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domenica 22 dicembre 2013

Auguri

A tutti gli amici e ai lettori di questo blog



I più sinceri auguri di Buon Natale e di un Felice Nuovo

venerdì 13 dicembre 2013

Combattere l'Oblio Diario di un Internato in Germania 1943-1945

Sommario
Diario di prigionia



L’8 Settembre all’Isola d’Elba 
La consegna delle armi ai tedeschi 
Il trasferimento in continente 
Il trasferimento verso il confine 
Il trasferimento in Germania
Arrivo al campo di concentramento e tormento per la prima decisione 
Bombardamento aereo durante un trasferimento.
Come liberarsi di un “non voluto volontariato” con i tedeschi? 
Riassunto dei giorni passati a Mössingen nei volontari 
Dopo l’equivoco del volontariato si ricomincia: la vita da prigionieri 
Il “mercato degli schiavi”
Dura vita da prigionieri: freddo, fame, bastonate umiliazioni.
Riassunto della vita da prigioniero a Mössingen 
Nudi sotto la neve 
Riassunto dei giorni passati nel campo dei francesi 
Cronaca dei giorni di Zuffenhausen 
Riassunto del tempo passato a Zuffenhausen 
Cronaca dei giorni di Riedlingen .


Via Via si pubblicheranno i vari capitoli di questo diario di cui qui diamo il sommario 

mercoledì 27 novembre 2013

7 ottobre 1943. Il Rastrellamento dei Carabinieri Romani. Volume di Anna Maria Casavola

Aggiungi Anna Maria Casavola, 7 ottobre 1943. La deportazione dei Carabinieri romani nei Lager nazisti., Roma, Edizione Studium, 2008, 16,60 euro pag. 201, SBN 9788838240423

L0ordine del Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani con il quale disarma e arresta tutti i Carabinieri Romani



Ordine di operazioni af irma del generale di Brigata Dolfini che da disposizioni di dettaglio dell'arresto e della deportazione dei Carabinieri di Roma

Documento del Generale Comandante la Polizia Africa italian che aveva aderito alla RSI e che sostituisce i Carabinieri nel servizio d'Istituto


Rapporto di Kappler sul rastrellamento del Ghetto il 16 ottobre, sabato, 1943

Elenco dei Carabinieri Romani deceduti durante l'internamento

per ulteriori informazioni ed approfondimenti: prigiona@libero.it






martedì 12 novembre 2013

Giornata della Memoria 2013: una ragazza scrive le sue impressioni




Ieri, con grande onore, ho assistito ad una testimonianza speciale di una signora sposata da moltissimi anni con uno dei pochissimi superstiti delle deportazioni ebree,morto circa un anno fa all’età di 88 anni. Egli si chiamava Shlomo Venezia. Non avevo mai assistito ad una testimonianza del genere e a dir la verità ero molto emozionata,preoccupata ma allo stesso tempo curiosa. Una volta entrati tutti nella sala, ci siamo seduti aspettando ansiosamente l’arrivo della testimone e quando essa varcò l’uscio della nostra aula magna, rimasi colpita dal silenzio che tutto ad un tratto si diffuse nella sala. Questa piccola e grande donna, così l’ho definita, una volta pronta e seduta al suo posto, ha cominciato a raccontarci con estrema naturalezza tutte le vicende e gli episodi tragici che ha vissuto suo marito. Inizialmente Marika ci ha descritto l’infanzia e l’adolescenza di Shlomo dicendo che all’età di 19 anni viveva con la sua famiglia a Salonicco, in Grecia. Dico questo poiché purtroppo ragazzo non ha potuto vivere tranquillamente gli anni della sua gioventù con un normalissimo adolescente. All’età di 20 anni infatti fu deportato insieme alla sua famiglia e viaggiò per 11 giorni all’interno di un vagone di un treno in condizioni veramente misere e penose che Marika ci ha descritto con estrema precisione dicendoci che tutte quelle persone viaggiarono ammassate avendo in un angolino solo due bidoni: uno che conteneva l’acqua e l’altro che veniva utilizzato per i bisogni. Mentre ascoltavo queste dichiarazioni quasi non riuscivo a crederci! All’improvviso la stessa tristezza che si poteva percepire negli occhi di Marika mi avvolse completamente e risultò quasi impossibile immedesimarmi in quella povera gente. Successivamente, questa signora ci ha descritto il campo di concentramento in cui Shlomo giunse dopo il lunghissimo viaggio. La mamma e le sorelline furono subito uccise mentre Shlomo e i suoi fratello furono lasciati in una baracca, nella quale dormivano e mangiavano quel poco di cibo che veniva dato loro. La parte che più mi ha colpito è stata quando Marika ha raccontato che suo marito era stato uno dei prescelti per un settore molto particolare: il Sonderkommando. Chi ne faceva parte era destinato prima o poi alla morte ma la tanta fame e la disperazione lo portarono ad accettare questo incarico. Lui fu incaricato di tagliare i capelli alle persone morte nelle camere a gas. Il modo, in cui questa grande donna, raccontava lo stato d’animo di suo marito nell’eseguire questo lavoro, ci ha lasciato per un momento senza fiato. Sono moltissime le parti e le dichiarazioni che più mi hanno colpito ma se le dovessi descrivere tutte, il mio tema sarebbe infinito! Io e le mie compagne abbiamo ascoltato per circa due ore quella donna in modo attento e preciso. Sembravamo quasi soggiogate dalla sua voce, a volte spezzata e triste nel raccontare quelle atrocità. Non avevo mai ascoltato cosi ininterrottamente una persona senza distrarmi o pensare,anche per un secondo, ad altro! Inoltre, abbiamo avuto l’onore di leggere alcune parti del libro di Shlomo in cui egli raccontava proprio la sua esperienza all’interno del campo. Mi ha colpito il fatto che più volte nel suo libro ha dichiarato di aver descritto solo ed esclusivamente vicende che aveva vissuto in prima persona e non quelle che gli erano state raccontate dagli altri suoi compagni. Ritengo fermamente che lui sia un vero e proprio esempio di uomo da seguire poiché, anche dopo tutte le difficoltà sia fisiche che psicologiche, pur avendo vissuto un’esperienza tale,ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco, sposare una donna con la “D” maiuscola che gli è sempre stata accanto anche nei momenti più difficili, di dichiarare pubblicamente le sue testimonianze, accompagnare diverse volte gli studenti a visitare quei luoghi di sterminio. Ancora più coraggiosa è stata sua moglie, che per amore di suo marito, ha continuato anche dopo la sua morte a recarsi nelle varie scuole per raccontare l’atroce esperienza vissuta da Shlomo. Concludo dicendo che sono veramente felice di aver avuto la possibilità di conoscere e ascoltare una persona così stupenda,piena di coraggio e credo proprio che quella di ieri sia stata l’esperienza più intensa e costruttiva di tutta la mia vita!

lunedì 28 ottobre 2013

“Nous sommes dans un cul-de-sac” storia di Lucia Ottobrini

di Osvaldo Biribicchi
Maria, Leda, nomi di battaglia di Lucia Ottobrini, Medaglia d'Argento al Valor Militare, la prima gappista italiana che, sistematicamente, a partire dal 9 settembre 1943, ha condotto azioni individuali e di gruppo contro i nazifascisti. È una delle quattro ragazze, assieme a Carla Capponi, Marisa Musu e Maria Teresa Regard, dei Gruppi di Azione Patriottica fondati a Roma dopo l'8 settembre 1943. Nel libro L'ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli, Donzelli Editore, la Ottobrini è citata quattordici volte. Leggendo questo libro sulla Resistenza romana rimasi subito incuriosito dalla figura di questa giovanissima combattente, per metà alsaziana e metà romana. La immaginai forte, determinata, forse anche spietata, di poche parole e, al tempo stesso, generosa e di grande sensibilità d'animo. Due posizioni contrastanti tra loro. Ma chi era e chi è questa donna che non riuscivo ad inquadrare perfettamente? Cercai altri libri, articoli di giornale per conoscerne meglio la storia, la vita. La svolta c'è stata quando, grazie all'amico Giovanni Cecini, autore del Libro I soldati ebrei di Mussolini edito da Mursia, ho conosciuto il Professore Mario Fiorentini, classe 1918, insigne matematico, esponente di spicco della Resistenza romana ed italiana, decorato con tre Medaglie d’Argento al Valor Militare, tre Croci di Guerra al Merito, la Medaglia Donovan dell’Office of Strategic Services (USA), la Medaglia della Special Force (Regno Unito) e, cosa più importante, marito di Lucia Ottobrini. L’incontro, già di per sé eccezionale, con il Professor Fiorentini mi ha consentito di conoscere Lucia di persona. Alla travolgente loquacità di Mario, fonte inesauribile di aneddoti e storie legate al suo passato di combattente, affascinante affabulatore che, con incredibile disinvoltura, passa da argomentazioni matematiche a temi legati alla cultura, all'arte, al teatro, all'impegno sociale, fa da contrappunto la austera riservatezza di Lucia. Lei, cattolica convinta, tollerante verso le altri fedi religiose, non ama parlare del suo passato in generale né, tanto meno, di quel tragico periodo che va dall'8 settembre 1943 al 15 giugno 1944 in cui fu protagonista prima della guerriglia urbana a Roma poi, dopo la nota azione di Via Rasella, della guerra partigiana in montagna, nel settore Tiburtino.
Lucia, seconda di nove figli, nasce nel 1924 a Roma ove vi rimane fino all'età di cinque mesi, ossia fino al momento in cui i suoi genitori decidono di trasferirsi in Francia, a Mulhouse, una ricca e laboriosa città dell'Alsazia meridionale, a ridosso delle frontiere con la Svizzera e la Germania, dove i bisnonni materni erano emigrati alla fine dell'Ottocento ed avviato una solida attività commerciale. Mulhouse è una città a vocazione industriale e mineraria che, negli alterni passaggi di mano, dopo la Grande Guerra era tornata a far parte della Francia. È in questa città, ove convivono sfruttati e mal pagati minatori ed operai italiani, polacchi, cecoslovacchi e francesi, che Lucia cresce e si forma, ove acquisisce quella coscienza sociale, quella sensibilità verso gli emarginati verso i più deboli che non l'abbandoneranno più e andranno a formare la base su cui poggerà il suo successivo impegno politico, la sua lotta armata contro il nazifascismo, contro le ingiustizie. La famiglia di Lucia, comprendendo in questo termine anche i tanti cugini e zii, è bella e numerosa. Tutti si vogliono bene e, soprattutto, sono molto uniti fra loro e con la comunità italiana di Mulhouse. Una vecchia foto di famiglia, in bianco e nero, scattata in occasione di un matrimonio, li ritrae tutti insieme, vicini, stretti. Nell'osservare la foto, si rimane affascinati, oltre che dal ragguardevole numero di componenti di questa famiglia, dai volti sereni delle persone, dagli sguardi fieri. Tutti, grandi e piccoli, eleganti nei loro abiti, sono caratterizzati dalla compostezza di portamento, segno esteriore di una agiatezza raggiunta attraverso non pochi sacrifici ed un duro ed intelligente lavoro. Ebbene, con l'occupazione della Francia, nel 1940, da parte dei tedeschi, questa famiglia viene direttamente e tragicamente colpita, spezzata dai nazisti. Alcuni parenti ebrei vengono brutalmente prelevati nelle loro case, deportati e gasati ad Auschwitz. Idealmente, è come se quella foto in bianco e nero venisse stracciata.
Per Lucia è un colpo particolarmente duro che le fa crescere dentro una rabbia sorda, profonda verso ogni forma di prepotenza, di arroganza, di ingiustizia. A seguito di questi eventi, Lucia ed i suoi fanno ritorno a Roma, in una casa assegnata loro dallo Stato nel periferico e povero quartiere di Primavalle.
È un periodo di grande avvilimento. I genitori vanno alla ricerca di un lavoro, lei è assunta come operaia alla Zecca dello Stato. L'avvicinamento all'antifascismo avviene attraverso la conoscenza, nella primavera del 1943, del giovane Mario Fiorentini di famiglia ebrea piccolo-borghese. Fiorentini è in contatto con gli ambienti culturali ed artistici della città. È in amicizia con scrittori come Ugo Betti, Giorgio Caproni, Francesco Jovine, Sibilla Aleramo, Sandro Penna e Vasco Pratolini; con pittori come Vedova, Turcato, Guttuso, Purificato. Conosce registi, quali Squarzina, Lizzani, Gerardo Guerrieri, Vito Pandolfi, Mario Landi ed attori di teatro e cinema come Gassman, Lea Padovani, Nora Ricci, Caprioli e Bonucci. L'intesa fra i due giovani è immediata, naturale; si completano a vicenda. Lucia, educata e cresciuta in un ambiente sociale avanzato, multireligioso; che parla correntemente, oltre all'italiano, il francese ed il tedesco; che considera la Francia, messa in ginocchio dai nazisti ed aggredita dall'Italia, la sua seconda patria; che ha avuto nella sua numerosa famiglia dei parenti ebrei deportati e gasati ad Auschwitz; lei alsaziana proveniente da una realtà che l'ha portata a conoscenza, ancor prima degli stessi ebrei piccolo-borghesi romani, delle spaventose realtà dei campi di sterminio nazisti, accoglie con estrema naturalezza i principi antifascisti. Nella prima metà del 1943 frequenta, insieme a Mario Fiorentini, gli ambienti culturali ed artistici di Roma e partecipa alle prime azioni politiche: comizi lampo e manifestazioni di protesta. Il primo incarico politico, affidatogli da Laura Lombardo Radice, consiste nella raccolta di indumenti, medicine e cibo per i prigionieri politici. Nello stesso periodo, Mario entra in contatto con gli antifascisti di “Giustizia e Libertà”, di ispirazione democratica e repubblicana. Ed è nelle file di questo movimento politico, dal carattere popolare ed interpartitico, che, dopo la caduta del Fascismo nell'agosto del 1943, Lucia, Mario e Franco di Lernia, guidati da Fernando Norma, partecipano agli Arditi del Popolo. All'appuntamento dell'8 settembre 1943, quando i tedeschi occupano Roma, Lucia arriva dunque preparata: politicamente, spiritualmente e militarmente. Lei, rispetto a Mario, che in seguito sarebbe diventato suo marito, il compagno affettuoso della sua vita, agli altri giovani intellettuali, ai suoi coetanei è politicamente in vantaggio per il semplice motivo che ha conosciuto prima di loro, in Alsazia, la brutalità dei nazisti. La Ottobrini, fortemente ideologizzata e con un bagaglio di sofferenze anche più pesante e tragico di quello di Mario, che pure aveva subito le leggi razziali, che aveva visto, il 16 ottobre 1943, portar via brutalmente dai nazisti i suoi genitori i quali solo fortunosamente erano riusciti ad evitare la deportazione ad Auschwitz, non esita nemmeno un istante a scendere in campo contro gli occupanti. Il 10 settembre, dopo che si erano spenti i furiosi combattimenti iniziati la notte dell'8 con l'attacco dei paracadutisti tedeschi alle postazioni del I Reggimento Granatieri nei pressi del ponte della Magliana e proseguiti a Porta San Paolo, Lucia e Mario sono in via del Tritone, all'angolo di via Zucchelli, ad osservare muti ed angosciati il transito dei carri armati e delle truppe tedesche di occupazione. Lo sfilamento non è ancora terminato che Mario prende Lucia per un braccio ed esclama “nous sommes dans un cul-de-sac”. Subito dopo, vanno alla Pineta Sacchetti, al Flaminio, a Monteverde a raccogliere le armi abbandonate nelle caserme, soprattutto bombe ed esplosivi. In questa particolare e concitata ricerca, gli iniziatori della guerriglia urbana sono guidati da un Ufficiale dell'Esercito, il Tenente Prat. Ai primi di ottobre del 1943 è, insieme a Mario Fiorentini, tra i fondatori dei Gruppi Armati Patriottici Centrali i quali hanno lo scopo di indebolire il potenziale bellico nazista a Roma ed impedire che la “Città Aperta” venga utilizzata per il transito delle colonne di rifornimenti dirette al fronte. I GAP romani sono quattro, divisi in otto zone che coprivano l'intero perimetro urbano; ognuna di esse ha un comandante militare, un commissario politico ed un responsabile organizzativo.
La Ottobrini partecipa alle più importanti ed audaci azioni militari dei GAP romani. Fra le più importanti e conosciute, senza contare i ripetuti improvvisi attacchi a colpi di bombe agli automezzi e carri armati tedeschi in sosta ed in transito per il fronte, quella del 4 marzo 1944 davanti alla caserma dell'81° Reggimento di fanteria in via Giulio Cesare, per ottenere la liberazione dei civili arrestati; l'attacco, il 10 marzo, al Battaglione “Onore e Combattimento” della Guardia Nazionale Repubblicana in via Tomacelli; l'attacco in via Rasella, il 23 marzo 1943, alla Compagnia del Reggimento di Polizia SS “Bozen”, formato da altoatesini che avevano optato per la cittadinanza tedesca. Questa azione è pianificata da Fiorentini, fondatore e comandante del Gap Centrale Antonio Gramsci. 
L'attacco, fulmineo, portato a termine da diciassette gappisti, fra cui la Ottobrini e la Capponi, comandati da Carlo Salinari, provoca la morte di trentatre tedeschi, ventotto sul colpo e cinque in ospedale a causa delle gravissime ferite riportate. Un centinaio i feriti. Nessun gappista, invece, rimane ucciso o ferito; nessuno viene catturato. In via Rasella si svolge una vera e propria battaglia. Dopo aver fatto esplodere l'ordigno al passaggio dei militari, i gappisti attaccano a colpi di bombe e d'arma da fuoco i tedeschi, ingaggiano con questi una violentissima sparatoria. Ogni SS ha  cinque o sei bombe a mano appese alla cintola. Anche queste scoppiano e contribuiscono ad accrescere il numero delle vittime. La compagnia SS viene praticamente annientata da un manipolo di guerriglieri che, dopo l'azione, svanisce nel nulla. I tedeschi sono furibondi, dal punto di vista militare il durissimo attacco subito, peraltro nel cuore di Roma, è uno smacco umiliante mai accaduto prima nelle città dell'Europa occupata. Il giorno dopo segue la fulminea tremenda rappresaglia tedesca alle Fosse Ardeatine, ove vengono trucidate 335 persone di età compresa fra i 14 ed i 75 anni. Dopo l'azione di via Rasella, “Maria” e “Giovanni”, ricercati dai nazisti, vengono inviati dalla giunta militare del CLN a dirigere le operazioni nella zona di Tivoli e Castelmadama.  Intanto, a pochi chilometri da Roma, ad Anzio, gli Alleati sbarcati due mesi prima, alle prime luci del 22 gennaio 1944, sono ancora li, inchiodati dai tedeschi. I romani che aspettavano da un momento all'altro l'ingresso degli anglo-americani in città avrebbero dovuto aspettare sino alla domenica del 4 giugno.
Di quel periodo, Lucia ricorda, con il dolore nel cuore, i terribili devastanti bombardamenti americani che si abbattevano quotidianamente sulla povera gente, quella stessa gente che l'8 settembre 1943 aveva festeggiato l'armistizio come la fine di un periodo buio, che aveva visto in quell'armistizio il ritorno a casa di figli e mariti dai lontani fronti di guerra e guardato con ottimismo all'immediato futuro. Lei non comprendeva il senso di quelle devastazioni che colpivano duramente più la popolazione che i tedeschi. Tivoli fu quasi interamente rasa al suolo, case ed ospedali distrutti. Dopo quei bombardamenti, viene inviata sulle alture di Castel Madama per dirigere un nucleo partigiano al quale è affidato il compito, fra gli altri, di preservare una centrale idroelettrica che i tedeschi intendono far saltare. "Niente di particolarmente eroico", afferma in una intervista, "eravamo gente costretta a lottare e non guerrieri in cerca di gloria".
 Sempre di questo periodo, il Professor Fiorentini ama raccontare la pietà di Lucia sia nei confronti dei civili, stremati dai continui, quanto inutili, bombardamenti anglo-americani, che dei tedeschi. A questo riguardo, racconta di quando Lucia, con il cuore straziato, vide una colonna di giovanissimi soldati germanici che, provati dai durissimi combattimenti, stanchi ma orgogliosi, cantavano “Andiamo a casa dove staremo bene”. Nell'ascoltare questa struggente canzone, la gappista alsaziana che capiva il tedesco scoppiò a piangere. In questo episodio è, forse, racchiusa la complessa e profonda personalità di  Lucia Ottobrini.
Sulla sua scelta politica e militare di combattere il nazifascismo, ha dichiarato: “La principale motivazione della mia scelta antifascista fu sicuramente l'entrata in guerra contro la Francia, la mia seconda patria, l'infamia di un'aggressione contro un Paese che era stato già piegato dai tedeschi. Poi le leggi razziali. Molta gente, specie nel "popolino", aveva creduto in una matrice proletaria del fascismo e in una certa propensione ad occuparsi della povera gente e questo spiega il consenso di massa che il fascismo, e il fascino personale di Mussolini, avevano conseguito. Con i fallimenti della campagna di Grecia e di Russia, si capì subito però che la guerra non sarebbe stata la passeggiata imprudentemente promessa. Fu il fatto di aver passato la prima parte della mia esistenza in un ambiente proletario e i miei trascorsi in Francia, che fecero maturare in me la coscienza di stare dalla parte degli operai e del popolo”.
Nel 1953 le è stata assegnata la medaglia d'Argento al Valore Militare con la seguente motivazione:
"Ottobrini Lucia di Francesco e di Domenica De Nicola, Roma, classe, 1924, partigiana combattente. Giovane e ardimentosa partigiana, dava alla causa della Resistenza a Roma e nel Lazio, apporto entusiastico e infaticabile. Raccoglieva e trasportava armi, procurava notizie, contribuiva validamente alla organizzazione di numerosi atti di sabotaggio. Con coraggio virile non esitava ad impugnare le armi battendosi più volte a fianco dei compagni di lotta, sempre dando esempio di impareggiabile ardimento e facendosi ricordare tra le figure rappresentative della Resistenza romana. Zona di Roma, settembre 1943- giugno 1944)".
Ad oltre sessantacinque anni di distanza da quei dolorosi giorni in cui tutti, uomini e donne, furono chiamati a delle scelte difficili e drammatiche, in Lucia rimane un profondo senso di umanità. Un senso di pena per tutte le vittime di quel periodo, compresi quei giovani tedeschi, di cui parlava la lingua, che con la paura nel cuore cantavano “A casa, a casa, che li staremo meglio”



sabato 12 ottobre 2013

Caprarola: Convegno ANRP. 11 ottobre 2013

Si è tenuto a Caprarola il convegno nazionale della Associazione Nazionale Reduci della prigionia, dall’internamento e dalla guerra di liberazione. In questo ambito, a Palazzo, Farnese, si è svolto un Convegno di studi dedicato all’8 settembre 1943. In un arco di mattinata, alla presenza di un folto pubblico, dei delegati della Associazione e dei ragazzi dell’Istituto Alberghiero di Caprarola, che hanno svolto incomiabilmente il loro ruolo anche di ospiti, si sono susseguite relazioni interessanti, peraltro calibrate alla “audience” in sala, in cui più che novità scientifiche o aspetti particolari dell’argomento proposto, si è posto l’accento sulla narrazione enfatica ed elogiativa degli avvenimenti armistiziali in un quadro storico, quindi, adatto al pubblico in sala.
Quello cha va sottolineata è la relazione della prof.ssa Enrica Tedeschi, che ha tracciato un affresco vivo ed interessante della esperienza di suo padre, l’attore Gianerrico Tedeschi, internato militare. Dopo la descrizione di vari episodi dell’internamento e del rimpatrio di suo padre ( la sorella del suo più stretto compagno di prigionia divenne la sua sposa) ha posto l’accento su un tema di estremo interesse: la continuità tra gli eventi del 1943, i loro attori e protagonisti e il dopoguerra politico italiano. Gianenrico Tedeschi era anche amico di Ruggero Zangrandi, comunista, giornalista che, come noto, ha studiato a fondo i motivi e le ragioni di quel tragico settembre. Le osservazioni della Relatrice sono state interessanti. La prima: i lavori della Commissione per la mancata difesa di Roma, Commissione, nominata dal Governo Bonomi, quello che oggi potremo definire “di larghe intese”, un crogiuolo di intessi ove i veti incrociati impedirono  alla Commissione stessa di procedere per una giusta strada, che fu solo indicata ma non percorsa, quella di far comprendere a tutti quello che era successo. La Commissione, presieduta dal comunista Palermo, si limitò, dopo mesi di lavoro, a pronunciarsi solo contro il generale Roatta, che fu condannato; poi non andò oltre. E’ evidente che Roatta era sul gradino più basso della scala dei responsabili. E questa scala non la si volle salire. Per inciso, Roatta riuscì a fuggire, sottraendosi nei giorni caldi e ripresentandosi poi ad acque calme e ferme, divenendo consigliere del Ministro Giulio Andreotti. E qui iniziano i dubbi, le ipotesi, di cui questa vicenda dell’8 settembre è intrisa, che sottolineano che quello che sappiamo dell’8 settembre non è la realtà ma quello che qualcuno ha voluto farci credere. Ed ancora oggi questo persiste.
Enrica Tedeschi ricorda che a casa era noto a tutti che Ruggero Zangrandi aveva due valigie abbastanza grandi di tutti i documenti originali della Commissione di Inchiesta. In una i documenti relativi all’armistizio ed oltre, e la seconda per lo più contenente lettere e carte riguardanti i servizi segreti.
Zangrandi scrisse, come noto, negli anni ’60 due interessantissimi libri, in cui emerge chiaramente, senza portare la prova documentale definiva, che tutto l’8 settembre crisi armistiziale e conseguenze non fu altro che un doppio gioco del Re e di una parte dello Stato Maggiore per attirare gli Alleati in una trappola tale da costringere alla rivolta le opinioni pubbliche alleate e costringere i governanti al tavolo della pace; pace che sarebbe naturalmente stata basata sulle conquiste tedesche del momento in Europa, che avrebbe dato alla Germania nazista la vittoria, ovvero una Europa nazificata.
L’altra valigia contiene documenti in cui vi sono nomi e cognomi, organigrammi, ordinamenti e quanto serve per dimostrare che non esiste discontinuità ma continuità tra l’OVRA, il SIM e i servizi segreti, in testa il SIFAR di Di Lorenzo del dopoguerra. E qui si inserisce l’azione e la testimonianza di Tom Hopkins, che inserisco a titolo di contributo ma non citata dalla relatrice, in cui sottolinea l’attività dell’OSS statunitense ed l SOE britannico, da cui dipendeva il SIM del Regno di Sud, in particolare la Sezione Calderini e la Zurlini. Nel suo volume “L’Altra Resistenza” Hopkins scrive pagine quanto mai inquietanti.
Le due valigie fino al 1970, riferisce la Relatrice, erano a casa Zangrandi che, come notò, si suicidò nel 1970, ma che è voce comune che su questo suicidio ci siano riserve. Le due valigie furono portate alla Botteghe Oscure, allora sede del PCI, e poi le tracce si perdono.
Una relazione quanto mai interessante e attraente, che riporta d’attualità la domanda che da anni ci poniamo e poniamo: perché non vi è stata la Norimberga Italiana, imposta dagli Alleati, certamente. La Commissione d’inchiesta per la mancata difesa di Roma dimostra che sarebbe stato quanto mai  pericoloso procedere.

Il Convegno si è poi concluso con il conferimento di un diploma di Socio Onorario al Sindaco di Caprarola: nella consegna è stato ricordato l’amico Vittorio Emanuele Giuntella, ufficiale degli alpini e Internato; Anche il Generale Cornacchione, figlio di un IMI, molto vicino alla Associazione, ha ricevuto il diploma di Socio d’Onore.
(massimo coltrinari: contatto:prigionia@libero.it) 



giovedì 3 ottobre 2013

La repressione della germania nei confronti degli oppositori nei territori occupati durante la Seconda Guerra Mondiale

L’approccio della Germania nei confronti della guerriglia
ed alla  guerra per bande

Massimo Coltrinari

Ogni Paese invaso ed occupato dalla Germania nazista ha dato vita alla sua Guerra di Liberazione. In pratica in tutti i territori occupati si sviluppa un movimento di resistenza e di opposizione alla Germania, alla sua ideologia ai suoi metodi che permette parlare di coalizione antihitleriana Sulla base del collaborazionismo, la Germania aveva instaurato una serie di rapporti ed istituzioni negli Stati invasi che si possono raggruppare nella coalizione hitleriana. Le formazioni sorte non erano riconosciute dagli Stati nemici dell’Asse ed erano combattute dai movimenti di resistenza locali. Una sintesi di queste formazioni è la seguente:
Belgio, Alleanza Nazionale Fiamminga di Staff de Clerq; Associazione d’Amicizia germano-fiamminga; “rexismo” di Leon Degrelle;
Birmania, Partito Wunthann, di ispirazione buddista
Cina, governo filogiapponese di Nachino diretto da Wang Tsing Wei, che tra l’altro dichiara la guerra agli anglo-americani.
Croazia, Ustascia con a capo Ante Pavelic, capo del governo del regno di Croazia la cui corono fu offerta ad un Principe di casa Savoia; Volkdeutsche, minoranza etnica tedesca con a capo Branimir Altgayer.
Danimarca, Partito Nazionalsocialista dei lavoratori Danesi, che riesce a formare anche una Legione SS volontarie di soli danesi.
Estonia, Consiglio territoriale estone, con a capo Hjalmar Maesa e sostenuto e composto dalla Associazione dei Combattenti dei Corpi Franchi (WABSE)
Filippine, Il governo presieduto da Josè P.Laurel, appoggiato dai giapponesi, proclama l’indipendenza e dichiara guerra agli anglo-americani.
Francia, Il Regime di Vichy fu certamente collaborazionista sotto la presidenza di Pierre Laval e la successiva occupazione tedesca di tutto il paese. Le forze apertamente collaborazioniste furono il Parti Populaire Français di Jacques Dorit, il parti Franciste di Bucare, il rassemblement National Populaire di Marcel Deat. Per il periodo giugno 1940 aprile 1942 lo Stato Francese fu sotto la presidenza del Maresciallo Petain e si discute ancora oggi se questo Stato debba essere considerato indipendente oppure collaborazionista.
Grecia, Il governo filotedeschi del generale Tsalakoglou.
India, Si costituisce a Singapore il 21 ottobre 1943 un “Governo dell’India Libera” con a capo Subas Chandra Bose, leader nazionalista. Questo governo dichiara guerra alla Gran Bretagna e USA. Riesce a costituire un esercito indiano di 30.000 denominato 2Esercito nazionale Indiano”, che viene impiegato accanto ai Giapponesi. Il territorio indiano non verrà mai occupato dalle forze dell’Asse.
Italia, Mussolini proclama la Repubblica Sociale Italiana il 23 settembre 1943 (vds)
Indonesia, Ahmed Sukarno è a capo di un Consiglio Consultivo Centrale che collabora con i Giapponesi e proclama l’indipendenza dall’Olanda.
Lettonia, Il generale Dankers è a capo del Direttorio Generale Lettone; E’ attivo il Movimento delle Croci di Tuono (Perkonkruts) che arruola volontari per le SS.
Lituania, Vengono formati battaglioni di SS Polizie al comando del generale Kubilionunas.
Malesia, Unione Malese e Movimento della Gioventù Malese
Nordafrica francese, Al comando di El Moadi si forma una legione Nord Africa di circa 550 giovani algerini che si affianca ai tedeschi. Nella Deutsche-Arabische Truppen, nella Falange Africana e nella divisione SS Handschar si arruolano alcune migliaia di tunisini.
Norvegia, Si insedia il governo presieduto da Vidkun Quisling. Il nome di Quisling diviene nel linguaggio comune sinonimo di Collaborazionista.
Olanda, Anton Mussert è a capo di un Movimento Nazionalsocialista Olandese che spera di costruire una "Grande Olanda”. I volontari olandesi nelle SS tedesche sono il gruppo più consistente.
Palestina, Hadj Amin el Hussein, Gran Mufti di Gerusalemme da Berlino lancia un appello alla guerra santa dei mussulmani contro i giudei ed i bolscevici. La Palestina non viene occupata dalle Forze dell’Asse.
Romania, A. Schmidt capeggia i Voldeutsche romeni
Russia, Il generale Andrei Vlasov, già prigionieri dei tedeschi, costituisce un Comitato Russo Anticomunista. Forma un esercito che combatte a fianco dei tedeschi. Il generale Pietr Krasnov, costituisce una Armata Cosacca che viene nel 1944-45 inviata nella Carnia e nel Friuli orientale in funzione antipartigiana.
Serbia, opera il partito Fascista serbo con a capo Liotic che sostiene il governo Nedic filotedesco.
Slovacchia, F. Karmasin, agente della Germania, guida i Volkdeutsche slovacchi
Slovenia, Opera il governo del generale Rupnik
Ucraina, Operano i Consigli Nazionali Ucraini e la Organizzazione di Liberazione Ucraina. Attivo è il reclutamento per le SS e per le unità ausiliarie dell’esercito Tedesco
Ungheria, Agisce il movimento delle Croci frecciate di Ferenc Szalasi, che nell’ottobre 1944 divine capo del Governo. Franz Basch è a capo della Lega Nazionale dei tedeschi. Può sembrare un arido elenco, ma tutte queste formazioni  collaborazioniste furono combattute da movimenti di liberazione nazionali.

L’approccio della Germania nei confronti della guerriglia ed alla guerra per bande
Se si vuole analizzare gli aspetti riaurdanti il secondo fronte, ovvero la guerra partigiana condotta nel Nord Italia, occorre fare una riflessione su come la Germania, e di conseguenza, i Nazisti, affrontarono e considerarono, soprattutto da un punto di vista dottrinale e concettuale, quello che nell’anteguerra si chiamaba “guerra per bande” o “guerriglia”, e che poi nel secondo dopoguerra assurse al nome di “movimenti di Resistenza”.[1]
E’ fondamentale questo passaggio per capire come mai i tedeschi in generale, ed i nazisti in particolare, si crearono così tanti nemici non in divisa, in tutti i paesi che occuparono e comprender eperchè non riuscirono, nonostante i vari governi collaborazionisti, a neutralizzare o ridurre al minimo i fenomeni di ribellione, fenomeni che sempre is manifestano quando di attua un regime di occupazione militare di territori di Stati militarmente sconfitti in battaglia o in guerra. E’ un aspetto che riserva molte sorprese ed è poco studiato.[2] Qui si può fare solo un accenno ai rapporti tra gli occupanti tedeschi, le popolazioni occupate, i movimenti di resistenza ed i collaborazionisti. Mentre, ad oltre 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, vi è una vasta podruzione scientifico-letteraria sugli eventi della guerra di liberazione, che hanno sudiato a fondo gli aspetti della lotta partigiana, lo sfruttamento, le atrocità, le violenze, i sopprusi che hanno punteggiato la occupazione sia nazista che giapponese, e le vicende connesse con l’attività parallela dei collaborazionisti, poco o nulla è stato approfondito 3 studiato su come era organizzata l’attività repressiva germanica, quale evoluzione ha avuto nel corso della guerra, anche frutto delle esperienze acquisite sul campo, quale funzione avessero al suo interno le violenze, le rappresaglie, le atrocità, che necessariamente non erano fine a se stesse, almeno in linea di principio.
E’ evidente che non può essere accettato il semplice fatto che i Tedeschi adottassero questi sistemi di violenza, ricorrendo ad ogni sorta di crudeltà verso le popolazioni occupate e sostanzialmente inermi, non solo in Italia ma in tutta Europa compresa la Russia perche “cattivi” o ubbedienti ciecamente ad un “pazzo”. Troppo semplicisticoe superficiale. I Tedeschi così rappresentati non possono essere “veri” ed il loro regime di occupazione sostanzialmente un brutto periodo da dimenticar ein fretta.
 Questa percezione è da respingere perché non è ipotizzabile pensare all’apparato poliziesco- repressivo germanico-nazista come semplicemente una formidabile macchina di violenza ed atrocità, a cui si contrappone in modo statico e, spesso nelle rievocazioni degli ultimi decenni, apologetico apparato partigiano, tutto virtù ed idealità, teso alla vittoria del bene sul male. Questo approccio sottovaluta e sottostima la capacità reattiva, di elaborazione dottrinale, di evoluzione dell’impiego delle forze, e, in sintesi, della capacità innovativa della lotta antipartigiana nazista. Perché se si accetta questo ne discende , in definitiva, che tutti i movimenti partigiani siano sottostimati e, in pratica, li si denigri nella sostanza, non riconoscendone i meriti.
E’ necessario, quindi, riproporre un quadro dinamico e e dialettico della azione condotta dai protagonisti della Guerra di Liberazione, soprattutto quelli che hanno dato vita al movimento partigiano, che noi consideriamo come Secondo Fronte. Questo anche al fine di sottolineare, ancora una volta, che il movimento partigiano non è stato condotto da una sola parte ma da tutte quelle componenti, politiche e non politiche della nostra società che non accettavano imposizioni, violenze e quant’altro i Tedeschi imponevano.
Ed ancor più per sottolineare con maggiore energia le varie categorie di lacerazioni che l’occupazione tedesca ha prodotto, e quale portata politico-sociale, economica, religiosa abbiano avuto i successi del movimento partigiano.
Questo approccio, di studiare l’azione tedesca in regime di occupazione, può aiutare ancor di più a comprendere come nella mentalità, nelle scelte, nella essenza della ideologia nazista, si può trovare la impossibilità di avere un qualsivoglia rapporto positivo ed ottimale con le popolazioni occupate. E, conseguentemente, trarre le conseguenze del caso in termini di adesione, di consenso e di aiuto da parte delle popolazioni al movimento di partigiano, al distacco e all’allantonamento dalle proposte germaniche e collaborazionistiche e, in termini più ampi, per alcuni di apologia, di rimpianto, e di negazionismo più o meno esteso.

Non vi è lo spazio per uno studio approfondito, ma alcuni cenni alla soluzione delle dottrine che hanno guidato l’attività germanica in tema di attività di controguerriglia exstraurbana può aiutare a comprendere alcuni capisaldi di quello che poi in sostanza è il comportamento del “nemico” quando si parla di Guerra di Liberazione.
Una rapidia presentazione dei principali documenti, così come sono stati presentati ed elaborati dauna ricerca edita dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito,[3] può dimostrare che la Germania affrontò il problema della Guerriglia già in fase di preparazione ad una guerra futura negli anni trenta. Si tratta di una esercitazione di polizia del maggio 1936[4], presentata sotto forma di un ordine di operazioni, in cui lo scenario ipotizzato è di guerra totale, in cui occorre contrastare un ipotetico nemico che opera nelle retrovie, in coordinazione con l’esercito regolare e l’aviazione strategica, tramite bande irregolari. Lo scopo della esercitazione è di eserciatre tutti i componenti la polizia ad affrontare queste bande irregolari superando, anche d’iniziativa, conflitti di competenza e situazioni di emergenza. Si deduce dal documento che l’azione is svolge su territori nazionale e che i possibili nemici erano la Polonia e la Cecoslovacchia e che le forze armate tedesche fossero sulla difensiva.[5] L’importanza di questa esercitazione sta nel fatto che già nel 1936 si voleva preparare i quadri di polizia a fronteggiare attacchi di irregolari nelle retrovie, in un quadro di guerra totale. Cardine fondamentale adottato l’impiego brutale e spietato della forza laddove le necessità lo richiedevano. Da questi elementi, ed altri che si possono scorgere nella esercitazione, emerge il fatto che non è accettabile la tesi che la spirale di violenze reciproche abbia portato la controguerriglia tedesca a livelli di crudeltà ed efferatezza che sono noti in tutta Europa. Secondo Politi “è stato un fattore che ha soltanto facilitato l’esprimersi di una attitudine mentale ricevuta in addestramento” [6]da cui è facile dedurre che è nella dottrina tedesca insito il fatto che la controguerriglia, in quanto tale, deve avere i caratteri della efferetazza, della crudeltà e della spietatezza, che trova ampio margine di accoglienza nella ideologia nazista.
Il primo documento tedesco che tratti di controguerriglia sulla scorta di esperienza belliche è del 22 settembre 1941 ed è intitolato “Manuale per l’addestramento delle unità di polizia riunite al combattimento di polizia”.[7], in cui si può cogliere le direttive per il comportamento delle unità tedesche nella fase iniziale della controguerriglia, con prevalenza per la difesa da imboscate  e la relativa reazione, più che ad azioni per annientare il nemico partigiano.
I vertici tedeschi, dopo due anni di guerra ormai avevano ampiamente affrontato il tema della lotta antipartigiana, tanto che si arrivò ad un accordo tra la componete militare e quella di polizia della Germania, ovvero l’accordo tra la Wehrmacht, rappresentata dal gen. Wagner e il RSHA (Reich Sicherheitshauptamt – Ufficio Centrale per la sicurezza del Reich)[8], rappresentato da Heydrich. L’accordo Wagner-Heydrich, sigliato il 26 marzo 1941, divideva le competenze nella lotta antipartigiana. La Wehrmacht era competente per la lotto contro i partigiani a ridosso e sulla linea del fronte a contatto con il nemico, l’SD[9] nel territorio retrostante con il compito primario di reperire, appena conquistato il territorio, archivi e documentazione utile a individuare le organizzazioni ostili al reich ed arrestandone i quadri, decapitando sul nascere ogni forma di guerriglia già sul nascere. Le unita SD erano aggregate ai grippi di Armate, da cui ne dipendevano logisticamente, ma erano ai diretti ordini di Himmler per l’impiego. Unico punto di contatto operativo con la Wehrmacht era quello informativo. L’accordo era sostanzialmente di natura politica, volto a dare equilibrio di potere tra la Wehrmacht e gli apparati di sicurezza del Partito Nazista; sul terreno operativo, sommato alla scarsa consistenza degli organi dello SD, e delle forze di retrovia della Wehrmacht, si rilevò pineo di lacune, lacune che permesiero le azioni inziali delle forze partigiane sovietiche. Infatti questo accordo era stato voluto proprio in funzone della invasione della Unione Sovietica, che iniziò il 22 giugno 1941, in cui nella occupazione del territorio operavano le due organizzazioni tedesche, però in modo parallelo.
Dopo quattro mesi di guerra, l’esperienze acquisite furono raccolte in un documento del 25 ottobre 1941 “Direttive per la lotta antipartigiana” edito dall’OKH[10]-Gen.St.d.H./Ausb.Abt (Ia) n. 1900/41 e fu diffuso  come testo di istruzione ed addestramento tra le unità di polizia apartire dal 17 novembre 1941.[11]
Il documento riprende i  principi della esercitazione di polizia del 1936 è sottolinea che la lotta antipartigiana deve essere condotta dalle sole forze di polizia, e si sottolinea che l’azione deve essere, dura, energica e spietata, mentre persiste il fatto che i rapporti con la popolazione sono sempre di scarsa importanza e posti sullo sfondo di  ogni concetto espresso.
Con l’opuscolo  “Waldkampf” (combattimento nei boschi)[12], dato 31 marzo 1942, edito dall’Oberkommando des Heres, in cui la lotta antipartigiana è focalizzata  sull’ambiente operativo e sulle implicazioni che esso ha sulla azioni di contorguerriglia. Questo documento è una ulteriore affinamento di quelli precenti ed è estremamente preciso.  Nei documenti precedenti vari concetti erano espressi in modo generalizzato, qui si chiarisce con precisione e chiarezza Ad esempio “gli uomini colpevoli di fiancheggiamento partigiano nella famiglia e a volte dell’intera stirpe vanno giustiziati. Le donne condotte in campi di concentramento, i bambini nel reich e li esaminato il loro valore razziale. I beni vengono confiscati” . Concetto che prima era confuso, ora chiarito in modo definitivo.
I tedeschi impiegarono anche unita controguerriglia, nella convizione che agendo con le stesse tecniche e formazioni partigiane avrebbero avuto facilmente partita vinta. Si tratta delle unità Jadgkommando[13], letteralmente “distaccamento di caccia. Queste unità specializzate erano composte, nella loro struttura organica,  di 39 uomini  con una dotazione di armi particolare[14] ed operavano in n ciclo di operazioni di 8-14 giorni di azione, 8 di riposo 3 di esercitazione per un toale di 10-25 giorni tra due inizi di operazione. Gli obbiettivi erano chiari: l’annientamento del maggior numero di partigiani, la scoperta dei reparti più consistenti, lo sconvolgimento della reta logistica e organizzativa dei partigiani, la diffusione della insirucrezza tra le formazioni nemiche, la creazioni di condizioni operative sempre più difficili. La tattica era semplice: lo Jadgkcommando, di notte, occultato, si stabiliva in una determinata zona, a piedi, percorrendo strade alternative. Acquisiva informazioni , e per circa 72 al massimo aspettava che unità partigiana cadessero nel tranello ed attacca, sfruttando l’elemento sorpresa usando le stesse tattiche partigiane; poi si ritirava e lasciava la zona; se si imbatteva in un reparto più consistente, non si impegna in combattimento, ma chiamava le unità di polizia territoriali e si sganciava. Ma l’impiego dello Jadgkcommando non diede i risultati sperati, anzi essi furono uno strumento che rese più sanguinosa l’azione e la vittoria partigiana in quanto senza l’appoggio di una azione politica tesa ad isolare il movimento partigiano dalla popolazione sotto occupazione e di una propaganda tale ad acquisire il consenso, cose tutte godute dal movimento aprtigiano, non si può sperare di eliminare qualsiasi movimento partigiano. I tedeschi capirono, con l’impiego di queste unità, che i sistemi di presidio, i grandi rastrellamenti ed i colpi di mano lasciano in piedi il movimento partigiano e solo mettendosi sullo stesso piano dei partigiani si può contrastare questa forma di lotta. Cosa che invece non riusci ad esser capita dai quadri e dai dirigenti militari della Repubblica Sociale Italiana nel loro contrasto al movimento partigiano.
Da notare, infine, che ai Jagdkommando furono affiancati, nel sistema repressivo tedesco, unità collaboratrici, ordinate organizzamene per meglio contrastare la guerriglia ed avere unità aguli per la controguerriglia.
Interessante un altro documento, “Der Kampf gegen die Partisanen”[15] in cui tra le tante cose affermate[16], si riafferma il principio che la totta antipartigiana e spietata. Una volta enunciato all’inizio “non si parlerà più nel resto dello scritto del carattere selvaggio di questa lotta, ma non bisogna trascurare che prima ancora delle qualità del combattente e dei suoi comandanti, conta la sua durezza. E’ facile, guardando questi documenti precdeneti, osservare la continuità di questo principio variamente espresso e accentuato , ma ben presente. Finchè per spiegare la crudeltà dei tedeschi nei paesi occupati si farà ricorso all’analisi delle sequenze di azioni partigianie e rappresaglie tedesche, ci sarà sempre spazio per spiegazioni irrazionalistiche le quali si appellano a oscure elucubrazioni sul fondo barbarico del popolo tedesco, o altre con intenti giustificazionismi che citeranno analoghe crudeltà partigiane oppure sosterranno che non era possibile agire diversamente.”[17]
 Nella lotta antipartigiana i tedeschi arrivarono ad impegare su larga scala anche la componente aerea[18], la cui importanza è notevole in quando i suoi contenuti[19], che qui non v è lo spazio di riportare, rappresentato i capostipiti delle successive teorizzazioni post-belliche, compreso l’impiego degli elicotteri.
Da questi documenti si evince un dato essenziale. La Germania, nella seconda metà degli anni ‘30 dedicò studi e riflessioni su come affrontare il fenomeno della guerriglia, in un quadro di guerra totale. Coloro che erano proposti allo studio della guerra e come condurla, cioè coloro che elaborarono la dottrina, non sfuggì questo aspetto, e non ne sottovalutarono assolutamente il peso che una qualsiasi forma di guerra non “convenzionale” avrebbe potuto avere in un grande conflitto come si andava delinenando e come si sperava che andasse. Le riflessioni dei pensatori tedeschi in quell’epocapartivano dal concetto che la componente partigiana non fosse che una versione aggiornata dei Freikorps (o corpi franchi) che tanto spazio ebbero all’indomani della Prima Guerra mondiale. Ma con questa elaborazione vennero poste le basi  dottrinali, come ad esempio l’azione coordinata di tutte le forze disponibili, ricorrendo anche alla terza dimenzione, per il contrasto e l’annimetimento degli elementi componenti la guerriglia, o dir si voglia il movimento partigiano. Emerge con sopresa, ma fino ad un certo punto, che la elaborazione tedesca del contrasto al movimento partigiano come la formulazione delle principali tecniche di rastrellamento, il corretto impiego della aviazione, a quell’epoca l’elicottero non era così sviluppato da essere impiegato a massa, la formazione di unita specializzate di controguerriglia, sono la risultante delle esperienza maturate sul campo, specialmente nei Balcani e in Russia. Nulla toglie alla validità di questa elaborazione, ancorché inserita in un quadro politico-strategico da non accettare, alla validità intrinseca dei criteri operativi e tattici adottati, tanto che si può dire che essi riemergono con altre etichette, ma sostanzialmente immuati, negli anni del primo dopoguerra in Algeria da parte delle truppe speciali francesi, nella guerra di indipendenza alegerina e soprattutto in seno all’Esercito degli Stati Uniti in Vietnam.
E’ importante sottolinearre che questa documentazione permette di affermare che l’uso del terroe quale mezzom intimiditario nella lotta antipartigiana vien previsto in funzione antibande già prima che la guerra iniziasse; questo sgombra il campo da tutte quelle asserzioni che è la guerra partigiana che alimenta la crudeltà eche i tedeschi ne furono coinvolti e costretti. Il successivamente inasprimento della guerra non farà che accentuare questa premessa di fondo. Questo si inserisce nel tradizionale pugno di ferro che gli eserciti tradizionali europeo trattano i combattenti irregolari ed i loro fiancheggiatori, specie nelle cosiddette operazioni di pacificazione dopo la conclusione delle ostilità. E’ difficile, nel comportamento dei tedeschi scindere quanto vi è nelle concezioni terroristiche da essi applicate in funzione antipartigiana, appartengono al patrimonio europeo della prassi politico-militare di repressione e quali sono invece gli elementi specificamente nazisti. Il fronte orientale fu la fonte di esperienze ed il terreno della elaborazione delle dottrine tedesche di controguerriglia, con tutti il quadro di crudeltà e violenza che in quel fronte si andava applicando. La elaborazione dottrinale si affina sempre più e raggiunge il culmine nel 1944-1945.[20]I tedeschi apprendono che la controguerriglia si basa sulla parcellizzazione delle forze e delle azioni, piuttosto che sulla concentrazione di esse nel tempo e nello spazio. Queste devono essere decise e spietate e da qui la puntule sequenza di atrocità in tutti i territori occupati dai tedeschi
Un particolare cenno occorre fare alle rappresaglie. Queste nella coscienza collettiva nazionale rappresentato ferite ancora non rimarginate. Ad ogni ricorrenza, nelle commemorazioni, spesso ci si chiede perché tanta crudeltà. E’ un problema inquietante che la rappresaglia solleva, ponendo grossi interrogativi alla coscienza umana, che totalemtne la respinge, anche con accenti permeati di parole di ripugnanza, dall’altro, se ci si mette nelle parti di chi subisce l’attacco partigiano e guerrigliero, è una continua tentazione ricorre ad essa, per le possibilità che essa offre per tentare di porre un freno al continuo stillicidio di perdite, spesso innocenti ed apparentemente non coinvolte nella lotta, causate da nemici inafferrabili e senza volto. E’ un aspetto che occorre tenere presente.
Ma nel affrontare la descrizione del fronte nemico, la componente italiana della coalizione hitleriana, ovvero la Repubblica Sociale Italiana, non si può non tenere presente come i tedeschi affrontavano gli oppositori loro e dei loro collaboratori, ovvero i fascisti repubblichini, ovvero il movimento  partigiano che noi abbiamo definto secondo fronte.
Ma un elemento ulteriore occorre sottolineare, forse il più importante, quale suggerito dalla presentazione delle dottrine antiguerriglie tedesche. I successi in questo campo hanno sempre una efficacia temporanea, non definitiva. I Nazisti, i tedeschi in genere ed i loro collaboratori e sostenitori si accorgono che l “Ordine Nuovo” attira qualche singolo, ma non dice nulla alle grandi masse, che rimangono lontane. Più che azioni di antiguerriglia, necessita un grande piano politico che attiri le masse, e su questo successo, si inerirebbe il movimento aprtigiano; allora le azioni antiguerriglia, rivolte verso pochi, isolati dalla popolazione, avrebbe successo definitivo. Ma questo piano politico  non c’è, le masse rimangono lontano , ed il solo antibolscevismo non basta, essendo solo un elemento negativo e non propositivo. I Nazisti sembrano impotenti di fronte a questo dilemma. Allora lo sterminio degli oppositori politici e la rappresaglia non diventano più una inspiegabile aberrazione, ma una possibile soluzione. Sostiene Politi “quanto essa sia logica e vantaggiosa dipende dal regime politico che la attua, dai costi politici che comporta in una data congiuntura e dia metodi adottati. Le tesi che sostengono si tratti di uan follia collettiva verificatosi sotto il regime nazista o sono giustificazioni o tendono a ignorare che in tempi  e situazioni diverse si sono usati i medesimi sistemi. Per il nazismo fu una scelta logica e perdente.”[21]
Ma per chi si alleò con i Tedeschi e agì come collaborazionista nel loro regime di occupazione, non può non essere importante chiedersi perchè le dottrine tedesche di controguerriglia non abbiamo schiacciato in tutta Europa, e in Italia, i movimenti di liberazione, pur essendo valide, significative ed efficaci, in quanto tuttora ancora valide. Il fatto che non abbiamo raggiunto lo scopo ultimo, eliminare i movimenti partigiani, lo devono non alla loro validià intrinseca, ma perché non sorrette da un piano politico tale da coinvolgere le masse, ovvero non si può imporre con la forza il proprio dominio, ovvero non si può ignorare il principio fondamentale che senza l’aggregazione dei consensi i successi e le misure di ritorsione sono sterili e controproducenti.[22]
La Repubblica Sociale Italiana, rappresenta agli occhi dei tedeschi, lo strumento ideale di gestione del territorio italiano sotto occupazione, ed ai fascisti italiani vengono lasciati quegli spazi politici utili solo agli interessi tedeschi; quando questi vengono minacciati, come la presena di un movimento partigiano, allora si apllicano le dottrine tedesche di controguerriglia, così come lo si è fatto in tutta Europa. I fascisti repubblicini, loro malgrado, furono coinvolti in questa logica così come tutti i collaborazionisti della coalizione hitleriana e se ne dovettero assumere tutte le responbaibiltà e conseguenze.





Per l’Italia l’opposizione alla azione germanica inizia l’8 settembre 1943 perché da quella data inizia l’occupazione tedesca Dall’8 settembre 1943 la Germania non riconosceva il Regno d’Italia con a capo il Re Vittorio Emanuele. Riconosceva la Repubblica Sociale Italiana , che aveva favorito, e sostenuto fin dalla liberazione di Benito Mussolini il 12 settembre 1943. Al momento della  proclamazione dell’Armistizio la Germania riunisce i dirigenti fascisti, quali farinacei, Tavolini, Ricci, il figlio di Mussolini Vittorio,Preziosi per dar vita ad un governo provvisorio. La liberazione di Mussolini da al governo provvisorio il suo capo carismatico. Il 23 settembre 1943 informalmente nasce la Repubblica Sociale Italia ( formalmente solo il 1 dicembre 1943), ed è riconosciuta solo da Giappone e dalla Germania. E’ una repubblica totalmente asservita alla Germania: a riprova di ciò valga il fatto che tutte le industrie vengono inserite nel meccanismo della produzione bellica tedesca sotto il diretto controllo di commissari tedeschi (OZAV e OKAK). Il tentativo di porre la Capitale a Roma o nell’Alpenvoreland falliscono, in quanto contrari agli interessi tedeschi.
 Gli organi della repubblica sono disseminati in varie località del Veneto e della Lombardia 8 Desenzano, Lago di Garda, Bogliaco, Gargano, Milano, Brescia e Venezia ed è un altro fattore di debolezza. Del potere stauale. Compito principale della repubblica è quello di mantenere l’ordine pubblico e svolgere un ruolo di collegamento subordinato tra l’amministrazione tedesca e la popolazione italiana.
Sul piano strettamente militare tutte le operazioni sono pianificate e condotte dalla Wehrmacht, e gli organi della Repubblica ne sono esclusi e quindi delegittimati, soprattutto non sono in grado di impedire o porre un freno alle violenze dell’alleato contro la popolazione civile.
Una delle principali iniziative della repubblica, varata con provvedimento di legge nel febbraio 1944, peraltro avversato dagli stessi tedeschi, fu la socializzazione delle imprese, ovvero la gestione delle industrie attraverso una struttura d’impresa con la partecipazione di operai ed altri soggetti produttivi. Si voleva, attraverso la socializzazione, da una parte colpire l’alta borghesia che aveva “tradito” il fascismo” dall’altra avvicinare le masse operaie al fascismo della repubblica e creando attorno ad essa consenso ed adesioni. Il tentativo fallì sia per il già citato opposizione dell’occupante, ma anche per il rifiuto pressoché totale delle masse operai. Sono proprio del marzo 1944 i grandi scioperi nei maggiori impianti industriali del nord. Scioperi che, oltre a far tramontare l’esperimento della “socializzazione” sottolineano la grande distanza tra ampi strati della popolazione e la dirigenza fascista repubblicana.
Chi doveva  dare una base politica e sociale di adesione doveva essere il partito fascista repubblicano,  alla cui guida assurse Alessandro Tavolini. Il partito tenne una sola assise, a Verona nel novembre 1943 ove furono definiti, nel Manifesto di Verona, i punti programmatici del  Partito, riassunti nello slogan  “Italia, Repubblica, Socializzazione”. Il partito fu diviso inizialmente da una tendenza moderata, volta a cucire lo strappo con gli Italiani e una linea oltranzista, di cui Tavolini era uno degli esponenti, che favoriva la alleanza pedissequa con al Germania nazista, l’assorbimento integrale dei suoi valori e l’estremismo repressivo e violento tipico del primo fascismo. Il Direttorio del partito si riunisce una sola volta , nel marzo 1944 e ribadisce la linea dura ed estremista. Si calcola che  si siano isciritti oltre 487.000 persone, che per lo più aderiscono anche alle formazioni militari della repubblica. Nell’estate del 1944 il partito si militarizza e da vita alle cosiddette Brigate Nere, in cui sono arruolati tutti gli iscritti da 18 a 60 anni. Le Brigate Nere sono intitolate a caduti  e non hanno gerarchia, un comandante e tutti soldati, con gravissime ripercussioni sulla operatività e sulla disciplina. L’impiego è sostanzialmente antipartigiano. Ma anche in questo campo vi è la non adesione sperata se si calcola che nel complesso le Brigate nere non superarono il totale di 20.000 uomini arruolati.
La struttura delle Forze Armate della repubblica è complessa. La Repubblica visse sempre il dissidio tra la concezione di Renato Ricci, che sostiene che la repubblica debba dotarsi di una milizia fascista, politicizzata e ben allineata sulle questioni ideologico-politiche, e quella del maresciallo Graziani, Ministro della Difesa dal 23 settembre 1943, che vuole un esercito nazionale apolitico. La soluzione di questo dissidio fu un altro fattore di debolezza della repubblica: Graziani realizzerà un apparato militare tradizionale sull’impronta del regio esercito, Ricci una nova articolazione chiamata Guardia nazionale repubblicana, in cui confluiranno elementi della disciolta Milizia Volontaria per la Sicurezza nazionale, i Reali carabinieri ed elementi della Polizia Africa Italiana (PAI). Graziani riesce a stipulare un accordo con i tedeschi, che si impegnano ad addestrare in Germania quattro divisioni (Monterosa, Italia, San Marco,  Littorio) e a dar vita a formazioni tradizionali alimentate dalla leva obbligatoria. I Bandi Graziani per la leva saranno uno dei fattori di non consenso della Repubblica: si presentaranno circa la metà dei coscritti, l’altra per sottraesi andrà in montagna ad alimentare le fila partigiane. Si arriverà a decretare la “pena di morte” per chi non si presenta e, alternando minacce e blandizie ( il cosiddetto “Bando del perdono”) si riesce ad arruolare oltre 44.000 giovani di leva che sommati a 13.000 uomini provenienti dai campi di intermanento in Germania saranno l’ossatura dell’esercito voluto da Graziani, un Esercito prevalentemente impiegato in funzione antipartigiana.
Nell’estate 1944, con la destituzione di Renato Ricci, la Guardia Nazionale Repubblicana viene incorporata nell’Esercito e ne divine la prima arma combattente. Con i suoi 94 comandi provinciali ed un comando Generale la GNR ricalca la struttura dell’Arma dei Carabinieri.
Nella repubblica Sociale Italiana sorgono formazioni che non sono inquadrate nell’esercito e nella GNR, ma sono autonome e  riconoscono solo l’autorità del Duce. La Banda Carità, composta da 200 uomini circa, ricostituisce a Firenze, per poi trasferirsi in Veneto a Padova. Fuori di ogni controllo svolge con metodi crudeli e  violenze inaudite attività antifascista ed antipartigiana. Altra Banda è quella di Koch, ex ufficiale, che opera a Roma composta da circa 70 elementi ed agisce con gli stessi metodi della banda Carità. Trasferita a Milano (Villa Triste) compie tali oscenità ed illegalità che sono gli stessi fascisti il 24 settembre 1944 ne decretano lo scioglimento con arresti  e condanne. Con attività più prettamente militari ma sempre con aspetti violenti e creduli e sempre in funzione antipartigiana operano le Legioni.
La Legione “Tagliamento” al comando di Mario Zuccai ha sede a Vercelli e poi in autunno il Valcamonica  ove si distingue negli attacchi alle posizioni partigiana del Mortirolo.
La Legione “Ettore Muti”,  al comando dell’ex Sergente Franco Colombo,sorta a meta settembre 1943 forte di 1400 uomini ed ha compagnie varie sedi, a Milano, nel cuneese, in Valtellina, nel piacentino e in Valsesia ,
 La decina Flottiglia Mas al comando del principe Junio Valerio Borghese, che più che una formazione della RSI è una formazione militare che decide, per opera del suo comandante, di staccarsi dalla regia Marina e continuare la guerra accanto ai tedeschi sulla base di un reciproco accordo. La decima Mas raggiungerà la con esistenza di circa 25.000 uomini organizzati in sei battaglioni. Uno di questi, il Barbarigo, tra marzo e maggio del 1944 sarà impiegato nella testa di ponte di Anzio, unica formazione fascista che entrerà in linea contro gli Alleati. Nella sostanza, come le Legioni, la Decima sarà impiegata in azioni di controguerriglia, macchiandosi anche lei di eccidi, torture e rappresaglie.
Altre formazioni sono l’Ispettorato Speciale polizia antipartigiana, circa 150 uomini organizzato dal Questore di Brescia, Il reggimento Volontari friulani Tagliamento al comando del Colonnello Zuliani,   tutte formazioni che si dedicano alla lotta antipartigiana con metodi brutali ed efferate violenze.





[1] Molti esempi possono essere fatti in questa materia, riandando indietro nel tempo. Basti ricordare la guerriglia condotta dagli Spagnoli contor le truppe Napoleoniche, che praticamente furono messe in condizione di non poter controllare appieno il territorio per lumghi periodi. Questa esperienza diede vita poi a teorizzazioni anche di alto livello. Si può citare il celebre volume di Giuseppe Mazzini “La Guerra per bande” ecc.
[2]
[3] Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1991
[4] Il testo della esercitazione “Besprechung der prufungsarbeit fue Major-Anwarte. (Mai 1936) in Polizeiverwendung.(Von Polzeioffizierschule aufgestellt.) Aufgabe: Postdam-Groben (Luftschtz-Polzeikampf) è riportato in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 196-225.
[5] Per la consistenza e la specifica di questa esercitazione ed i suoi contenuti si rimand ala citato volume di Politi, dalla pag. 3 a pag. 10.
[6] Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit., pag.10
[7] “Merkblatt fur die Ausbildung der geschlossenen Polizeienheiten im Polizeikampf herausgegeben vom Chef der Ordungspolizei 1941.”, riportato in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 224-230.
[8] Nato il 27 settembre 1936 era l’organo cui faceva capo tutto il ramificato ed esteso apparato di polizia della Germania Nazista, posto sotto l’autorità del Reichfuhrer-SS H. Himmler
[9] SD Sicherheits Dienst. Servizio di Sicurezza. Era diviso in servizio  interno, con compiti di scoperta e soppressione delle opposizioni politiche, e servizio esterno, spionaggio e controspionaggio. Era in concorrenza con l’Abwehr, diretto dall’ammiraglio Canaris, che era il servisio di spionaggio e controspionaggio della Wehrmacht.
[10] Oberkommando des Herees, Comando Supremo dell’Esercito
[11] Riportato in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 233-252. L’esegesi del documento è da pag. 16 a pag. 45

[12] Questo documento è conservato ad Udine, presso l’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione  (Misc. 2-14 numero di ingresso 898)
[13] Reichfuhrer-SS Kommandostab RF-SS Tgb. Nr. Ia 607/42 geh. St. Qu.dem 25. August 1942 Geheim “ Begehl zur Aufstellung von Jagdkommandos zur Bandenbekampfung”. Riportato in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 4 e see. L’esegesi del documento è da pag. 283 a pag. 289
[14] 4 mitragliatori leggeri, 11 pistole mitragliatrici, 24 fucili, di cui 8/4 per il tiro di precisione.
[15] “La lotta contro i Partigiani”, di datazione controversa ma presumibilmente nella primavera del 1943, riportato  in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 82 e segg. L’esegesi del documento è da pag. 294 a pag. 313
[16] Ad esempio, dopo aver dato alla fiamme un villaggio intero, tutti coloro che hanno opposto resistenza armata vanno fucilati durante o alla fine del combattimento. La popolazione va portata via, a meno che non vi sia l’ordine di fare “trattamento speciale” (Sonderbehanglung) che indica “l’esecuzione, anche in massa. Se gli abitanti sfuggono alla cattura, dopo la distruzione del loro centro abitato, diventano nuovi mebri delle bande partigiane, ottenendo risultati opposti a quelli che si volevano conseguire.
[17] Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 84
[18] Merkblatt Eissatz von Flugzeugen bei der Deutschen Polizei” (Impiego di aerei presso la polizia tedesca)
[19] Vds.Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 102 e segg. L’esegesi del documento è da pag. 343 a pag. 369


[20] Scrive Politi “ I procedimenti tattici furono ulteriormente affinati e codificati sia nel campo delle grandi operazioni che in quelle delle piccole.L’aerocoperazione riceve una organica sistemazione e viene portata ad un grande livello di efficacia, impostando e in parte risolvendo problemi largamente studiati solo con l’avveno dell’elicottero. Gli Jagdkommando assumono la fisionomia che manterranno, con qualche cambiamento nel nome e nell’equipaggiamento, in tutto il dopoguerra” Riportato in italiano in Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag.187


[21] Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, cit, pag. 188
[22] Si inia il più volte citato Politi A., Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, per una più ampia trattazione dei principi sopra riprotati, acui si rimanda.