Tra pochi giorni ricorre il primo anniversario della morte
del mio Renato e mai come in questo momento -
mentre l'immane guerra perdura e si prolunga il distacco con gli altri
cari di famiglia - sento il bisogno di
restargli spiritualmente vicino e confidarmi con Lui, come se lo avessi ancora
accanto.
Quel che scriverò non mi interessa saperlo, perché desidero
soltanto che questo soliloquio -
mantenuto nella forma più semplice, come semplice fu tutta la Sua vita -
possa sfiorare quella dolcissima Anima e possa rendermene più
degno.
Se la sua morte è già lontana nel tempo,
la sua memoria rimane in benedizione ed è viva in quanti lo conobbero ed
amarono, non solo attraverso il caro ricordo che ha lasciato, ma in modo
speciale per la fine che gli è toccata,
La più grande delle guerre, la più radicale delle
crisi ha spezzato come festuche, turbinato in aria
come pula di frumento sull'aia anime e cose, memorie e vite. Il
vento del turbine ha travolto tanti innocenti, e tra questi anche il figliolo
mio.
Sembra che un fatale destino abbia segnato i limiti
della sua esistenza: Egli nacque con l’altra guerra e con questa è sparito.
Chissà che un qualche
presentimento non vi sia stato in noi, divenuti negli ultimi tempi,
reciprocamente, tanto più riservati. I suoi occhi avevano
tante cose da dire le rare volte che ci rivedemmo nell’ultimo triennio, ma la
bocca preferiva aprirsi a poche e misurate parole.
Parco di esse era anche nello
scrivere, ma in compenso lo faceva
più spesso e diventava
sempre più affettuoso, più sollecito della
famiglia, dei conoscenti, di quanto
aveva a caro.
Da parte mia, mi ero abituato a pregare tanto per lui mentre era
lontano, mentre era in pericolo; a pregare per la sua
salvezza e per quella dei suoi compagni e
della nostra Patria. Ma quale impressione, quale differenza pregare ora per Lui
morto, e morto così tragicamente, lontano da tutti, in terra straniera,
senza una parola, senza una carezza di persona cara.
Lo scrupolo
di avere fatto così poco e di non potere fare più nulla per lui, distaccatosi da noi così in silenzio, privo di alcuna
prestazione da parte
nostra, senza averci
tolto neppure un'ora
di sonno o averci strappato una
lacrima preventiva, accresce oggi la
mia amarezza e
mi pare di dovergli tanto da non essere
più sufficiente il
poco di forze e di vita che ancora mi
resta.
Nelle poche pagine che seguono, dirò - il più possibile con
le sue stesse parole - qualcosa che ricordi la Sua breve esistenza.
Parlerò della sua infanzia, della sua età della ragione, dei suoi sentimenti, e delle sue
passioni, del suo equilibrato buon senso, dei suoi rapporti con parenti ed
amici, dei suoi studi, della sua vita militare, della tormentosa sua
deportazione, della Sua fine.
Nel dolce suo ricordo, intendo dedicare tutto ciò a coloro
che gli vollero e
gli vorranno bene, soprattutto ai suoi nipotini, che, fatti grandi, dovranno
essere orgogliosi di Lui. E benché con
le lacrime agli occhi,
sento di poter parlare serenamente, sia perché credo che la più bella opera di fede è
quella della sopportazione del dolore, sia perché, pur sotto il peso di una immane ingiustizia,
ricordo che il
vero cristiano deve
essere un umile,
non già un
ribel1e, e anche in espiazione delle proprie colpe deve porre una
sincera confidenza nella infinita
misericordia di Dio.
Renato, figlio caro, le vie del Signore
sono imperscrutabili e noi dobbiamo accettarne la volontà per il bene dell'anima nostra, per la pace d'Italia e dell’umanità, per
la purificazione che ci guida al Cielo.
Cristo
muore sulla Croce,
vittima dell'ignoranza. E ai suoi carnefici, dice:
« Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno ».
(segure post in data 20 giugno 2026)
