente dal Duce circa la decisione di votargli contro, fatto non concesso, dato che non era membro del Gran Consiglio, e Albini, tra le scuse e il rossore, ammise solo l’ipotetico errore, ma anche l’assoluta fedeltà. In realtà elemosinerà un posto a Badoglio nel giro di poco tempo.
Mussolini incaricò quindi il suo segretario particolare di telefonare al generale Puntoni per chiedere quando il Re sarebbe stato disposto a riceverlo, in abiti civili. L’appuntamento venne fissato a Villa Ada per le 17 dello stesso giorno.
Alle 13, incontrò l’ambasciatore giapponese Hidaka, al quale riferì l’incontro di Feltre, quindi si recò in visita al quartiere Tiburtino, particolarmente colpito dal bombardamento del 19 luglio. Rientrò a Villa Torlonia per le 15, dove, alle 16.50, giunse il segretario particolare che lo accompagnò a Villa Ada.
Il suo animo era tranquillo, pensava di riferire sui fatti della notte e di rimettere il comando delle Forze Armate, se il Re lo avesse richiesto, o forse anche lo stesso, come pensava di fare da tempo. Il Re lo aspettava sulla porta della Villa, vestito da maresciallo; in giro un rinforzo di Carabinieri. Lo fece accomodare in salotto, il volto teso, e gli disse: “Caro Duce, le cose non vanno più. L’Italia è in tocchi. L’esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono che non vogliono più fare la guerra per conto di Mussolini”, e canticchiò dei versi della canzone in dialetto piemontese. Aggiunse che a Mussolini non era rimasto altro amico che lui stesso, con la rassicurazione che lo avrebbe fatto proteggere. L’uomo della situazione, in quel momento, era il maresciallo Badoglio che avrebbe cominciato a formare un Ministero di funzionari per l’amministrazione e avrebbe continuato la guerra. Tutti si attendevano un cambiamento, essendo venuti a conoscere della notte del Gran Consiglio e si sarebbe visto cosa sarebbe accaduto di lì a sei mesi. Mussolini mise davanti al Re le sue perplessità sulla scelta politica e militare, che avrebbe significato la sensazione di una vittoria per i nemici e per gli italiani l’idea che la guerra stava finendo, ma il Re lo congedò, livido in volto. Erano le 17.20. Mussolini, andando verso la sua automobile, venne avvicinato da un carabiniere che gli comunicò la volontà del Re di proteggere la sua persona, e lo fece salire su un’ambulanza. Si unirono il segretario De Cesare, un capitano, un tenente, tre carabinieri e due agenti in borghese. Erano armati di mitra. Dopo mezz’ora di tragitto, l’ambulanza si fermò ad una caserma dei carabinieri circondata da sentinelle con fucili a baionetta innestata; dopo una sosta di un’ora, venne portato alla caserma degli allievi carabinieri.
Ancora convinto di essere sotto protezione, Mussolini ricevette la visita di alcuni carabinieri che gli dimostravano simpatia, ma non toccò cibo. Di notte, arrivò un messaggio di Badoglio che scriveva: “Il sottoscritto Capo del Governo tiene a far sapere a V. E. che quanto è stato eseguito nei Vostri riguardi è unicamente dovuto al Vostro personale interesse essendo giunte da più parti precise segnalazioni di un serio complotto contro la Vostra Persona. Spiacente di questo, tiene a farVi sapere che è pronto a dare ordini per il Vostro sicuro accompagnamento, con i dovuti riguardi, nella località che vorrete indicare. Il Capo del Governo: Maresciallo d’Italia Badoglio”.
Implicitamente, si voleva rassicurare Mussolini che il regime continuava, dato che Badoglio ne faceva parte, avendone anche ricoperto ruoli importanti, allo stesso tempo rassicurando che la parola del Re veniva mantenuta.
All’una di notte del 26 luglio, Mussolini rispose al Maresciallo, dopo averlo ringraziato, che l’unica residenza di cui poteva disporre era la Rocca delle Caminate, dove era disposto a trasferirsi anche immediatamente. Assicurava anche, in nome della collaborazione avuta precedentemente, che non avrebbe posto al lavoro di governo di Badoglio, alcuna difficoltà.
Aggiunse che era contento della decisione presa di continuare la guerra con gli alleati tedeschi, riconoscendo il grave ruolo che Badoglio aveva assunto per ordine e in nome del Re “del quale durante 21 anni sono stato leale servitore e tale rimango”. Al Re non mandò alcuna missiva.
Forse ingenuamente, Mussolini credeva che la politica di Badoglio non sarebbe cambiata, sia per quanto riguardava la politica interna, mantenendo il fascismo, sia con gli alleati tedeschi contro gli anglo-americani. La partenza che sembrava sempre imminente, tardò fino al 27 luglio, quando un carabiniere, dopo le 20,  comunicò all’oramai ex Duce che dovevano partire.
Accompagnato da alcuni ufficiali, Mussolini era sempre convinto di essere portato a Rocca delle Caminate, invece, da uno spiraglio del finestrino dell’auto, vide che la direzione non era verso la Flaminia, ma verso l’Appia. Soltanto all’imbocco della strada per Albano chiese dove stessero andando.
La risposta l’ebbe da colui che era stato comandato di accompagnarlo, il generale Polito, diventato generale da ispettore di Polizia per equiparazione di grado. Era una vecchia conoscenza, noto per avere arrestato a Campione Cesare Rossi e aver sgominato la banda Pintor in Sardegna, e tanti altri aneddoti raccontò a Benito durante il viaggio, che evidentemente aveva altra meta dall’immaginata. Mussolini, infatti, era stato inviato all’isola di Ponza, passando da Gaeta e dal Molo Ciano, quasi un’ironia della sorte. Dal molo, l’ammiraglio Maugeri accompagnò l’illustre ospite alla corvetta “Persefone” che salpò all’alba.


* Comm. Alessia Biasiolo, Vice Presidente della Federazione di Brescia dell'Istituto del Nastro Azzurro

mercoledì 22 marzo 2017

"Il Mio Magone albanese" di Aldo Terrusi. Una pseudo testimonianza



Un Commissario politico albanese, non meglio identificato, fornisce la sua deposizione scritta al Consiglio del Tribunale Militare di Valona accusando Giuseppe ed altri civili di vari “misfatti” (App. 1).

Circolare 1 (App.1)

            Riguardo ai movimenti di alcuni italiani a Valona, la situazione si presenta nel modo seguente: a Valona si trovano più di 20 individui e  tra questi si distinguono come i più pericolosi:
1, D’Andrea, venditore di radio a Valona, 2, Belluzzi, ex Vice Console a Valona con il grado di Tenente Colonnello, 3, Terrusi, Direttore della Banca Nazionale a Valona, che ha consegnato il contante della banca ai tedeschi per non farlo prendere all’Esercito di Liberazione Nazionale (1*). Molto pericoloso. 4, Sinopoli, intermediario vicino al Clero Cattolico, 5, altri due Cattolici. Tutti loro sono molto legati gli uni con gli altri, hanno promosso, tra gli italiani di Valona, riunioni con obiettivi politici reazionari, 6, Monai e Verdi sono pericolosi e subdoli, lavorano in incognito, 7, Orlandi, molto pericoloso e manipolatore fa il doppio gioco, al momento aiuta l’Esercito di Liberazione Nazionale in modo apparentemente trasparente, è uno di quelli che seguono l’ideologia fascista. Per alcuni di loro è arrivato l’ordine, da parte del Generale Bonomi (2*), di arrestarli come criminali di guerra per i crimini che hanno commesso sulle spalle del popolo italiano. Il motivo per cui non sono stati arrestati e  sono stati lasciati liberi è stato per poter aiutare Verdi, ex Capitano di SIMI, a propagandare il fascismo. Tutti coloro sono alleati reazionari e molto dannosi per noi, altri italiani li accusano degli stessi reati,  un totale di 24 dichiarazioni che vengono allegate (3*).
Tra  queste dichiarazioni alcune contengono i misfatti nel distretto di Valona evidenziando gli abusi che sono stati perpetuati. Gli italiani che hanno rilasciato questi rapporti sono i sotto elencati: l’Ing. Delogu, l’impiegato bancario Chilovi,  l’impiegata bancaria Marina Piceci (4*).
Tutti e tre sono intellettuali e odiano gli imputati. Sono persone amanti della libertà e chiedono con insistenza di prendere misure restrittive contro di loro. Gli imputati sono reazionari e molto dannosi per la situazione odierna e soprattutto nel distretto di Valona, questi devono essere arrestati e devono essere trasferiti per un breve periodo in un altro luogo; l’allontanamento dal distretto di Valona cambierebbe totalmente la situazione riattivando il popolo italiano del Fronte Nazionale Comunista per la Liberazione.
Francesco e Rosati Diego (infermieri), il Maggiore Granata Raffaele e il Capitano dei Carabinieri Verdi (rappresentante dell’esercito), il Commissario Vasta Giuseppe per l’assistenza tra gli italiani, si sono riuniti negli uffici del Capitano Verdi e di Vasta, in accordo con Terrusi, Belluzzi e Giudice. Tutti loro hanno fatto parte delle file fasciste con alti incarichi di responsabilità. Nessuno di loro, tranne un amico e un partigiano, aveva un potere limitato o era un operaio (5*).
Quel Comitato si è riunito per fondare il Circolo Garibaldi (6*) (7*).

 (1*) Come prova dell’odio di Giuseppe verso i tedeschi esistono tre lettere autografe, private, indirizzate alla sorella Chiara in Italia, già citate nel presente volume, che portano date anteriori alla carcerazione, nelle quali è palese l’avversione di Giuseppe verso il nazismo e l’occupazione tedesca dell’Albania. Ovviamente essendo Giuseppe, Direttore di una Banca importante, la denuncia più ovvia ed infamante è quella di aver consegnato spontaneamente dei soldi al nemico.
E’ evidente come, certe accuse, miravano a distorcere e rovesciare la realtà dei fatti con ipotesi perverse senza il supporto di alcuna documentazione.

Lettera ( a )
Valona 22 ottobre 1944… Siamo stati liberati da circa 10 giorni e i briganti tedeschi sono andati via vergognosamente....
Lettera ( b )
Valona 27 novembre 1944… I vigliacchi tedeschi ne hanno combinate di tutti i colori e commesso tutte le atrocità possibili: abbiamo passato giorni di incubo e di terrore e anch’io sono stato sul punto di essere confinato…
Lettera ( c ) è inserita in originale (App.17).
Valona 8 gennaio 1945…Dal giorno della liberazione di Valona da parte delle truppe partigiane che hanno messo in fuga i briganti tedeschi (briganti nel senso peggiore), voglio sperare che tutti ve la passiate in buona salute e che quanto prima ci si possa riabbracciare…


(2*) Il riferimento è al “Protocollo preliminare di intesa” concluso il 2 agosto 1920 tra Italia ed Albania che stabiliva un’amnistia reciproca per reati di tipo militare. In particolare è completamente falsa e fuorviante l’accusa del presuntuoso Commissario politico.

(3*) Le dichiarazioni allegate che vedremo più avanti, non sono atti di accusa ma piuttosto di merito per Giuseppe...tranne una evidentemente prezzolata!

(4*) Il rapporto del Commissario si basa anche sulle informazioni fornite dell’Ing. Delogu, dell’impiegato bancario Chilovi e dell’impiegata bancaria Marina Piceci, che sono tutte testimonianze per “sentito dire”.
Non ha alcuna importanza chi siano i “testimoni”, come agiscono, da che parte stanno, l’importante che denuncino.

(5*) Per l’informatore è importante sostenere le accuse: sono intellettuali italiani, quindi fascisti, pertanto sono “pericolosi e dannosi” a prescindere. Gli albanesi amici degli italiani, sono collaborazionisti perciò meritano la stessa sorte. 
Il fantomatico giustiziere parla di Delogu, Chilovi e Piceci di “persone amanti della libertà” perché testimoni in favore delle proprie tesi, contrapponendole al gruppo che lui aveva individuato come “persone pericolose”.
Il poveretto non immagina nemmeno quanto la sua gente soffrirà i 50 anni della utopistica e fanatica dittatura di Enver “amante della libertà”, e quanti lutti colpiranno le famiglie albanesi!
Chilovi e Piceci confermano l’accusa solo a voce, senza firmare le loro dichiarazioni che sono sostanzialmente basate su ciò che hanno sentito. Essi indecisi e insicuri, privi di prove concrete, inducono il Commissario a chiedere al tribunale l’allontanamento del Direttore Terrusi e del Vice Direttore Belluzzi dalla Banca di Valona “per motivi di ordine pubblico” e “per qualche tempo”.
Tale richiesta è evidentemente legata ai difficili rapporti personali tra loro e la direzione della Banca e non ha nulla a che fare con le questioni politiche e militari albanesi.

(6*) L’informatore inoltre indica il Circolo Garibaldi quale covo nel quale si riuniscono persone “per l’assistenza agli italiani” da cui deduce il reclutamento di soldati italiani. Inoltre, afferma, che gli atti di pietà intrapresi dal Circolo, sono “dannosi per la comunità”, e che i soci, “fanno riunioni con obiettivi politici reazionari”.
In seguito alla furibonda e bestiale ritorsione nazista dopo il famigerato 8 settembre 1943, una grande gara di solidarietà ebbe luogo tra gli abitanti di Valona: grazie a essa molti militari italiani portarono a casa la pelle, salvandosi dai rastrellamenti e dalle deporta­zioni.
Il Circolo Garibaldi di Valona, nato con scopi ricreativi e culturali, che Emma Covi, moglie di Vitaliano Poselli, aveva fondato nel 1939 e ne era stata eletta presidente, aveva cambiato volto, era diventato una succursale per la sopravvivenza di molti militari italiani ed albanesi disperati al fine di proteggerli dalle persecuzioni, dai rastrellamenti e dalle deportazioni che si stavano perpetuando nei loro confronti dai nazisti. Tutto ciò veniva fatto solo per umana pietà e carità cristiana e nulla aveva a che fare con azioni di guerriglia, spionaggio o reclutamento.
Vennero organizzate raccolte di fondi per acquistare vestiti, scarpe, ecc. nonché per soccor­rere, alimentare e curare tanti giovani sbandati che erano rimasti letteralmente senza niente.
Due di essi, in particolare gli ufficiali dei carabinieri Nino Tagliani e Mario Verdi, trovarono,  per qualche tempo, ospitalità nella cantina della villetta che Emma occupava con il marito Vitaliano, geniale imprenditore, che si trovava accanto alla Ban­ca Nazionale di cui Giuseppe Terrusi era il direttore. Le loro armi: spade e pistole furono nascoste nel pozzo della villetta. La spola dei due capitani tra la villetta e la Banca (attraverso un passaggio nel giardino) avveniva a secondo delle modalità di perquisizione delle truppe tedesche.
Per la generosità e l’abnegazione dimostra­ta, Emma ottenne in seguito un riconoscimento ufficiale dalle autorità italiane.

(7*)  I due Capitani dei carabinieri, Tagliani e Verdi, accomunati nel loro tragico destino, rimasero in contatto con la nostra famiglia, protetti dagli amici del Circolo “Garibaldi”, fino ad ottobre del 1949 quando ci rimandarono in Italia come profughi, avvisati della partenza della nave “Stadium” per l’Italia, si presentarono all’imbarco in abiti civili ma riconosciuti furono fermati. Da notizie filtrate dagli amici albanesi: dopo la loro cattura furono deportati in un campo di concentramento. Sospettati come spie, furono incarcerati e condannati a lunghi anni di detenzione durante i quali vennero sottoposti ad umiliazioni e torture. Pur ridotti in pietose condizioni fisiche, i carnefici albanesi, non riuscirono mai a piegare la loro fierezza e il loro ammirevole esempio di fedeltà. Essi sono tra i tanti militari italiani di cui si sono perse le tracce.
A questo proposito è molto interessante la lettera autografa del Capitano Orombelllo G.Battista all’amico, Maresciallo Dibilio Salvatore:
Due comunicazioni ufficiali avevano comunicato la mia morte “Catturato dai Tedeschi in Albania e dagli stessi fucilato”. Dopo che ci siamo separati in seguito al pericoloso sbandamento del gennaio 1944, vissi molte ore gravissime e rischiose. Con una banda catturai il presidio tedesco del Ponte Drayote sulla Vaiussa (presso Tepelenë), rendendo così possibile il passaggio dell’intero Raggruppamento di Battaglioni verso Argirocastro, salvandolo dall’accerchiamento. In combattimenti immediatamente successivi, trovandomi con la retroguardia in seguito a grave contusione al ginocchio sinistro, tenni a bada i Tedeschi e salvai ancora il Raggruppamento (col quale procedevano i capitani Verdi e Tagliani, ma fui catturato per la terza volta, assieme a 24 partigiani albanesi, e dopo due giorni di gravi sevizie, che mi costarono alcuni denti, perché comandante militare di partigiani, perché persistetti a non voler collaborare coi Tedeschi, perché trovata una pistola vicino al posto della mia terza cattura, perché non volli svelare i nomi dei capi Partigiani né l’itinerario che il Raggruppamento seguiva, né i depositi dei Partigiani, fui, il 31 gennaio 1944, condotto al posto di fucilazione contro un muro di Tepelenë.
Per miracolo mi sottrassi all’esecuzione, o meglio per premio alla mia assoluta fermezza di fedeltà al giuramento. Quella stessa fermezza che ebbi anche nell’ottobre 1943 quando, come ricorderà, nella valle di Ramitza-Smokina, appena ricevuto l’invito del generale Azzi, vi dissi che era una “questione di onore e di dignità nazionale andare a combattere col Comando Truppe Italiane della Montagna contro i Tedeschi”. E tutti mi avete seguito; anche Lei, che rinunziò ad andare, coi venti compagni, ad Himara per tentare l’imbarco per l’Italia meridionale. Perché vi era l’onore d’Italia da difendere!


mercoledì 8 marzo 2017

"Il Mio magone albanese" di Aldo Terrusi La Sentenza di Condanna

La corte, dopo aver analizzato la difesa dell'imputato e dell'avvocato difensore afferma che: l'avvocato cerca di far apparire l'imputato come apolitico e non avverso alla Guerra Nazionale per la Liberazione. La corte afferma che la difesa non rispecchia la realtà sopradescritta.
          La posizione dell'imputato, la sua missione, lo stretto legame con il fascismo sono fatti inconfutabili.
          Per quanto riguarda una quantità di dichiarazioni rilasciate da persone fidate, esse dicono del comportamento personale dell'imputato dal punto di vista sociale e non del suo passato politico. Così che non possono assolvere l'imputato dalla responsabilità delle opere.
          Dato che la colpa di cui viene accusato è prevista dall'articolo 14,15 della Legge nr.41 14/1/45
La Corte
          Per tutte le ragioni di cui sopra
Dichiara
          Colpevole l'imputato Giuseppe Terrusi e gli infligge 10 anni di carcere e la perdita dei diritti civili e politici per il tempo della detenzione. 


(27*) Nonostante tutte le testimonianze a favore,  il 28 novembre 1946, in nome del popolo Albanese, il Consiglio del Tribunale Militare di Valona emette la sentenza e infligge a Giuseppe, considerato colpevole, una pena di 10 anni di carcere basandosi sull’unico testimone d’accusa, già citato (App. 9), Shefik Muharemi, quel vecchio dipendente ubriacone, spergiuro e prezzolato, licenziato, anni prima, dalla Banca di Valona.

Alla carcerazione di Giuseppe e dei suoi impiegati seguì lo sfratto dalla banca di tutta la famiglia che fu costretta a vivere in ristrettezze nella casa dei nonni a Valona. Nel 1946 la famiglia fu trasferita a Tirana. Nel 1949 tutti i componenti della famiglia furono imbarcati, come  profughi, per il trasferimento in Italia.
Dopo 7 anni di carcere duro, Giuseppe morì a Burrel il 2 marzo 1952.


venerdì 10 febbraio 2017

"Il Mio Magone Albanese" di Aldo terrusi



Abbiamo ricevuto da Aldo Terrusi




una parziale documentazione contenuta nel mio libro


"Il mio magone albanese"


che giustifica un riconoscimento al valore 


(civile o militare) a mio padre Giuseppe Terrusi (Direttore della


 Banca d'Italia e d'Albania a Valona) condannato nel 1945 dal


 regime di Enver Hoxha (per aver aiutato i militari italiani) e 



morto dopo 7 anni nel famigerato carcere di Burrel in Albania nel 


1952. 


Con post futuri pubblicheremo i documenti che via via 



arriveranno per sostenere la richiesta di un riconoscimento 



ufficiale alla memoria di Giuseppe Terrusi.



(massimo coltrinari)

mercoledì 4 gennaio 2017

L'ultimo Saluto a Cesare Garaffoni

(a cura di Daniele Vaienti)

Cesare Garaffoni, 
1923, 
Cesena, soldato ex I.M.I.



Cesena, 3 aprile 2008
(Testimonianza raccolta da Maurizio Balestra, revisionata da Daniele Vaienti il 4 settembre 2012)

Mi chiamo Cesare Garaffoni, sono nato il 27 maggio del 1923. Prima di partire per la guerra abitavo nell'angolo di via Montalti, di fronte alla casa di Bagioli. Prima ancora abitavo lì vicino, in via Uberti, all’angolo con Via Sacchi. Ho giocato, da bambino, fra la piazzetta di Palazzo Romagnoli e la Piazzetta del Leone. Lì vicino c’era il Palazzo Urbinati, quello della Società Elettrica e un negozio di generi alimentari. Io abitavo sopra il negozio. La casa fu distrutta nei bombardamenti e quando tornai lì non c'era più. Lì vicino c’erano delle osterie: una, dalla mia parte e una sul lato opposto, quasi all’angolo con Via Uberti, l’Osteria “Da Davin”. Ho studiato ragioneria e ho fatto il soldato qui a Cesena, facevo parte del 12° Reggimento di Fanteria della Divisione Piemonte, che aveva sede a Messina, comandata dal colonnello Pozzuoli, napoletano. Sono partito da Cesena nel febbraio del ‘43, destinazione Grecia. Partiamo da qui. Arriviamo al Pireo, poi a Pyrgos e quindi a Zante, che è il luogo dove è iniziato il mio calvario.
A Zante, dato il mio titolo, vengo scelto per tenere la contabilità e lì apro il libro mastro della contabilità del Reggimento, insieme ad un capitano di cui non ricordo il nome. Tenevo anche il danaro del reggimento, custodito in una cassaforte. Solo con la firma del capitano potevamo aprirla e fare i pagamenti.
A Zante siamo rimasti diciamo… dal marzo 1943 al 29 settembre dello stesso anno. Di fatto amministravo tutto il danaro, tutti i versamenti e tutti i pagamenti del Reggimento, anche i pagamenti fatti agli operai di laggiù per i lavori di costruzione dei bunker e delle casematte, per la sistemazione della difesa, eccetera. Venivano sempre pagati da me, che ero l'amministratore del Reggimento dell'isola, tant'è che quando io mi ammalai di malaria e di dengue[1], il colonnello fece di tutto per aiutarmi. Racimolò tutto il chinino che si poteva trovare. Perché se non fossi riuscito a rientrare entro sette giorni li si sarebbe bloccato tutto. E dire che io non ero niente, ero un soldato semplice. In queste condizioni siamo andati avanti fino all’8 settembre.
[Però la voglio fermare un attimo, perché prima dell'8 settembre arriva il 25 luglio. Voi non sapete niente di quanto accade?]
Ecco noi del venticinque luglio non abbiamo avuto nessuna notizia, nessun riferimento, nulla.
L'8 settembre noi ricevemmo la notizia subito. Con una radio o in altro modo, io non so come, non ricordo, ma la cosa si propagò immediatamente. Tutti i soldati andarono in strada e si pensava “Abbiamo finito la guerra! Finisce la guerra, torniamo a casa!”
Poi perdemmo tutti i contatti con lo Stato Maggiore, non si seppe più nulla e a un certo momento ci fu una riunione degli ufficiali perché a Zante c'erano circa quaranta militari tedeschi e bisognava decidere cosa fare. Noi facemmo prigionieri i militari tedeschi e li disarmammo; questo avvenne circa negli otto-dieci giorni dopo l'8 settembre e loro si arresero senza sparare. A Zante, a presidiare tutta l’isola c’erano alcune migliaia di italiani, forse seimila, ma nel centro di Zante erano forse meno della metà. La mattina del 29 settembre del 1943, in lontananza, si vide arrivare un cacciatorpediniere con bandiera italiana, che scortava una nave trasporto che pensavamo fosse italiana e tutti andammo giù al porto, correndo e pensando: “Son venuti a prenderci, ci portano a casa.”. Questa era la voce che correva nell’isola. Io mi fermai un po’ più in alto del porto e vedevo un tratto di mare. Quando la nave arrivò in porto... ecco ho impresso nella memoria quello che accadde e il luogo, come una specie di quadro che mi è rimasto impresso. Qui avevamo la piazza Ugo Foscolo e qua, proprio davanti, c'era il mare. E qui c'era il teatro, intestato a Foscolo anche lui, ed era diventato la sede della sussistenza, con tutti i depositi delle cose da mangiare, i magazzini generali. La piazza Ugo Foscolo confina col porto canale. Dalla piazza Ugo Foscolo si vede il cacciatorpediniere che arriva a circa tre miglia e vira, va via, cambia rotta, non entra. Continua a venire avanti, invece, la nave trasporto, arriva sul porto si apre e scendono i carri armati tedeschi. Era stato tutto un trucco. Arrivano i tedeschi e coi carri armati e si piazzano nel quadrato della piazza. Le posizioni si fronteggiano e comincia uno scambio fra i nostri e i loro comandanti: “Arrendetevi!” “No, arrendetevi voi!” Finché arrivarono gli Stukas e fra quelli e i cannoni dei carri armati e la sorpresa, l'ultima decisione fu quella di arrenderci, anche se noi avevamo dei cannoni. Si fece una la riunione degli ufficiali presieduta dal colonnello Pozzuoli e si decise che ci arrendevamo. Non fu sparato un colpo. C’era lì, davanti al mare, una specie di grande palestra dove si raccolsero tutte le armi: ogni militare e sottufficiale doveva deporre tutte le armi in questo luogo e noi lasciammo lì tutto e ci disarmammo.
Nessuno reagì, Non c'era la possibilità. Eravamo in un'isola, distante dalla terraferma e senza niente, senza mezzi. Non si poteva scappare o lasciare l’isola, questa era la situazione. Non c'era possibilità di nascondersi, non a Zante. E’ una piccola isola e poi dove vai? Perché i greci, per quanto noi li abbiamo conosciuti (e lì eravamo ben visti), non potevano aiutarci e avevano il terrore dei tedeschi, quindi chi poteva aiutarci? A me non risulta che nessuno di noi sia riuscito a scappare e quindi...
Lì ci fu un primo fatto: un capitano, di cui non ricordo il nome, (che era il capitano addetto, con me, all'amministrazione generale e che non capiva nulla di contabilità, per cui ero io che dovevo seguire tutto) questo capitano si schierò con i tedeschi e assieme a lui, lo fecero una quarantina di soldati che erano tutti richiamati, con moglie e figli, siciliani, sulle migliaia che si era. Lui fece anche un po' di propaganda in giro per passare con i tedeschi. Dopo, quando la stessa nave da trasporto che aveva portato lì i carri armati, ci caricò e ci trasportò fino al porto del Pireo, sapemmo che lui era rimasto lì, a Zante. Devo anche dire che io avevo in gestione i soldi del reggimento. Li depositavo in una banca, tenendo in cassaforte solo quello che mi serviva. Prima dell’arrivo dei tedeschi avevo fatto un versamento e avevo una ricevuta per tre milioni e rotti di dracme che avevo depositato. La ricevuta di quel versamento l’ha voluta quel capitano e non so poi lui l’abbia consegnata ai tedeschi che cercavano i soldi…[2]
Sbarcammo al Pireo e dal porto, a piedi, con lo zaino in spalla, andammo ad accamparci fin sull'Acropoli. Sì, proprio sull'Acropoli e li restammo non mi ricordo quanti giorni. Per il mangiare dovevamo vivere con quello che avevamo portato nello zaino.
[E anche lì non ci fu nessuno che riuscì a scappare?]
Nessuno, anche se di lì, forse, si poteva anche scappare. Si poteva scappare anche perché da quel momento noi non eravamo strettamente sorvegliati e inquadrati. Ma in quelle condizioni e con la voce che girava che ci avrebbero riportato in Italia! Anche dopo, quando siamo partiti di lì, che ci hanno messo su dei treni e i vagoni erano aperti, c'erano una decina di sentinelle tedesche: ne avevo uno o due in testa al treno, uno due alla fine e gli altri tedeschi in un vagone per conto loro e potevamo scappare, ma dicevano che si tornava in Italia...
Qualcuno ha tentato di fuggire, per andare con quelli di Tito, poi è rientrato perché se non avevi le armi non ti prendevano. Così era successo e quelli che sono tornati hanno detto: “è inutile che scappiamo perché con Tito ci vai se hai le armi e le munizioni, se no ti mandano indietro.”.
[Questo accade in Jugoslavia, ma in Grecia nessuno vi ha contattato?]
No. In Grecia non ci ha contattato nessuno. Né noi lo abbiamo fatto. In Grecia non c'è stata possibilità perché siamo rimasti lì solo pochi giorni, così, un po' sbandati.
Fummo caricati in dei vagoni aperti. Si poteva scendere nelle fermate. Non c'erano i soldati a controllare per farci tornare dentro, c'era la possibilità di scappare. “Ma perché?”, dicevano che ci portavano in Italia. Loro avevano detto così, o meglio la voce era che si andava in Italia e tutti erano abbastanza tranquilli. E infatti riconoscevamo la strada, perché noi l'avevamo già fatta all'andata. Era quella... almeno fino un certo punto.
Quando siamo al bivio, vicino a Trieste, è notte, non si vede nulla, la maggior parte di noi dormiva, eravamo tutti pigiati (non mi ricordo quanti fossimo, forse in quaranta in un vagone); al mattino... le date io non le ricordo... al mattino ci svegliamo a Linz. Sentiamo urla: “Achtung!”. Apriamo i vagoni, ci troviamo circondati. Il treno è tutto circondato dai tedeschi con le mitragliatrici tutte fissate attorno.
Un gruppo di tedeschi entrava in ogni vagone a fare una perquisizione. Una volta perquisiti, da quel momento, si chiudono i vagoni.
E poi arriviamo. Siamo in aperta campagna. Non so dove fosse, ma era un posto molto bello, perché c'erano degli abeti enormi. Era un centro di raccolta e destinazione, lo Stalag IV B. Era fatto proprio così come siamo abituati a vederlo, con tutte le torrette e il recinto di filo spinato, un campo, con tutti i crismi del campo di concentramento. A quel punto tutti veniamo tosati a zero, ci rasano sotto le ascelle e dappertutto con delle macchinette. Tutti a zero. E ci fanno la disinfestazione. Poi ci fanno mettere sulla schiena un triangolo rosso che significava kriegsgefangener, prigioniero di guerra.
Lì arrivò un tenente, un tenente colonnello mi pare, o un maggiore. Era siciliano. Siccome la divisione Piemonte era di stanza a Messina molti erano siciliani. Venne questo tipo, mi ricordo, eravamo tutti in fila e ancora avevamo il nostro zaino ai piedi, tutti in fila in piedi, lui venne e disse: “Sono arrivati gli americani, sono sbarcati in Sicilia, violentano tutte le nostre donne, fanno razzia, ne stuprano, ne fan di tutti i colori, noi dobbiamo andare a difendere le nostre donne, voi siciliani soprattutto! Noi siamo pronti a partire, chi è d’accordo venga da questa parte, chi invece non è d’accordo rimanga fermo.”. Io rimasi fermo.
[Ne passarono molti?]
Ne passarono una buona parte e la maggior parte erano siciliani. La maggior parte avrà anche pensato: “Quando siamo là chi sa cosa...” Però c'andarono eh!
Ma furono due i momenti in cui ci fecero questa proposta. Il primo direttamente a Zante, al momento dello smistamento. Quel capitano che parlò in quel momento era fascista e parlò da fascista, non parlò dello sbarco degli americani, anche perché non ne sapeva niente. Quello che parlò nello Stalag IV B, invece, che era anche un superiore, disse la frase che ho riferito. Parlò diverse volte e si raccomandava, si ripeteva anche nelle cose che diceva.
Noi continuammo a non andare.
Dopo ci fu lo smistamento e partimmo per un campo della Ammoniacwerke, io vado a finire a Merseburg, che confina con la Turingia. Il campo era fra la cittadina e la Ammoniacwerke, che era la più grande fabbrica chimica d'Europa e occupava un’area lunga, mi pare, quattordici chilometri con una ferrovia interna e quattro stazioni: Leuna nord, Leuna sud, Leuna est e Leuna Werke. Quattro stazioni e ognuna aveva quattro binari, tutti interni. Lì si fabbricava la benzina sintetica. Dove lavoravo io, lo stabilimento numero 820 si faceva la seta sintetica che usavano per i paracadute.
Si controllava il sistema chimico che produceva la sostanza, che poi veniva raccolta e si solidificava. Si lavorava in grandi ambienti. Alcuni erano ad un piano superiore e da lì la sostanza colava giù da una specie di imbuto e si raccoglieva nel piano inferiore, dove ero io. C’erano manometri e rubinetti da aprire e chiudere quando i livelli erano arrivati al punto giusto e il liquido, che inizialmente era bianco, diventava rosso. Allora si faceva un urlo e di sopra, dove lavoravano dei francesi, chiudevano. Si facevano dei turni continui di dodici ore e in coppia con me c’era questo francese, di Parigi. Io andavo avanti così facendo i miei turni. Questo finché non arrivarono i bombardamenti.
Finché non incominciarono a bombardare questa fabbrica io ho continuato a lavorare lì e con me lavoravano anche i tedeschi. Si facevano i turni e a un certo punto c’era un intervallo, avevano un intervallo nell’arco delle dodici ore di lavoro, e nell’intervallo i tedeschi mangiavano. Anche noi avevamo l’intervallo, solo che noi non mangiavamo perché non avevamo niente da mangiare. Allora mi ricordo che c'era qualcuno che veniva vicino a me e qualche volta mi hanno passato da mangiare. C’era una signora, un'anziana, che avrà avuto una cinquantina d'anni e che ogni tanto mi dava un pezzo di pane. Un giorno mi portò addirittura un filone, perché all'uscita non facevano sempre le ispezioni. Una volta che questa donna mi da il pane, io lo nascondo qui sotto la giacca. Quello che sorvegliava era vicino a me, me lo ricordo, era zoppo, (poveretto, era giovane, era tornato dal fronte). Forse aveva visto che avevo preso il pane e dice “Alt, che dobbiamo fare le perquisizioni!”. E allora dal cenno che faccio lui capisce tutto, viene lì da me, mi dà una spinta e mi dice di dargli il pane “E st'altra volta”, mi dice, “dammelo prima”. Poi, appena usciti, mi fa un cenno e mi ridà il pane, passato il controllo. Questi uomini che ci controllavano erano rientrati dal fronte feriti, forse per questo erano più umani.
Qui successe anche un altro episodio. Mi ero ferito a un piede e si era infettato. In infermeria mi avevano tagliato l’ascesso e medicato alla meglio, prima di rimandarmi a lavorare. Dalle baracche al capannone della fabbrica dove si lavorava c’era da fare un lungo percorso a piedi. Il percorso costeggiava la ferrovia interna, lungo un terrapieno dove mentre passavamo tutti in fila, i ragazzi del luogo, tutti attorno, ci gridavano “Keine lost!” “Forbaiten” “Italiener Fareda” “Vagabondi italiani! Traditori!” “Non han voglia di lavorare gli italiani, traditori!”… Io camminavo in fondo al gruppo, con zoccoli di legno e a causa della gamba ferita ero rimasto indietro. La guardia tedesca, rientrata ferita dal fronte russo, mi spingeva e mi urlava, spinto anche dalle grida dei ragazzi. Ad un certo punto mi minaccia, mi butta contro una rete, prende il fucile… Io sono allo stremo, non penso neanche più a morire, quasi vorrei far finire quel supplizio. Basta una reazione e forse mi sparerebbe. Non so neppure io come e perché, ma mi volto verso la guardia e mi apro i vestiti e gli offro il petto. Rimane interdetto, si smonta, cala un grande silenzio tutt’intorno... Mi dà una botta nella schiena e mi spinge avanti...
In quel momento, non pensavo di poter morire, forse lo desideravo anche e feci quel gesto.
[Questo è per quanto riguarda il lavoro. E la vita nel campo com'era?]
La vita nel campo... potrei dire molto lavoro e niente pane. Per il pane noi avevamo costruito delle bilancine, perché il pane non veniva distribuito ad ognuno il suo pezzo, (adesso, fra l'altro, non ricordo neanche la pezzatura precisa)...
[Davano un pezzo di pane per ogni baracca?]
No, no, no... La baracca era unica e poi avevamo delle specie di stanze a uno, due, tre, quattro castelli e se, per esempio, eravamo sedici, davano il pane per sedici. A filoni interi, per cui noi dovevamo dividerlo e doveva durare per tre giorni. Il problema era dividerlo nel modo giusto. Allora insieme a me, ricordo che c'era un ingegnere e un certo Farina, uno che aveva dei mulini su nel Trevigiano, che poi è diventato anche presidente del Milan. Farina assieme all’ingegnere presero un bastoncino e si il trovò il modo di fissarne uno trasversale, con due “cosi” che pendevano e con questa bilancia si pesava il pane. Così riuscivamo a fare pezzi giusti.
Un'altra delle condizioni in cui si viveva è questa: si facevano turni di lavoro di dodici ore, ma fra il prima e il dopo, cioè il cammino di andata e di ritorno e i momenti nei quali si doveva aspettare, alla fine c'erano poche ore per riposarsi. Poi bisognava lavarsi qualcosa perché quello che avevi addosso era tutto quello che avevi. Non ci han mai dato niente e così bisognava accomodare i vestiti. C'è chi ci riusciva, perché era capace di cucire. C'era chi aveva del filo, del cotone... Io non ero capace… non avevo niente… me a n’aveiva gnint... Mi aiutavano due di Cesena che si chiamavano Trevisani Medante e Sama Guerrino e uno di San Vittore, che non mi ricordo il nome.
[E oltre il pane cosa vi davano ancora da mangiare?]
Ah!... una sbobba, quando c'era. Ma una sbobba con niente, insulsa, non c'era niente: barbabietole o carote... una gamella, ma non c'era la sostanza...
[Mi diceva che a un certo punto cominciano i bombardamenti...]
Allora, donca… i tedeschi avevano creato questa grande fabbrica: la Ammoniacwerke, tutt'attorno alla fabbrica, anche a quattro-cinque chilometri avevano delle bombole enormi che potevano emettere dei fumogeni che annuvolavano tutto e non si vedeva più niente. Quando si sentivano “uuu” le sirene d'allarme, venti-venticinque minuti prima, loro spargevano i fumogeni. C'era questo preavviso e lì noi eravamo liberi di andare dove volevamo ma i bunker che c'erano erano solo per i tedeschi. Noi potevamo spargerci in giro per i campi. Venivano a bombardare tutti i giorni, anche due volte al giorno. Io correvo come un diavolo, come gli altri, a volte mi trovavo anche solo, non con gente. I francesi mi chiamavano, le diable rouge, perché avevo una camicia rossa. Le bombe all’inizio arrivarono fuori bersaglio, non lo colpivano o lo colpivano solo marginalmente. Ma dopo i primi due o tre bombardamenti, fu un disastro. Si lavorava che poco o niente, noi minavamo le macerie... per poter ricostruire le parti danneggiate. Dovevamo scavare per terra per rifare le fondamenta. Mi ricordo che era talmente freddo che la terra era dura, gelata. Noi avevamo dei bidoni da duecento litri che contenevano la benzina. Li aprivamo e facevamo fuoco per ammorbidire il terreno se no col piccone non riuscivamo a romperlo. Dovevamo fare così. Facevamo così quasi tutti i giorni.
E andammo avanti così, in continuazione finché finì la guerra.
Lì vicino hanno bombardato anche con il fosforo. I bombardamenti al fosforo noi li vedevamo a distanza. Poi si correva via. Mi ricordo che andavamo sul fiume Saale. C'era una grotta, ci si infilava dentro e a volte, sentivamo l'aria che spostavano e mi son trovato più di una volta a contatto con la parete.
Poi avviene che io mi ammalo e seriamente, anche. Mi sono ammalato a Merseburg e in un primo momento mi hanno portato in un'infermeria a Merseburg. Lì han detto “No. Bisogna trasportarlo all'ospedale di Lipsia”. Insieme a me, di ammalati, ce n'erano altri, anche di altre nazionalità. Ci hanno caricato e ci hanno portato in un capannone. Ho pensato e mi sono detto “Guarda. Qui è dove hanno gassato la gente”… Il capannone era così: di qua si entrava e di là si usciva. Aperto. Qui c'era un ingresso e là un'uscita, in un angolo, qui, in pochi minuti entravi, tutto nudo, perché prima venivi passato in una disinfezione. Poi loro avevano un pennello grande che lo intingevano e lo passavano sotto le ascelle e sotto, lì, nelle parti… e dappertutto. E poi in alto c'erano dei buchi così, delle docce nel soffitto... e noi stavamo sotto… ci si lavava e ci si disinfettava, perché anche quell’acqua aveva un disinfettante e poi uscivamo da quell'altra parte. Questo fu per entrare all'ospedale.
All'ospedale, mi han fatto delle cure, lì si mangiava anche, però non mi hanno trattenuto molto, mi han fatto... delle punture. Dicevano che io ero malato ai polmoni… quello l’ho capito. Ricordo che era verso la fine di novembre, i primi di dicembre. Feci il Natale lì quell'anno. I francesi nell'ospedale fecero uno spettacolo e cantarono e portarono da mangiare per tutti e per noi fu una gran cosa... il Natale del '44... Io sono stato lì ventisei-ventisette giorni e il primo dell'anno ero già a lavorare di nuovo, mi rimandarono nella stessa zona.
[A fare le stesse cose?]
No, no, no... Dopo ci liberarono... ci fu la liberazione, cioè noi... ci fu la trasformazione in civili... sissignore, sissignore, ci fu la trasformazione.
[E questo quando avvenne?]
Non mi ricordo se fosse prima o dopo Natale. Sai che adesso sono un po' indeciso se fosse prima o dopo. An m'arcord gnenca pió[3].
[Ad un certo punto, dunque, vi lasciarono liberi, quindi voi eravate meno pressati, meno sorvegliati?]
Sì, non avevamo più i tedeschi che ci badavano… con la storia dei bombardamenti, si capisce. Si andava a lavorare e si ottenevano dei buoni… che se no come fai a vivere senza i buoni? Non ci pagavano, ci davano dei buoni, dei buoni, che non potevi prendere niente, però ne avevi bisogno per mangiare.
Poi verso aprile ci fu la liberazione degli americani... Gli americani attraversarono il Saale e andarono incontro ai russi che arrivavano dall’altra parte. Non ci furono combattimenti. Noi non abbiamo sentito niente, non si è sparato un colpo. Ci siamo svegliati al mattino siamo andati a vedere e c'erano queste file di soldati nella strada principale. Erano loro, gli americani, in fila indiana una da una parte della strada e una dall'altro lato, coi loro fucili in spalla e andavano: noi non abbiamo visto nient'altro.
[In precedenza avevate avuto notizie sulla loro avanzata?]
Noi si sapeva già, sapevamo dov'erano e dove non erano, cosa facevano… I francesi, in particolare, avevano i giornali che gli arrivavano. L’Eco di Nancy, lo ricordo ancora, l’Eco di Nancy  e dato che io parlavo francese, allora riuscivo a capire… e poi venivano tutti gli altri da me per sentire le notizie. Aspettavamo e sapevamo che erano in arrivo, perché verso Lipsia c'erano già i russi.
[Quando arrivarono vi siete presentati a loro?]
Assolutamente no. No. Loro volevano altro, loro avevano un compito... I tedeschi erano spariti, non c'erano più, non c'era più niente. E noi siamo rimasti lì.
[I bombardamenti avevano distrutto tutto prima che arrivassero gli americani?]
Sì. Non la città, ma la Ammoniacwerke, la fabbrica, quella sì...
[I soldati tedeschi erano scomparsi ma la gente del posto?]
La gente... non c’erano giovani? Lì c'erano solo i vecchi, gli anziani, le donne, anche loro con una fame tremenda, perché non avevano più niente.
Vicino al campo c’erano dei punti dove loro, gli americani, avevano la roba e dove noi abbiamo trovato marmellata e dei fusti, dei bidoni da venti litri, con la farina e... Insomma portavamo via sta roba e si mangiava. Noi fummo rimpatriati a giugno.
Gli americani avevano proseguito. Erano andati via perché la guerra ancora non era ancora finita. E noi abbiamo sgomberato tutto.
Un altro episodio che mi ricordo è di un individuo che aveva trovato un coniglio, lo ammazzò e lo fece bollire, prese un bidone, quelli da dieci litri o venti, non ricordo, tipo quelli dell'Arrigoni e lo riempì d'acqua. Poi se lo mangiò tutto e morì soffocato perché non era abituato a mangiare così tanto!
Anch'io lì usavo questi bidoni. Con la farina facevamo un impasto, lo facevamo bollire e si mangiava…
[E quanto tempo siete rimasti lì?]
Io son rientrato a giugno. Dopo Lipsia[4] e il ricovero all'ospedale. Io e gli altri italiano aspettavamo. Io stavo male, sputavo sangue e allora andai da un medico privato e gli dissi: “Io non la posso pagare, perché sono...” lui mi disse “No, non si preoccupi…”. E’ visiteva tot. Era un tedesco, un anziano, avrà avuto settanta–ottant’anni... Io di tedesco qualcosa capivo e lui mi dice: “Quando in Italia... Sanatorio” um dis. E allora mi fa un certificato. “Questo certificato per quando arrivi” dice. Si organizza un treno per il rientro, un treno ospedale. Io ho una gran fretta di arrivare a casa mia e quando sono a Verona, taglio la corda e mi metto sulla strada che porta giù, verso Modena e Bologna. Parte di lì un camion carico di sacchi di grano, io salgo su questo camion didietro. Sopra eravamo in diversi e questo camion ci porta fino a Modena. A Modena lui si ferma e ci scarica. Mi faccio portare sulla via Emilia per vedere di andare a Bologna e trovo nella strada uno di quei camion che aveva delle panche a sinistra e a destra… Si poteva salire... io salgo e viene uno che vuole i soldi perché bisognava pagare. Allora gli dico: “Vedi come son messo, vengo dalla Germania, dalla prigionia, non ho una lira, mi dica come si chiama che glieli manderò. Come faccio io a dargli i soldi?”. Lui dice di no, poi comincia a far casino e allora c'è una signora lì di fianco che dice: ”Lasci stare, lasci stare, che per lui pago io”. Questa signora pagò per me e io arrivai a Bologna. A Bologna prendo vado in stazione, prendo il treno, un treno merci dove ci sono delle assi come sedili, insieme a delle suore che dovevano andare a Gambettola. Mi dicono” Andiamo a Gambettola però non sappiamo quando scendere]..” “Non vi preoccupate perché io scendo a Cesena e voi, alla stazione successiva scendete.” Alla stazione, appena sceso la prima persona che incontro è Venturi, il capostazione, che abitava vicino, nella casa prima della mia ed eravamo amici. Mi viene incontro e mi dice: “Lo sai? Tuo babbo è morto... e la tua casa è stata distrutta, non abiti più lì.” Questo è il primo incontro...
Mio padre è morto su a Celincordia il 18 ottobre[5], i tedeschi gli han sparato nella schiena e la ferita fu tamponata dagli inglesi, perché era aperta ... Gli inglesi l'hanno soccorso. Si chiamava Paolo. A Celincordia, dove erano sfollati, lui aveva messo la famiglia dentro al rifugio. Lui, all’imboccatura del rifugio, aveva fatto una specie di nicchia dove faceva da mangiare, che non si poteva far da mangiare fuori. Non si sa se i tedeschi lo abbiano preso. Forse hanno pensato che facesse dei segnali… Oppure è stata una granata. Chi lo sa? Qualche cosa è successo… Fatto sta che gli si è aperta la schiena ed è rimasto lì. C'erano gli inglesi sono arrivati e subito l'han tamponato... Comunque lui è morto lì. Era il 18 ottobre del ’44. Io, invece, son tornato meno di un anno dopo... era il giugno del 1945.

Cesare è deceduto a Cesena il giorno 4 gennaio 2017







[1] La febbre dengue, più conosciuta semplicemente come dengue, è una malattia infettiva tropicale causata dal virus Dengue. Si presenta con febbre, cefalea, dolore muscolare e articolare, oltre al caratteristico rash simile a quello del morbillo. In una piccola percentuale dei casi si sviluppa una febbre emorragica pericolosa per la vita, con trombocitopenia, emorragie e perdita di liquidi, che può evolvere in shock circolatorio e morte. La malattia è trasmessa da zanzare del genere Aedes, in particolar modo la specie aegypti. – Da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Dengue)

[2] “Molti anni dopo sono ritornato a Zante insieme a mia moglie e a Renato Antoniacci, il titolare della ditta di autotrasporti e per curiosità, abbiamo cercato quella banca. Ma il 12 agosto del 1953 c’era stato un terremoto ed era stata distrutta.”

[3] In realtà il cambiamento di status da Internati militari a liberi lavoratori, avvenne nell’estate del 44. La confusione è probabilmente determinata dal fatto che questo cambiamento non comportò nella realtà un effettivo progresso delle condizioni di vita dei prigionieri, mentre per loro le cose cambiarono effettivamente, con l’arrivo dei bombardamenti alleati. I bombardamenti oltre agli edifici, riuscirono a disgregare alche la capillare organizzazione tedesca e da questo momento si sentirono e furono effettivamente più liberi, si veda il sistema dei “buoni” di cui parlerà più sotto, adottato nell’inverno ’44-’45.
[4] Lipsia è occupata dalle truppe corazzate americane il 18 aprile 1945.
[5] Nei giorni in cui si combatteva per Cesena,  liberata il 20 ottobre 1944.