L'ETA' DELLA
RAGIONE E LA VITA SCOLASTICA
Aveva così superato il suo primo
decennio in una oasi di pace e di fanciullesca serenità. Non altrettanto felice
sarebbe stato purtroppo il secondo, con l'incubo della guerra sempre in atto
per la gioventù, e tanto meno il terzo, violentemente troncato a metà, proprio
a 25 anni.
Ma torniamo a noi. Con l'inizio
del secondo decennio, il 5 settembre 1928, a Falconara, gli capitò un
infortunio. Mentre, giocando con la sorella, si rincorrevano sulla spiaggia
ancora bagnata dalla pioggia, egli scivolò e cadde, frantumandosi in malo modo
il braccio destro. Seppi subito che era stato curato all'Ospedale di Ancona
e che gli era stato riscontrato lo
schiacciamento delle ossa del gomito. Anche a Roma si ritenne di escludere più
tardi un atto operativo, facendo affidamento sul miglioramento progressivo ed
insistendo sulla ginnastica e sul massaggio. Ma, nonostante gli esercizi della
scherma e del violino, intrapresi per la circostanza, il movimento di
supinazione del braccio non tornò più alla normalità, tanto che in conseguenza
del difetto fisico rimasto, nell'atto di lavarsi o di mangiare, si poteva
notare che la sua mano destra non riusciva a contenere la stessa quantità di
acqua della sinistra e che egli faceva uso della forchetta non in modo normale.
Di tale difetto, che era piuttosto
evidente, per lo stesso consiglio dei medici, chissà come avrebbe potuto a suo
tempo avvalersi, per evitare il servizio militare. Egli non volle mai sentir
parlare di ciò, e, più tardi, il giorno della visita di leva, tornò a casa
soddisfatto di essere stato dichiarato abile. Naturalmente, si era ben guardato
dall'accennare alla sua minorazione.
Intanto i suoi studi si facevano
più seri, frequentando come Ginnasio, l'Istituto Massimo prima e il Giulio
Cesare poi. Le stesse doti di mitezza e di dolcezza di animo e l'innato buon
senso, che aveva rivelato in famiglia, in modo particolare verso la Mamma, come
cuore d'oro, le trasportò nella scuola, fra i compagni, dei quali
rimase amico fedele e inseparabile, e tra gli insegnanti, che più seppero
apprezzarlo. Alla scuola vera e propria, alternava, come ho detto, oltre che la
scherma, lo studio del violino e del pianoforte. Non che vi si mettesse di
grande impegno, ma tanto per soddisfare il suo orecchio musicale assai
sviluppato e la passione per le canzoni che così spesso fiorivano sul tuo
labbro.
Sapeva tanto vivere all'aria
aperta tra i fratelli e gli amici, specialmente al mare, nuotando e remando, o
inforcando la bicicletta, quanto facendo vita casalinga, rimanendo cioè
nell'ambito domestico.
Gli bastava allora leggere un
libro, o canticchiare qualche canzonetta, o smontare e rimontare qualche
congegno, o collezionare francobolli, o (dicevo io) intrecciare magari qualche
filo, per vederlo felice e beato.
L'appetito, la salute e il buon
umore non gli mancavano. Cosicché a 15 anni era quel che si dice un bel
ragazzo, allegro, solido e ben piantato, tanto sano e vigoroso di corpo, quanto
buono e dolce di carattere.
Dalla scuola avrebbe potuto
strappare i migliori risultati sol che lo avesse voluto un po' di più, ma egli
era pago di riportare la promozione a
fine anno, alieno dal corteggiare insegnanti o dal compiere atti di
virtuosismo.
All'innata fierezza d'animo,
un'altra qualità, che doveva accompagnarlo per tutto il resto della breve vita,
cominciava intanto a spiccare in lui: la dirittura, starei per dire,
l'impeccabilità del giudizio.
Nessun commento:
Posta un commento