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giovedì 29 agosto 2019

Famiglia Filipponi. Una storia





Camilla Filipponi, studentessa della V F all’Istituto “Colomba Antonietti” di Roma, durante la Giornata della Memoria” ha portato alla attenzione dei suoi compagni questa breve nota che traccia le vicende di una famiglia, ebrea, in fuga durante la guerra.  Come una ragazza di 18 anni percepisce e vive quei avvenimenti emerge dalle righe sotto riportate.  Noi siamo sempre convinti che, andando al di là del valore letterario, di ricostruzione storico-scientifico, il dato da sottolineare che una giovane della quarta generazione successiva a quella dei protagonisti “vive” quei avvenimenti e vi partecipa. Crediamo che sia un esempio di come la Memoria venga preservata ed alimentata. Con gli anni Camilla, e tante ragazze e ragazzi come lei, elaboreranno in modo più articolato questa Memoria e saranno testimoni nel tempo partecipi e consapevoli di quello che è stato. (n.d.r.)

Breve Storia di una famiglia in guerra
di Camilla  Filipponi

Si chiama Angelo Di Cave ed è di religione ebraica,  all’epoca dei fatti la famiglia era composta da padre, madre e tre sorella più grandi.
Vivevano a Velletri ( in provincia di Roma, nell’area dei Castelli Romani), dove il  padre,  insieme al fratello, avevano avviato due grandi negozi di tessuti e abbigliamento, una fabbrica di mobili con 3 grandi magazzini e una fabbrica di reti per letti.
Erano quindi una famiglia molto agiata, pur facendo una vita molto semplice a causa naturalmente della guerra. Quando furono promulgate le leggi razziali,  le sue sorelle furono espulse dalla scuola statale, nonostante avessero ottimi voti, mentre lui iniziò privatamente la prima elementare.
 Il Fascio (inteso qui come l’Autorità politico amministrativa, n.d.r.) concesse al padre alcune piccole deroghe in quanto più volte ferito nella guerra del 1915/1918. Rinunciò alla  pensione di invalidità, in quanto sosteneva che dopo la guerra,  la Patria aveva più bisogno di lui,  che lui dei loro soldi ed è per questo che rinunciò  ad ogni piccolo privilegio che veniva concesso dallo Stato perché non voleva servirsi dei loro favori, l’unica cosa che avrebbe voluto era la libertà.
A Giugno del 1943 si trasferirono tutti insieme presso la  famiglia dello zio, nella villa in campagna sempre fuori  Velletri,  perché l’aviazione Inglese bombardava incessantemente il centro del paese in quanto la cittadina era un’importante stazione ferroviaria, usata dai tedeschi per lo scambio delle truppe.
I primi giorni del mese di settembre dello stesso anno,  il commando tedesco di Roma stabilì che la Comunità Ebraica doveva versare 50 kg di oro in cambio della  non persecuzione e deportazione degli ebrei romani.  Grazie anche alle offerte di molti cattolici riuscirono in tre giorni a raccogliere i  50 kg di oro e consegnarli ai  Tedeschi, i quali riconfermavano quanto da loro promesso.
Dopo circa un mese da questi fatti, alle ore 5,00 della mattina del  16 Ottobre, anche gli ebrei romani furono strappati dalle loro case e dai loro parenti senza distinzione tra uomini, donne, bambini, neonati e anziani. Durante questo triste rastrellamento,  furono presi i suoi nonni materni ( la nonna morì  prima di arrivare in Germania, mentre in nonno di professione giornalista, riuscì a sopravvivere per alcuni mesi nel campo di sterminio di Auschwitz , dove poi fu ucciso nelle camere a gas), poi furono prese le sorelle del padre con i mariti e quattro figli di otto,sei, quattro e due anni. Successivamente  persero  il fratello sempre del papà con la moglie e le bambine di tre e due anni,  i due zii della madre ed infine altre undici persone di famiglia.  Di tutte queste persone elencate,  nessuno è tornato dai campi di concentramento.
Fortunatamente tutta la sua famiglia si salvò,  nonostante questi lunghi e interminabili nove mesi di fughe e persecuzioni,  furono costretti a continui spostamenti, sempre sparsi per le campagne di Velletri.
Ricorda che trascorsero  25 giorni in una grotta insieme  con altre 40 persone di Velletri, di cui alcune gravemente ferite,  altre molto malate, naturalmente tutto ciò senza ricevere le dovute cure.  In quei giorni vissuti al buio e freddo, non avevano niente  dove potersi riposare,  infatti   la notte dovevano dormire sdraiati a terra come bestie, nell’umidità e nella sporcizia, non  potevano uscire a cercare cibo perché  la grotta si trovava in un luogo situato  tra le truppe tedesche,  posizionate a circa 300 metri di fronte,  e le truppe americane posizionate alle loro  spalle a circa un chilometro, i due schieramenti si sparavano giorno e notte  ininterrottamente, finchè un giorno,  le truppe  americane riuscirono a colpire la posizione tedesca, ma si allontanarono senza liberarli.
 Durante questi 25 giorni  sia lui che la sua famiglia soffrirono la fame,  è ciò che  ricorda tristemente,  ma  solo oggi,  a distanza di  anni  lo giustifica,  fu il fatto che allora,   ognuno pensava solo a se stesso . Infatti  anche se alcune delle  persone presenti con lui nella grotta avevano da mangiare, queste non lo divisero con nessuno,  perché  in quei terribili giorni,  non si sapeva che fine uno avrebbe fatto,   non sapevi quanto  dovevi  stare nascosto, non sapevi  se ti avrebbero liberato gli americani  o saresti stato catturato dai tedeschi, quindi dovevano  sopravvivere con quel poco da mangiare che avevano, quindi   si viveva alla giornata.
Per  concludere questa breve storia, la quale credo sia servita  ad offrire un ulteriore testimonianza degli stati d’animo di quel periodo i quali hanno segnato la storia Italiana e non solo, il Sig. Di Cave ricorda che Velletri  fu distrutta al 90%, e tutto ciò che possedevano   tra le aziende e le case,  fu  distrutto dai bombardamenti e saccheggiato. Loro per i primi mesi post-guerra riuscirono a sopravvivere  grazie  all’aiuto di alcuni parenti che vivevano a Roma,  e  che fortunatamente erano riusciti a salvare almeno la casa.